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La lettera scarlatta che cambierà gli Stati Uniti d’America

di Luigi Sanlorenzo 7 Novembre 2020
di Luigi Sanlorenzo 7 Novembre 2020
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La Casa Bianca a Washington D.C. (Foto di Joyce N. Boghosian)

Una lettera scarlatta è arrivata in queste ore tra decine di migliaia di plichi consegnati dal glorioso servizio postale americano, entrato nella leggenda con il film The Postman del 1997 con Kevin Kostner. Il contenuto di quella busta sta per cambiare il destino del mondo. Il Pianeta è con il fiato sospeso poiché l’esito di quel voto, spedito da una sconosciuta cittadina della Pennsylvania o da uno sperduto villaggio tra i boschi del North Carolina, potrebbe avere conseguenze dirette e profonde nella politica internazionale, nelle economie e nelle società dei prossimi anni.

Proprio come le ebbe nella vita di Hester Prynne protagonista del romanzo di Nathaniel Hawthorne pubblicato a Boston nel 1850, divenuto un caposaldo della letteratura americana, una delle prime analisi degli aspetti più significativi di quella società e della definizione dei contorni del conformismo e della colpa ma anche dei valori della solidarietà, della religiosità e della giustizia.

Quando il contenuto della busta fatale, nonostante le proteste in corso, sarà comunque scrutinato nella pool station forse ne emergerà una A color sangue ricamata da portare con infamia e il sigillo su una nuova America che non sarà più la stessa di prima.

Una campagna elettorale tra le più aspre ed una partecipazione popolare senza precedenti stanno lasciando il segno indelebile in una società che sembrava ormai disinteressata alla politica con tassi di partecipazione al voto che ne ridicolizzavano il ruolo nella vita civile dei più.

La lettera scarlatta contraddistinguerà a lungo la livrea presidenziale di Joe Biden come di Donald Trump. L’eroe nazionale dai toni pacati e responsabili sarà visto come un usurpatore dell’eventuale vittoria, un inquilino abusivo a cui molti tenteranno di dare lo sfratto davanti ad ogni segno di debolezza fisica, di tradimento delle promesse elettorali, di apertura alle istanze sociali certamente inferiore a quella pretesa dalla parte più estremista degli oltre settantadue milioni di elettori finora conteggiati, di un eccesso di delega alla propria vice Kamala Harris che, probabilmente, ricoprirà tale ruolo con un’incidenza ed una visibilità molto superiore a quella prevista dalla Costituzione e dalla consolidata prassi istituzionale.

Tuttavia, nonostante le buone intenzioni, Joe Biden difficilmente sarà percepito presto come il presidente di tutti gli americani; occorreranno tempo e concreti gesti di riconciliazione sociale. Non vi riuscirono il repubblicano Abraham Lincoln dopo la frattura della Civil War né JFK nella sua strenua lotta contro gli eccessi del maccartismo che aveva diviso il Paese e il drammatico conflitto, anche familiare, con la contiguità nei confronti dello strapotere della mafia americana di quegli anni, in funzione anticomunista.  Pagarono entrambi con la vita. Forse raggiunse lo scopo il democratico Franklin Delano Roosevelt, eletto per ben quattro volte alla Casa Bianca (1932, 1936, 1940, 1944, anno della morte) ma in un contesto irripetibile quale la guerra mondiale già in corso in Europa dal 1939.

Se riconfermato, invece, il presidente attualmente in carica dovrà fare i conti con la più aspra critica con cui egli stesso sta demolendo la credibilità di un sistema elettorale mettendone in crisi la legittimità di questa tornata elettorale ed estendendo l’ombra del dubbio anche sulle precedenti dall’esito incerto fino all’ultimo nonché sull’intera architettura della democrazia americana. Una responsabilità storica affidata ad un twit, soprattutto se, alla fine,  la decisione sarà assunta nelle sedi giudiziarie che, come avviene nel diritto anglosassone, farà giurisprudenza; quello stare decisis che nei sistemi di common low è il principio generale in forza del quale il giudice è obbligato a conformarsi alla decisione adottata in una precedente sentenza nel caso in cui abbia trattato la medesima questione; lo sanno bene anche i più giovani studenti americani di legge  la cui preparazione è fondata più sulla memoria delle migliaia di sentenze, che dei principi astratti, e come tali universali,  del diritto romano.

Ed ancora più devastante sarebbe la prospettiva  se, in ultima istanza, ciò dovesse accadere in sede di pronunciamento da parte della Corte Suprema la cui decisione in favore di Trump verrebbe tacciata di parzialità,  vista la maggioranza dei giudici nominati da presidenti repubblicani nel tempo e rafforzata a pochi giorni dall’election day attraverso la nomina di Amy Cornet Barrett, immediatamente ratificata dal Senato; un’eventuale caduta di fiducia nella Corte figurerebbe come vulnus ad un’istituzione cardine della società statunitense e massima custode della Costituzione, finora abbastanza rispettata. 

In una “tragedia americana” alimentata dalla situazione drammatica dovuta alla pandemia ormai fuori controllo, la frattura sociale non sarà riassorbita presto e connoterà i prossimi quattro anni con il rischio di pericolose derive violente e l’emersione di leader locali e nazionali di minimo spessore politico ma dotati di grande potere di convocazione nei confronti di una società indebolita e impaurita. Elemento questo che generalmente indirizza verso la richiesta dell’uomo forte.

Ne ha scritto nel 2004 Philip Roth nel romanzo fantapolitico Il complotto contro l’America in cui l’autore immagina la sconfitta di Franklin Delano Roosevelt nel 1940 ad opera dell’eroe nazionale del tempo Charles Lindbergh, di manifeste simpatie verso il nazismo, entrato nel cuore degli americani per la prima trasvolata oceanica a bordo dello Spirit of St. Louis nel 1927 e la cui fama fu successivamente accresciuta dal misterioso rapimento del figlio Charles August, Baby, avvenuto nel 1932 e conclusosi con l’uccisione del piccolo. Una miscela esplosiva di popolarità in piena depressione economica, su cui Roth impianta la propria narrazione ucronica e kafkiana, ma meno grave di quella attuale, onerata da oltre 234.00 morti in meno di un anno; una cifra enorme ove si ricordi che le vittime militari statunitensi durante la seconda guerra mondiale furono 405.000 dal 1941 al 1945.

In ogni caso, la blue wave che avrebbe dovuto sommergere Trump e la sua presidenza, isolandola come un’anomalia del sistema americano, non si è vista. Il popolo di Trump è vivo, combatte e si rivela come l’altro volto del Paese, quella deep America che in Europa conosciamo poco perché non gode dell’amplificazione da parte dei media più importanti, degli intellettuali più engaged se non embedded edei giornalisti più influenti.

Strano, ove si pensi che la più grande letteratura americana dell’800 e del ‘900  è ambientata nella provincia americana di cui narra sentimenti, passioni e stili di vita che appaiono lontani in modo siderale da New York e Los Angeles, Detroit e San Francisco,  celebrati invece dal cinema e dalla televisione,  con l’eccezione di alcun capolavori isolati quali Zabriskie Point del 1970, il Cacciatore del 1978, I ponti di Madison County del 1995, I segreti di Brokeback Mountain del 2005,  fino a far perdere di vista la complessità sociologica che pure si legge nella realtà degli stati interni e delle immense distese rurali solcate dal più grande sistema stradale del Pianeta.

La genesi di quel popolo impaurito ha una data precisa nel 2008, l’anno della crisi della finanza mondiale su cui sono stati versarti fiumi d’inchiostro e srotolati chilometri di “pellicola”. Nel volgere di una notte, si rivelò la fragilità del sogno americano, ormai disancorato dalla produzione agricola e industriale ed abbarbicato al mondo fatuo delle fiabesche vicende multimiliardarie di Wall Street e dei suoi corsari.

Nel film The Company Man del 2010, un resiliente Tom Lee Jones, che pure si è arricchito con la Borsa, perdendo poi il proprio posto nella compagnia finanziaria di cui era stato co-fondatore,  racconta ad un giovane Ben Affleck, passato di colpo dal successo all’umiliante ritorno nella casa dei genitori,  il ricordo di un’economia reale e l’orgoglio degli operai che potevano toccare e vedere il prodotto per cui si erano spezzati la schiena ma grazie al quale avevano garantito ai propri figli un futuro migliore del proprio. Insieme ricominceranno da un vecchio cantiere navale dismesso e arrugginito in cui nella sequenza finale giunge al traino di un rimorchiatore la prima commessa che segnerà il rilancio di un’attività dimenticata.

Tale anima primigenia dello spirito produttivo americano, con Trump è tornata a pretendere la rinascita pur sotto sembianze populiste a cui il furbo tycoon ha fornito la propria immagine, alimentando l’odio verso un establishment che non lo ha mai ammesso nel proprio salotto buono.  Ricorda da vicino la storia di Silvio Berlusconi, snobbato dagli Agnelli, dai Pirelli, dai Marzotto,  da Marco Tronchetti Provera, da Carlo De Benedetti e ignorato per anni dal custode di quel mondo il banchiere Enrico Cuccia, scomparso con i suoi segreti venti anni fa;  la conseguenza è stata la nascita del berlusconismo, come categoria politica, approccio economico, fenomeno di costume   e prassi parlamentare,  che ha tracciato il profilo italiano per vent’anni e sembra simbolicamente concluso oggi dalla condanna definitiva dell’ ex senatore Denis Verdini ad una pena che ne prevede la reclusione.

L’esito delle elezioni sembra ormai andare in favore di Joe Biden ma incombe la controffensiva che Trump minaccia di affidare intanto ai legali nei singoli stati mentre nel suo staff già qualcuno cerca di dissuaderlo. Finita l’avventura presidenziale di Trump, durerà il trumpismo? The Donald seguirà l’esempio di Ross Perot, forte degli oltre sessantadue milioni di voti popolari e, preso atto delle simpatie decrescenti del Grand Old Party che lo ha sempre considerato un outsider, fonderà un proprio partito?

Non gli mancano le risorse economiche né i mezzi di comunicazione più seguiti dal popolo americano che, comunque, continuerà ad assicurargli le protezioni ed i privilegi connessi al ruolo di ex presidente. Anche se non dovesse farlo, la sua influenza sui media e la mobilitazione dei suoi proud guys saranno comunque a lungo una spina nel fianco dell’amministrazione Biden-Harris, fino a quando, tra quattro anni, non si avrà la vittoria chiara ed indiscutibile di un volto nuovo della politica americana di cui si avverte il bisogno già oggi in entrambi gli schieramenti.

Quali saranno gli effetti nel mondo della presidenza di Joe Biden? Nell’intervento da “quasi presidente” del 4 novembre scorso si sono intravisti progressivi distinguo rispetto all’ala radicale portatagli in dote alle primarie del settembre scorso da Bernie Sanders in misura di oltre il 26%. La tensione economica con la Cina resterà alta, mentre è immaginabile una ricomposizione dei rapporti con l’Unione Europea, in chiave anti Putin e un consolidamento del contributo USA alla NATO, alle Nazioni Unite e all’Organizzazione mondiale della Sanità, più volte sfregiate dal suo predecessore. Sulla questione ambientale dovrà destreggiarsi tra il rientro negli accordi di Parigi sul cambiamento climatico e la tenuta del sistema produttivo ancora fortemente basato sui combustibili fossili, anche tenuto conto del fatto che molti stati della cintura industriale, compresa a quanto pare anche la Pennsylvania, lo hanno appoggiato.

Sul piano dei diritti civili e del welfare si giocherà una partita decisiva. Joe Biden è un cattolico praticante e sulla questione dell’aborto dovrà camminare sui carboni ardenti, perdendo parte del suo attuale consenso, elemento che ha già messo in conto. Sulla ripresa dell’Obama Care, dovrà confrontarsi direttamente con il suo antico predecessore, attivo come non mai, che lo ha sostenuto come nessun altro former president del passato, non potendo però ignorare le potentissime lobbies delle assicurazioni nei cui fondi sono investiti da sempre miliardi di dollari dalla maggior parte degli americani, a garanzia di salute e pensioni.

Alcune aperture tuttavia saranno necessarie per fronteggiare oggi la pandemia, domani la distribuzione gratuita del vaccino anti Covid 19. Le politiche relative all’immigrazione dal sud del mondo saranno terreno di controversie interne ai democratici, preoccupati quanto i repubblicani per la rarefazione dei posti di lavoro, mentre per quanto riguarda le minoranze etniche molto si potrà fare recuperando l’antica pratica sociale delle Equal Opportunities, applicando il principio evocato dall’economista Paul Krugman secondo il quale “Se ammetti che la vita è ingiusta e che puoi fare solo così tanto sulla linea di partenza, allora puoi provare a migliorare le conseguenza di quell’ingiustizia”  Vasto programma che ribalterebbe alcuni pilastri su cui si fondano gli Stati Uniti d’America  e che,  per le molte implicazioni economiche e fiscali, sociali e politiche, filosofiche e culturali,  non può essere qui affrontato compiutamente.

Mission impossibile per Joe Biden? Non credo. Conservo ampia memoria di grandi iniziatori per sapere che, con il necessario carisma che non ha età, è possibile avviare grandi processi di trasformazione che hanno cambiato, sino ad un certo punto della Storia, il mondo lasciando sufficienti strumenti alle generazioni successive perche li portassero avanti e talvolta a compimento. Penso alla svolta del Concilio Ecumenico Vaticano II fortemente voluto da un papa considerato “di transizione” quale Giovanni XXIII e sulle cui orme, invece, hanno poi camminato i suoi successori, da Paolo VI sino a Papa Francesco. Penso a Theodor Herzl che poco prima della morte avvenuta a soli quarantaquattro anni, ebbe il tempo di fondare nel 1897 il movimento sionista per dare una patria ai milioni di ebrei delle tante diaspore, quasi presagisse l’Olocausto di cui i molti pogrom in ogni parte d’Europa erano stati per secoli una minacciosa premessa. Penso a Mustafà Kemal, Ataturk, che dalle rovine fumanti dell’impero ottomano volle la nascita di una Turchia moderna ed europea come è stata per decenni, questione curda a parte, sino all’avvento di Recep Tayyp Erdogan. E potrei continuare con Nelson Mandela, Helmut Kohl, Angela Merkel, François Mitterrand e tanti altri, tra cui pochi di altissima statura gli italiani, spesso eccellenze senza eredi, meteore presto assorbite da successiva mediocrità, come Alcide De Gasperi, Enrico Berlinguer, Ugo La Malfa, Sandro Pertini.

Esistono però, ad avviso di chi scrive, due condizioni che Joe Biden non potrà ignorare. Di una ho trovato cenno nella dichiarazione di Pier Ferdinando Casini di qualche giorno fa in merito alla necessità di contenere le ali estreme dello schieramento che lo sta sostenendo in queste ore, guidando gli Stati Uniti in una direzione che con linguaggio europeo, definiremmo più “centrista”.  Non sarebbe un risultato da poco davanti al rischio concreto di una deriva verso la destra populista, razzista e negazionista che costituisce il milieu politico di Donald Trump.

La seconda riguarda la necessità di “allevare” una nuova classe dirigente, oltre ogni familismo più o meno amorale analizzato nel 1958 dal sociologo statunitense Edward C. Bansfield nel saggio The Moral Basis of a Beckward Society ed a noi italiani noto da secoli come “nepotismo”.  Per realizzarlo, occorre superare gli eccessi dello spoil system, porvi a fondamentoil merito nelle due componenti della competenza e del possesso di soft skills, affinchè si costituisca l’ambiente in cui possano sorgere e maturare nuovi leaders. E so bene, per esperienza diretta,  come la seconda condizione sia più difficile da realizzare rispetto alla prima, poiché minaccia il delirio di onnipotenza che sempre coglie chi sta al vertice, dalla Casa Bianca ai vari palazzi della politica di casa nostra abitati da molti ras che non si rassegnano a passare la mano  ed a  favorire la crescita di nuove leve, compito assegnato dal primo capitolo di ogni manuale di leadership e regolarmente disatteso nella realtà italiana. Per svariate ragioni, non è il caso di Joe Biden ed è già un passo avanti!

Molto mi distanzia dal passato e dal presente dall’ex allievo di Arnaldo Forlani,  che pure ha osteggiato l’infausto referendum sulla riduzione del numero dei parlamentari, ma una prospettiva come quella evocata per la nuova amministrazione americana potrebbe rappresentare un compromesso dignitoso e dare il tempo necessario al sorgere di nuovi leaders consapevoli che gli Stati Uniti d’America sono giunti ad uno snodo cruciale della propria storia, del ruolo a lungo rivendicato di “poliziotto del mondo” e del destino che li ha condotti a pensare che la democrazia potesse avere solo il volto del modello americano ed essere imposta attraverso uno schiacciante potere militare in ogni parte del mondo.

Una visione novecentesca che in questi giorni deve essere lasciata al proprio tempo a vantaggio di un nuovo ruolo della più grande democrazia del mondo che, proprio perché tale, ha il dovere di tornare ad essere un esempio aperto di cui seguire lo spirito ideale e non l’egemonia politica o militare o, ancora, l’ossessione per una sicurezza nazionale che dai tempi di J. Edgar Hoover ha solo alimentato odi, sospetti e rancori. Al nuovo spirito americano contribuiranno la natalità sostenuta dagli immigrati più recenti e dei loro figli, cittadini americani per jus soli, un traguardo alle soglie del quale la civilissima Italia, guidata da un giurista ricattato da pochi “scappati di casa” ancora esita miseramente.

Se Joe Biden riuscirà ad essere il loro nonno raccontando la storia di un grande paese, le sue tante glorie ma anche le sue troppe contraddizioni e creando le condizioni perché ciascuno di essi possa essere messo nelle condizioni di vivere un giorno, per qualche anno, in quella Casa Bianca che fu abitata da Abraham Lincoln. da Franklin Delano Roosevelt, da John Fitzgerald Kennedy e da Barack Obama, allora si realizzerà il sogno dei Padri Pellegrini di un nuovo mondo di liberi ed uguali pur nelle differenze di genere, di colore della pelle,  di culture e di fedi, di censo e di condizioni fisiche (to be equal to be different ) e avranno avuto un valore i morti di Gettysburg, i ragazzi rimasti sulle spiagge delle Normandia o nelle paludi del Mekong, i neri linciati dai suprematisti di ieri e di oggi e, perfino,  le vittime innocenti dell’11 settembre di quel 2001 che avrebbe dovuto segnare l’inizio di un nuovo millennio alle cui inedite istanze non siamo ancora riusciti a dare una risposta, quasi parlasse in un codice incomprensibile a chi si ostina a portare sulle proprie spalle solo la parte peggiore del passato.

Solo allora la fiaccola della Statua della Libertà tornerà a far luce su un mondo rinnovato che non può e non deve arrendersi, in nome di nulla, ad alcun’ altra alternativa e per il quale nessun prezzo sarà mai troppo alto. La lettera scarlatta non sarà più simbolo di vergogna e di tradimento ma l’iniziale di un luogo dove si realizza una concreta pratica della democrazia delle pari opportunità e che avrà ancora tanto da proporre all’Umanità. Duecentoventi anni fa, il primo novembre del 1800,  facendo ingresso nella Casa in cui da allora in poi avrebbero abitato tutti i presidenti degli Stati Uniti d’America e dove in queste ore Trump si è asserragliato, forse sperando di negoziare l’immunità dai processi lo attendono,  John Adams, successore di George Washington,  ebbe a dire alla moglie Abigail « Prego il cielo di conferire le migliori benedizioni a questa casa e a tutto ciò che in seguito la abiterà. Possano solo uomini onesti e saggi governare sotto questo tetto.» Credo sia il migliore auspicio che possa accompagnare, in caso di vittoria definitiva, Joe Biden e quanti ancora lo seguiranno alla guida del Grande Paese.

Luigi Sanlorenzo

Palermo 1956. Di formazione filosofica, economica e scout ne ha declinato i valori nell’ambito delle analisi strategiche, delle dinamiche del cambiamento e dello sviluppo delle risorse umane, secondo gli indirizzi di Humanistic Management. Ha ricoperto incarichi di responsabilità e di consulenza presso istituti di credito e società multinazionali e ha rivestito cariche istituzionali negli anni ‘90 al Comune durante la Primavera di Palermo e sino al 2017, nell’Università degli Studi di Palermo, sino al 2015. Ha insegnato nei licei, nelle Università di Palermo, di Messina e di Macerata, presso la Scuola Superiore della Pubblica Amministrazione, ISIDA e CERISDI di cui è stato consulente del presidente. In qualità di titolare di Studiofor Management Education ha progettato e diretto per oltre dieci anni altrettanti master professionalizzanti in Direzione del Personale. E’ stato presidente regionale Sicilia e consigliere nazionale dell’Associazione Italiana Formatori (AIF, MIlano) e presidente della Commissione RYLA del Distretto Rotary 2110 Sicilia e Malta. Pubblicista iscritto all’Ordine dei Giornalisti della Sicilia, collabora con riviste specialistiche della formazione e del management e con quotidiani online. Tra i più noti esperti italiani di leadership, è presidente dell’associazione senza scopo di lucro P.R.U.A. (Progetto Risorse Umane per l’Autonomia) fondata a Palermo nel 2001. Dal 2022 è Direttore della rivista Nuovi Approdi dove riporta anche i suoi articoli precedentemente pubblicati da LoSpessore.com

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