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Centenario dell’Università Cattolica. Mattarella indica il futuro educativo dell’Italia

di Luigi Sanlorenzo
[Foto: Centenario dell’Università Cattolica del Sacro Cuore, Milano]

Il discorso pronunciato martedì scorso dal Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella,  a Milano, in occasione  del centenario della fondazione dell’Università Cattolica del Sacro Cuore, ha rappresentato una prestigiosa occasione per riflettere sul passato, il presente e il futuro educativo del Paese troppo a lungo trascurato o posto in mani non adeguate che, se non avessero prodotto danni cospicui, sarebbero già state dimenticate.

“Vorrei richiamare – ha detto Mattarella – le parole ben note, di straordinaria importanza, di Padre Gemelli: per essere educatori occorre dar credito ai giovani, a quei giovani che, nel succedersi delle generazioni, mantengono sempre giovane un ateneo, quale che sia la sua anzianità di fondazione.”

Quale e quanta distanza siderale dai toni di larga parte della classe politica più interessata al consenso a tutti i costi piuttosto che al vero rilancio delle agenzie formative del Paese ad ogni livello! Come risalta il nanismo degli attuali rappresentanti nel Parlamento (pochissimi esclusi) dinanzi a chi ha saputo dire:

“Grande è il contributo che all’Assemblea costituente è stato fornito da docenti o da laureati dell’Università Cattolica del Sacro Cuore. Questo contributo alla vita della nostra comunità nazionale – che è stato espresso e continua a esprimersi con i suoi specifici caratteri e valori dall’Università Cattolica del Sacro Cuore – ha manifestato il senso di comunità, che il nostro Paese ha ribadito nella sua fondamentale importanza, con forza, durante l’emergenza della pandemia, che ci ha ricordato come ciascuno di noi dipenda fortemente da tutti gli altri.”

Non è stata l’ingiunzione di un professore né un mero discorso celebrativo ma la spinta ideale di uno statista che comprende come il divario tra l’Italia e l’Europa e tra le stesse regioni risieda innanzitutto nell’aver abbandonato la strada della riflessione, dell’approfondimento, nella preparazione e nella conoscenza da parte di singoli, di istituzioni e di organizzazioni. E’ la grande lezione di Antonio Gramsci che amava dire: “studiate, studiate e, ancora, studiate”.

E’ stato evocato il senso di responsabilità nei confronti delle generazioni future che è tornato ad essere proclamato come un bene comune da tutelare e da promuovere, ad ogni costo. E’ l’insegnamento di Alcide De Gasperi, talvolta citato a sproposito, che definì il confine tra il politico e lo statista proprio nel fatto che il primo traguarda se stesso e le proprie azioni alle successive elezioni mentre il secondo guarda al futuro delle generazioni che verranno e considera le proprie facoltà di “poter potere” pro tempore, solo un “prestito” ricevuto dalla generazione precedente e da restituire, accresciuto e fertile, a chi verrà dopo.

“Tutto questo – ha proseguito Mattarella – rientra in quella che potremmo chiamare la missione sociale e civile…cioè tutte le realtà e le presenze che nel nostro Paese contribuiscono, con qualunque segno e ispirazione, al bene comune. Particolarmente quelle realtà che essendo orientate alla formazione…dell’homo civicus, creano, danno un’impronta al futuro del nostro Paese, rammentando che questi caratteri dell’homo civicus sono italiani ed europei. Mantenendo quell’apertura che ha sempre contrassegnato questo Ateneo.”

Un messaggio che, oltre che alla comunità universitaria, andrebbe veicolato in ogni forma tra le torme di giovani che nelle periferie del Paese sovente non vengono raggiunte da tali sollecitazioni e finiscono piuttosto per identificarsi con personaggi negativi, a cui troppo spesso i media assicurano uno spazio che va oltre il dovere di cronaca, come nel caso dello squallido personaggio della periferia romana, Angelo Corretini, detto “fratellì” frettolosamente ospitato in un noto talkshow, generalmente più serio ed equilibrato, e proposto come un’ icona popolare del fenomeno rappresentato dagli influencer sui social,  salvo poi  fare la fine che, inevitabilmente lo aspettava.

Un fenomeno che non sta mancando di manifestarsi anche nel mondo economico dal momento che l’ingresso di Chiara Ferragni nel consiglio di amministrazione della Tod’s di Diego Della Valle pare abbia fatto volare il titolo in Borsa del 12%.

Insomma, dalla “principessa del popolo” di blairiana memoria alla munifica regina dei social. Forse, nel vuoto siderale lasciato dall’ assenza di personalità di diverso spessore, si sta andando troppo oltre!

O, ancora, come le migliaia di giovani irretiti oltre che dalla criminalità organizzata anche dal mondo di certe tifoserie più estreme nell’ambiente calcistico, tanto vuote di contenuti quanto pericolosamente vicine a simboli e comportamenti di un passato di cui qualcuno avrebbe dovuto ispirare in loro la più profonda repulsione.

Quegli stessi giovani a cui anche esponenti del mondo politico hanno proposto come “pratica della ribellione” tanto indispensabile in quella fase della vita,  il rifiuto di ogni misura precauzionale  volta a limitare il contagio derivante dagli assembramenti durante le diverse ondate della pandemia e in cui indossare la mascherina viene indicato come segno infamante di assenza di coraggio mentre il contrario è proposto come  dimostrazione di ardimento e di sprezzo del pericolo, quasi a sostituire le stragi automobilistiche del sabato sera per il momento, inevitabilmente e fortunatamente,  scomparse dalle cronache.

Altre suggestioni ed altre idee  rispetto a quelle di cui  Jean-Paul Sartre, Philippe Gavi e Pierre Victor scrissero in  “Ribellarsi è giusto. Dal maggio ’68 alla controrivoluzione in Cile” pubblicato da Einaudi, Nuovo politecnico nel 1975.

Verrebbe ancora una volta voglia di citare l’incipit dell’Urlo di Allen Ginsberg di cui ho scritto altrove in occasione della scomparsa di Lawrence Ferlinghetti “Ho visto le menti migliori della mia generazione…”  con la differenza che la beat generation invocava un mondo migliore mentre la parte più marginalizzata della covid generation non sembra andare nella medesima direzione.

La risposta alla domanda su “che cosa vogliamo essere tra dieci anni?” – capitolo primo di ogni manuale di leadership – è apparsa nel discorso di Mattarella, matura e compiuta, come l’annuncio di un nuovo stile politico-istituzionale che presidia il presente e al tempo stesso sa già leggere i segni del futuro e prepararsi ad esso. Ed è parso quasi di vedere quei giovani che nel 2061, ormai adulti maturi, dovranno festeggiare i 200 anni dell’Italia che avranno contribuito a cambiare, o meno, nei prossimi decenni con le azioni già pianificate e definite intanto da qui al 2030, seguendo l’Agenda mondiale che porta quel nome.

“Io credo, in realtà – ha ricordato il Capo dello Stato – che questa inquietudine, questa condizione di sentirsi cittadini nel mondo, ma al contempo pellegrini al suo interno, sia in realtà comune a tutti, in qualche modo, quali che siano le convinzioni che ne vengono professate. Perché in fondo riflette quel senso di incompiutezza che accompagna la condizione umana, che induce costantemente a pensare oltre, a cercare costantemente nuove esperienze e nuove conoscenze da parte di chi avverte questo senso e questa sollecitazione.”

Che cosa è allora la politica, se non la capacità di e-vocare idee che parlano al cuore e alla mente delle persone e di con-vocare intorno a quelle il consenso e le energie per trasformarle in cambiamento concreto della realtà?

Non sarà facile, quando tornerà il momento di dare la parola agli italiani, rivolgersi ad essi con l’arroganza, la doppiezza, la “disinvoltura” volta a coprire il vuoto di contenuti, il fare ruspante di taluni, la rozzezza di altri, la volgarità di termini e di linguaggi o il velleitarismo “ispirato” di guitti e pagliacci. Non sarà facile riabituarsi alle banalità, alle genericità, all’incultura se non addirittura all’ignoranza di decine e decine di esponenti politici spesso professionisti della stessa e nulla più o, all’estremo opposto, sprovveduti rappresentanti di un popolo lontano dalle Istituzioni, che tenteranno di ascrivere a se stessi i meriti che saranno stati solo e soltanto di Mario Draghi e del Presidente della Repubblica, suo primo mèntore ed ispiratore.

Se non ancora visibile negli effetti sul Paese, attanagliato dalla drammaticità della crisi e preoccupato per il proprio presente, la rottura si è già consumata tra due opposte visioni e pratiche dell’arte di governare e nulla sarà più come prima. E mai come oggi si impone ai partiti, a tutti i partiti, di voltare pagina, procedendo al rinnovamento generazionale e culturale dei propri esponenti, dei propri leaders, dei propri candidati. E, pazienza per chi sarà rimasto eterno “secondo”.

Mai come oggi si impone la necessità di un Parlamento che, nonostante la populistica mutilazione subita, agisca da nuova Assemblea Costituente, in un clima simile a quello in cui maturò la stesura della Carta, quello cioè di un’Italia uscita semidistrutta ma più matura dalla guerra, portando sui quei banchi giovani menti, brillanti intelligenze e culture estranee sino a pochi anni fa e oggi tra di noi con un grande contributo di ricchezza e fecondità in ogni senso per lo sviluppo del Paese.

Forse, mentre non ce ne accorgiamo, sta veramente finendo un mondo e ne sta cominciando uno nuovo; Sergio Mattarella consapevole di esserne il traghettatore più apprezzato dagli italiani, sa bene che in quello nuovo egli – anche attraverso le scelte più recenti consentitegli dalle prerogative costituzionali – potrà introdurci ma non potrà e  non dovrà entrare, sottraendosi quando sarà il momento, com’è nel suo stile,  alle lusinghe di questa o di quella parte politica circa la prosecuzione dell’alto mandato che ricoprirà fino al 2022.

E’ l’esempio di Mosè che, al termine dei quarant’anni trascorsi nel deserto, indica alle dodici tribù d’Israele, diventate popolo nella sofferenza e nella prova, la Terra Promessa ma si astiene dall’entrarvi trionfalmente indicando piuttosto quali nuovi leader quanti durante l’esodo si sono formati, divenuti adulti ed acquisito le doti necessarie a guidare il corso della nuova ed entusiasmante epoca che va aprirsi.

Di Mattarella dovrà restare il ricordo di un uomo di cui il Paese sta avendo il privilegio di disporre nel momento più difficile dal ‘45 ad oggi e la cui più grande vittoria non sarà stata né per sè stesso, nè per la sola Italia in Europa, quanto per aver indicato ai giovani che verranno la strada verso lo stile e la sostanza di una nuova identità di politico e di statista, strada in cui egli sta lasciando tracce personali significative che non potranno che essere seguite.

Procediamo allora, ciascuno con le proprie legittime posizioni politiche o culturali sul consenso/dissenso a questo Governo, a fare la nostra parte nel dovuto ed anche aspro dibattito democratico, ma non dimentichiamo di star vivendo in questi mesi, da contemporanei e da testimoni oculari, un grande rito di passaggio della nostra storia nazionale e mondiale.

Nei momenti più bui che non mancheranno nella vita di una comunità, potremo un giorno raccontarlo ai nostri nipoti perchè sappiano orientarsi e, a loro volta, comprendere che, prima di ogni divisione politica, il primato dell’uomo, dell’intelligenza che lo contraddistingue e della capacità di sogno che lo muove rimarrà sempre l’unica luce a cui guardare nella notte della Storia.

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