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In morte di un uomo buono

di Luigi Sanlorenzo19 Luglio 2020
di Luigi Sanlorenzo19 Luglio 2020
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[L’incontro di Ettore con Andromaca – dipinto neoclassico di Gaspare Landi (1756-1830)]

Tra i tanti accostamenti che il sacrificio di Paolo Borsellino ha richiamato in questi ventotto anni, ho sempre trovato toccanti i versi senza tempo dell’Iliade che nel XXII Libro descrivono la morte di Ettore, figlio di Priamo re di Troia e fratello di Paride, per mano di Achille, furente per l’uccisione di Patroclo che ne aveva indossato le armi per andare a combattere contro gli assediati,  incrociando la spada con l’inconsapevole principe troiano.

“Ahi! Davvero gli dèi mi chiamano a morte.
Credevo d’aver accanto il forte Deifobo:
ma è fra le mura, Atena m’ha teso un inganno.
M’è accanto la mala morte, non è più lontana,
non è inevitabile ormai, e questo da tempo era caro
a Zeus e al figlio arciero di Zeus, che tante volte
m’han salvato benigni. Ormai m’ha raggiunto la Moira.
Ebbene, non senza lotta, non senza gloria morrò,
ma compiuto gran fatto, che anche i futuri lo sappiano”

Omero, Iliade, XXII Libro

Nei versi omerici sono rintracciabili alcune similitudini con la vita e la morte del giudice siciliano che quest’anno avrebbe compiuto ottant’anni, immolatosi insieme a cinque dei componenti della scorta, gli agenti Agostino Catalano, Walter Eddie Cosina, Emanuela Loi, Claudio Traina e Vincenzo Fabio Li Muli il 19 luglio del 1992 in via D’Amelio.

Già dai primi versi del brano è contenuta la forte denuncia dell’isolamento sperimentato in più occasioni in cui Borsellino comprese di essere già stato abbandonato da molti esponenti di quelle Istituzioni in nome delle quali aveva sempre combattuto la mafia e soprattutto gli elementi di sottovalutazione del fenomeno che, prima della strage di Capaci, si erano radicati:

 “L’illusione  di aver sconfitto la criminalità mafiosa costò negli anni ‘70 un vuoto di indagini per un decennio, al termine del quale, non per scelta, ma per necessità inderogabile, divenne indispensabile tentare di recuperare il tempo perduto con lo strumento del maxiprocesso, i cui denigratori farebbero bene a ricordare che maxi esso non sarebbe stato se non fosse stato necessario affrontare il problema di una organizzazione criminale di proporzioni gigantesche, cresciuta a dismisura tra l’indifferenza generale o l’assuefazione alle più efferate forme di violenza […].

 Coloro i quali avevano superficialmente o forse talvolta anche in mala fede, salutato le iniziative giudiziarie a cavallo degli anni 1984 e 1985, non come l’inizio di una adeguata risposta statuale allo straripare incontrollato della violenza e della potenza di Cosa Nostra, bensì come una conclusiva risposta alla “emergenza mafiosa” avevano finito per alimentare una pericolosissima illusione […]: cessata l’emergenza (sono diminuiti gli omicidi, vengono catturati i latitanti e il maxiprocesso procede regolarmente nelle sue tappe dibattimentali) è venuta meno la necessità di una straordinaria risposta dello Stato e occorre ripiegare sulla “normalizzazione.

 Noi rifiutiamo il concetto di “emergenza nella lotta alla criminalità mafiosa e riteniamo pertanto senza significato valido i costanti richiami alla “normalizzazione”. La risposta dello Stato deve essere continua e costante nel rispetto doveroso delle garanzie del cittadino. Non sono consentiti allentamenti di impegno e di tensione, non perniciose illusioni di cessata pericolosità solo in presenza di un calo statistico degli episodi di violenza, per altro niente affatto scomparsi”

 Parole roventi per quelle zone oscure del potere nazionale e locale a cui faceva comodo mantenere inalterati rapporti di complicità con le famiglie mafiose, spesso tramandatesi di padre in figlio, da entrambe le parti. Parole che generarono un isolamento ancora maggiore di quello che era toccato a Giovanni Falcone e che esprimevano la certezza di essere destinato a fare la stessa fine.

 Prima di una parziale ammissione durante la deposizione al processo Mori, il Ministro dell’Interno di allora, Nicola Mancino, aveva negato a più riprese l’incontro al Viminale con Borsellino, arrivando a sostenere di non ricordare di aver stretto o meno la mano al giudice che sarebbe poi stato assassinato

Dopo la notizia dell’indagine a suo carico per falsa testimonianza, Mancino, che fu anche vice presidente del Consiglio Superiore della Magistratura, reagì con tranquillità “Non mi sorprende la notizia della mia iscrizione nel registro degli indagati. Il teorema che lo Stato, e non pezzi o uomini dello Stato, abbia trattato con la mafia è vecchio di almeno venti anni, ma non c’è ancora straccio di prova che possa confortarlo di solidi argomenti. Per quanto mi riguarda, sono stato ministro dell’Interno e ho difeso lo Stato dagli attacchi della mafia, che ho combattuto con fermezza e determinazione”.

Eppure, era compito primario di quel Dicastero adottare misure eccezionali per proteggere colui che aveva raccolto il testimone di Falcone e che invece rimasero quelle precedenti all’attentato di Capaci.

D’altronde cosa aspettarsi da uno Stato che aveva addebitato ai due magistrati “fratelli” le spese di soggiorno dal 5 al 30 agosto 1985 nel penitenziario dell’Isola dell’Asinara in cui si erano rifugiati con le rispettive famiglie, per redigere l’atto di accusa del maxiprocesso a Cosa Nostra?

La “macchina del fango” peraltro si era messa in moto già dal 19 dicembre 1986 quando Borsellino era stato nominato Procuratore della Repubblica di Marsala: non si tenne conto del canonico criterio dell’anzianità di servizio, Borsellino ottenne il posto grazie alla sua indubbia preparazione ed esperienza nel campo dell’antimafia. Il fatto scatenò la polemica sui “Professionisti dell’Antimafia” innescata da un articolo di Leonardo Sciascia apparso sulCorriere della Seradel 10 gennaio 1987. L’antimafia come strumento di potere: lo scrittore siciliano fu un visionario nel denunciare una simile degenerazione, ma sbagliò senza dubbio bersaglio e successivamente ne soffrì molto.

Quell’articolo fu definito anni dopo dallo stesso Borsellino, in occasione del convegno organizzato dalla rivista MicroMega nell’atrio della Biblioteca Comunale di Palermo il 25 giugno 1992, come l’inizio della fine di Giovanni Falcone e, come intuiva, della propria. Chi scrive era presente a quell’ultimo messaggio disperato e molti anni dopo si è rivisto dietro una delle colonne, in un’immagine d’archivio dello splendido libro fotografico, pubblicato in memoria di quell’evento.

La morte di entrambi doveva essere spettacolarizzata come lo stesso Borsellino disse quella sera: “Deve essere eliminato l’opinione pubblica lo deve sapere, lo deve conoscere, il pool antimafia deve morire davanti a tutti, non deve morire in silenzio”. E spettacolo tremendo fu, non una ma due volte.

 Come l’Ettore omerico, Borsellino aveva il culto della famiglia cui riservava ogni possibile attenzione circondandosi dell’affetto della moglie Agnese e dei figli Manfredi, Fiammetta e Lucia. Il suo commiato frettoloso ma tenerissimo ricorda l’addio da Ettore alla moglie Andromaca e al figlio Astianatte prima di andare incontro al sacrificio, ritratto dal pittore neo classico Gaspare Landi.

Fu proprio tale dedizione a far scattare la trappola in cui è evidente che molteplici furono gli attori che la confezionarono e non tutti siciliani. Quel pomeriggio infatti, lasciati i familiari a Villagrazia di Carini, si recò dalla madre per accompagnarla ad una visita specialistica, in una via D’Amelio priva della zona rimozione adeguata a prevenire simili attentati, pure messa in atto altrove dopo l’autobomba, anch’essa collocata in una Fiat 126, che aveva ucciso il giudice Rocco Chinnici il 29 luglio 1983 in via Giuseppe Pipitone Federico.

Un altro mistero della strage di via D’Amelio su cui non si è ancora fatta luce e del quale forse un giorno si perderà memoria come dell’inseparabile Agenda Rossa, sottratta alle fiamme da un ufficiale dei Carabinieri e poi scomparsa e della presenza di troppi personaggi inquietanti sul luogo della strage.

La consapevolezza della morte incombente e tragicamente inevitabile accompagnava Borsellino ormai da settimane e neanche la notizia giuntagli e comunicata ai più stretti collaboratori circa l’arrivo a Palermo dell’esplosivo a lui destinato fu sufficiente a salvarlo.

 “Oltre che magistrato, io sono testimone, avendo vissuto a lungo la mia esperienza di lavoro accanto a Giovanni Falcone, avendo raccolto tante sue confidenze, prima di parlare in pubblico anche delle opinioni, anche delle convinzioni che io mi sono fatte debbo per prima cosa riferirli all’autorità giudiziaria, che è l’unica in grado di valutare quanto queste cose che io so possono essere utili alla ricostruzione dell’evento che ha posto fine alla vita di Giovanni Falcone, e che soprattutto, nell’immediatezza di questa tragedia, ha fatto pensare a me, e non soltanto a me, che era finita una parte della mia e della nostra vita”.

“M’è accanto la mala morte, non è più lontana, non è inevitabile ormai, e questo da tempo era caro a Zeus e al figlio arciero di Zeus, che tante volte m’han salvato benigni.” Canta malinconico e triste Ettore per bocca di Omero.

Avrebbe potuto salvarsi? Certamente. Sarebbe stato sufficiente lasciare Palermo, entrare in un programma di protezione, abbandonare la Magistratura, andare a vivere altrove sotto falsa identità.  Solo chi lo ha conosciuto può definire come assurde tali ipotesi e irricevibili eventuali proposte in tal senso che nessuno osò mai fargli.

La sua risposta attraverso la storia della sua vita e la cronaca dei suoi ultimi giorni fu la stessa di Ettore:“Ebbene, non senza lotta, non senza gloria morrò, ma compiuto gran fatto, che anche i futuri lo sappiano”.

Accostamento ardito? Non credo. Gli eroi di ogni tempo parlano tutti la stessa lingua e nutrono i medesimi sentimenti che attraversano il tempo e lo spazio con l’unico obiettivo di raggiungere i nostri cuori, nonostante l’indifferenza e la durezza che spesso li circonda. Ed è solo ad essi che dobbiamo la sopravvivenza morale della nostra specie che rasenta ogni giorno il baratro della desertificazione dell’anima.

Sono passati oltre tremila anni dalle vicende narrate da Omero e mai dimenticate perché tramandate attraverso i millenni ed apprese dai più giovani sui banchi di scuola. Sarà così anche per Paolo Borsellino? Non possiamo saperlo. Noi che gli fummo contemporanei faremo di tutto per farlo rivivere nella memoria quotidiana dei nostri figli e nipoti, come già per i posteri in ogni altra parte del mondo egli è entrato a pieno titolo nella Storia dell’Umanità.

Luigi Sanlorenzo

Palermo, classe 1956. Di formazione filosofica, economica e scout ne ha declinato i valori nell’ambito delle analisi strategiche, delle dinamiche del cambiamento e dello sviluppo delle risorse umane, secondo gli indirizzi di Humanistic Management. Ha ricoperto incarichi di responsabilità e di consulenza presso istituti di credito e società multinazionali e ha rivestito cariche istituzionali negli anni ‘90 al Comune durante la Primavera di Palermo e sino al 2017, nell’Università degli Studi di Palermo, sino al 2015. Ha insegnato nei licei, nelle Università di Palermo, di Messina e di Macerata, presso la Scuola Superiore della Pubblica Amministrazione, ISIDA e CERISDI di cui è stato consulente del presidente. In qualità di titolare di Studiofor Management Education ha progettato e diretto per oltre dieci anni altrettanti master professionalizzanti in Direzione del Personale. E’ stato presidente regionale Sicilia e consigliere nazionale dell’Associazione Italiana Formatori (AIF, MIlano) e presidente della Commissione RYLA del Distretto Rotary 2110 Sicilia e Malta. Pubblicista iscritto all’Ordine dei Giornalisti della Sicilia, collabora con riviste specialistiche della formazione e del management e con quotidiani online. Tra i più noti esperti italiani di leadership, è presidente dell’associazione senza scopo di lucro P.R.U.A. (Progetto Risorse Umane per l’Autonomia) fondata a Palermo nel 2001. Dal 2022 è Direttore della rivista Nuovi Approdi dove riporta anche i suoi articoli precedentemente pubblicati da LoSpessore.com. Domenica 19 Luglio 2026 Luigi Sanlorenzo ci ha lasciato dopo una lunga e sofferta malattia. Fine intellettuale dalla specchiata cultura, ha reso un prezioso punto di riferimento nei suoi articoli e nelle sue analisi culturali e sociali che oggi acquisiscono un ulteriore valore aggiunto che preserveremo il più possibile.

Luigi SanlorenzoSud

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