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Palermo capitale dell’incertezza

di Luigi Sanlorenzo

Salvador Dalì. Olio su tela. Titolo originario “Gli orologi molli” (1931). Museum of Modern Art di New York

“Si sta come d’autunno

sugli alberi le foglie.”

 Giuseppe Ungaretti

“Soldati” 1918

Palermo è attualmente tra le città italiane in fondo alle classifiche stilate annualmente in ordine a una molteplicità di indicatori che definiscono il livello complessivo di qualità della vita. La disoccupazione giovanile è tra le più alte d’Europa.

A sostenere i consumi resta la categoria degli impiegati pubblici o, per essere più precisi, dei dirigenti con un reddito mensile netto superiore a tremila euro. Ciò non è destinato a durare a lungo poiché, anche a motivo delle riforme indicate del PNRR a fronte degli oltre duecento miliardi di euro assegnati all’Italia, ampi tagli toccheranno il Pubblico Impiego, riducendo massicciamente il personale degli Enti Locali, ci auguriamo a partire dai soggetti più vicini all’età pensionabile.

Nascondere questa allarmante prospettiva ai cittadini equivale a tenere lo stesso colpevole atteggiamento assunto per oltre venti anni circa il futuro degli operai della Fiat di Termini Imerese, dando ad intendere che, ancora una volta, “tutto si sarebbe sistemato”. Si aggiunga che la necessaria progressiva privatizzazione delle ex Aziende Municipalizzate immetterà nel dramma della disoccupazione migliaia di persone con livelli di contribuzione nulli o inesistenti.

Nel frattempo, si aggrava l’impoverimento ulteriore della classe media che, azzerati i risparmi (pochi), scivola giorno dopo giorno nella riduzione dei consumi prima e nel ricorso a forme di solidarietà inter familiari, se non quando verso soggetti privati assistenziali quali Caritas e Banco Alimentare.

Larga parte dei professionisti e degli imprenditori dipende dai pagamenti delle Pubbliche Amministrazioni la cui insolvenza, com’è noto, ha raggiunto livelli stratosferici. In molti casi, vista l’assenza di criteri meritocratici ad ogni livello, la dipendenza non è solo economica ma soprattutto politica e clientelare.

Né si può contare sul futuro a breve delle generazioni. Le più mature sono alle prese con interminabili studi universitari strutturati più per prolungare la sopravvivenza di docenti e personale tecnico che effettivamente in grado di abilitare a competenze utili al mercato del lavoro domestico e (figuriamoci) internazionale. Le più giovani trascorrono la propria infanzia ed adolescenza in edifici fatiscenti o pericolanti – quasi tutti fuori norma ed aperti solo per l’abnegazione di Dirigenti Scolastici che rischiano in prima persona – dove genitori di buona volontà si sostituiscono agli Enti preposti per l’ordinaria manutenzione, per le spese di riscaldamento, per i generi di cancelleria e persino per quelli sanitari di primissimo livello.

La cornice di tale quadro già deprimente, è uno stato di massimo allarme dell’ambiente urbano, sporco, inquinato in modo allarmante, privo di ogni garanzia circa le sicurezze minime: puliranno la strada dove abito? colmeranno la buca che ha già fatto vittime tra anziani e motociclisti?  sostituiranno le lampade dei lampioni stradali? passerà l’autobus dalla fermata forse non più attiva ma ancora promessa da un cartello arrugginito? Sarò rapinato, scippato, urtato, investito, mal curato?

Angosce e incertezze di un’esistenza quotidiana precaria ben rappresentate nel dipinto di Salvador Dalì del 1931 “Gli orologi molli” – capolavoro del surrealismo e apologo sull’ambiguità della percezione del tempo – poi denominato arbitrariamente dal gallerista Julien Levy “Persistenza della memoria” ed oggi esposto al MOMA di New York.

E’ l’incertezza dunque la cifra dominante nel sentimento collettivo ed individuale di questa Città. Essa induce a cercare protezioni per sé e per la propria famiglia, che stanno restituendo rilevanza, nel segno di una nuova e preoccupante appartenenza, a vecchie e nuove mafie o, paradossalmente a consorterie antimafia da operetta di cui periodicamente si scoprono gli scheletri negli armadi.

In altre realtà territoriali una situazione come quella descritta genera sdegno, rivolta, mobilitazione di singoli cittadini e di soggetti politici che vanno oltre il contingente, cercano nella logica del progetto l’unica possibile via di uscita, se non per se stessi, almeno per le generazioni future e, senza essere intimoriti da falsi profeti che ammoniscono circa ulteriori e ben orchestrate catastrofi, chiedono svolte decisive o dignitose dimissioni.

Nella Palermo dell’eterno presente ciò non accade. Condizionata da una pesante eredità di servaggio storico e culturale, la sensibilità cittadina si anima solo in presenza delle scadenze elettorali, spesso, ancora una volta alla ricerca di “uomini” (“o di donne”) più o meno della Provvidenza, cui affidare tutto: leadership, progetto, programma, pagando con la moneta del proprio consenso, salvo poi a constatare che non si può governare il cambiamento riproponendo antiche, seppur gloriose, personalità e formule del passato.

E’ illusorio pensare che tale cultura pre moderna della non partecipazione possa essere ribaltata in pochi mesi. Occorreranno anni durante i quali sarà inevitabile e necessaria un’emigrazione giovanile massiccia e ci si augura, assistita da protocolli con città, non solo europee, “gemellate” e in grado di offrire opportunità di vita e di lavoro dignitose.

Il progetto per Palermo è innanzitutto una visione nitida di ciò che si vuole la città diventi nell’arco dei prossimi venti anni. Una visione cui educare i più giovani già nelle scuole, nelle famiglie, nelle associazioni giovanili perché se ne innamorino e ne facciano un legame stretto con i propri destini personali. Soltanto disponendo di una visione complessiva e di ampio orizzonte, acquisteranno coerenza le singole azioni amministrative, le scelte delle competenze tecniche necessarie, la priorità nell’uso delle risorse, la verificabilità periodica dei risultati, rimovendo ogni ridondanza procedurale e ogni inerzia di cultura e pratica gestionale di taglio manageriale, in atto non presente in alcuna organizzazione cittadina.

Si tratta allora di ri-costruire un rapporto tra città e governo della medesima, sottraendola all’arroganza dei singoli potentati, reprimendo la medioevale concezione dell’uomo solo al comando, ma anche il velleitarismo di molti movimenti padronali privi di retroterra culturale e politico e pericolosi per la tenuta delle Istituzioni.

Ciò dovrà lasciare il posto ad una visione condivisa del futuro, che faccia da guida  e da criterio del giudizio in corso d’opera dell’operato degli amministratori,  che orienti le scelte, favorisca il controllo, consenta lo sviluppo di nuove personalità di spessore che imparino dalla pratica della partecipazione – e non dell’abusato populismo o da una malintesa e strumentale antimafia degli eredi delle incolpevoli vittime di tempi lontani – a saper dire dei sì e dei no, entrambi rispettabili e inappellabili.

Si tratta di ripartire da una visione maggioritaria e condivisa che scelga di generare una città migliore, sostenibile, con un rispetto, vero e non da parata occasionale, di una legalità dal volto umano che capisca, aiuti, sostenga, prima che sia necessario colpire e reprimere.

Alcuni esempi possono aiutare a comprendere tale sana intransigenza e la non negoziabilità dei valori che la dovranno sostenere:

A Palermo non si costruirà più un metro cubo di cemento ad uso speculativo, se non dopo aver saturato l’immenso patrimonio immobiliare di un Centro storico da ripensare in chiave moderna e delle periferie, riqualificando l’edilizia popolare e assicurando i servizi a rete. Occorre tuttavia avere il coraggio di concepire e di realizzare un centro direzionale con adeguati servizi di supporto, anche sfruttando le molte aree industriali dismesse, ai due estremi di viale Regione Siciliana sia in direzione sia di Messina che di Trapani, completando la rete tramviaria non attraverso la deturpazione di via Libertà, quanto piuttosto fino ai limiti del territorio comunale ed anche oltre, nell’ottica virtuosa, finora inesistente, della città metropolitana.

A Palermo, la Persona ha la priorità sul traffico veicolare e sul trasporto merci che, pertanto, troveranno spazi residuali nell’uso del tessuto urbano.  la cui concezione dovrà essere imperniata sulla pedonalizzazione totale del cuore del Centro Storico e sullo sviluppo residenziale di qualità al posto di demenziali movide popolate da torme di disoccupati disperati e in parte gestite dalla criminalità, sulla sua vocazione artistica, sul rilancio turistico multi stagionale e sulla convegnistica a livello internazionale, attraverso ogni genere di facilitazione offerta durante il soggiorno.

A Palermo, la burocrazia è di proprietà del cittadino azionista e pertanto risponderà del proprio operato secondo criteri di merito, in ogni fase, dal reclutamento al congedo, indicando agli addetti la garanzia del mantenimento del posto, esclusivamente nel conseguimento dei risultati delle rispettive branche dell’Amministrazione. I Dirigenti siano chiamati a risarcire i danni provocati ai cittadini a motivo della mancata vigilanza nei settori di competenza, riducendo l’onere schiacciante dei debiti fuori bilancio, vera e propria piaga aperta nel corpo della Città.

A Palermo la scuola primaria , l’istruzione superiore e universitaria – a cui in particolare va ricordato che la sacrosanta autonomia del sapere non va confusa con l’extraterritorialità –    sono priorità assolute per far finalmente funzionare l’ascensore sociale e, pertanto, ad esse va riservato il massimo delle risorse disponibili ed il controllo quanti – qualitativo sul personale che vi opera e che dovrà essere periodicamente valutato sulla base degli indicatori internazionali dei risultato formativi (OCSE – PISA).

A Palermo l’occupazione non è un diritto, nel senso equivoco che l’accesso al lavoro prescinde da ogni sforzo personale prima e dopo l’assunzione, ma un’opportunità ricevuta, da garantire e da indirizzare verso la dimensione della micro economia, da assistere nella misura dovuta, considerando la mobilità dell’impresa e degli individui i principali motori dello sviluppo dei popoli.

Palermo saluta e non ringrazia: la grande distribuzione che in città assume precari e porta fuori gli utili e le tasse; le griffe di lusso di cui non abbiamo bisogno, visto che per quanti vi fanno ricorso, il costo del biglietto aereo per fare shopping a Milano, Roma, Londra o Parigi non è certo un problema; gli impianti industriali non coerenti con la vocazione del territorio e che sottraggono spazi e “aria” alle produzioni e alle filiere che contribuiranno invece  allo sviluppo sostenibile del Territorio; saluta e non ringrazia speculatori che, alimentando sogni impossibili, si appropriano senza pudore, di fatto,  dei beni comuni.

Palermo chiude le porte alle società fornitrici di luce o gas agli enti pubblici, che non concorrano finanziariamente all’istallazione di ogni utile impianto per il risparmio energetico e per l’uso di energie rinnovabili e le apre a quanti saranno disposti ad investire nei settori coerenti con l’identità cittadina, impegnandosi a garantire agli operatori economici l’abolizione di ogni pastoia burocratica e l’attuazione di tempi certi per la realizzazione dell’impresa.

In attesa di auspicate modifiche legislative di Organismi Consiliari obsoleti,  ridondanti, chiamati sovente a stanche ratifiche di scelte assunte altrove, spesso poco qualificati e rappresentativi (o addirittura condannati da venti anni a non avere alcun potere,  come le Circoscrizioni) e dove rare buone proposte sono soverchiate dalle logiche blindate di appartenenza di maggioranze ambigue,  i partiti  rendano il più possibile selettivo l’accesso alle cariche pubbliche ad ogni livello,  richiedendo non solo  palese e notoria onestà ma anche  esperienza pubblicamente riconosciuta e  competenze specifiche certificabili da soggetti indipendenti.

La futura affidabilità morale e la conseguente reputazione dei soggetti politici, cui la Costituzione assegna un ruolo tanto rilevante, sia anche valutata nel tempo in funzione della condotta dei candidati che essi scelgono, candidano sotto le proprie insegne, propongono agli elettori e insediano nelle istituzioni locali.

Palermo si dichiara Città Aperta a tutti gli uomini e le donne di ogni continente che scelgono di viverci e, in attesa che questo Paese ne comprenda l’importanza e in attesa che il Parlamento si decida a deliberare su jus soli, naturalizza immediatamente, mediante cittadinanza onoraria, i figli di ogni migrante che nascono in terra italiana. Nel Paese con più anziani al mondo, dopo il Giappone, non sarà un regalo fatto a chi peraltro ne ha diritto in quanto essere umano che non può scegliere dove nascere ma certamente dove vivere, ma la salvezza di tanti territori ormai quasi desertificati da emigrazione forzata e da inesistente natalità.

Un processo di civiltà condiviso dalla legislazione ad ogni livello che eviti con fermezza i pericolosi effetti di iniziative personali comprensibili su piano caritatevole  ma abborracciate su quello amministrativo e non ammissibili su quello penale come nel caso di Riace e del sindaco Mimmo Lucano che sta dividendo il Paese e che si spera trovi rapida collocazione giuridica ed equilibrata equità delle eventuali sanzioni definitive che saranno confermate o meno dall’attesa sentenza, in tempi ragionevoli, da parte della Corte di Appello.

Palermo perdona, infine, tutti coloro che le hanno fatto del male, a patto che lascino per sempre la scena pubblica, in attesa della Giustizia divina, nella speranza dell’auspicabilmente più rapida giustizia umana cui far seguire quel diritto all’oblio a cui il dovere dell’umana pietà ci richiama.

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