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Houston, abbiamo un problema…

di C. Alessandro Mauceri
[Foto dal sito 3bmeteo.com]

Con questa celebre frase, pronunciata da uno degli astronauti dell’Apollo13, ebbe inizio la drammatica vicenda che portò (fortunatamente) al salvataggio dell’equipaggio. A gestire tutto furono i tecnici della base spaziale americana a Houston in Texas, uno degli stati più ricchi degli USA. Ma anche uno di quelli con maggiori problemi.

A far scattare l’allarme, la scorsa settimana, è stata quella che alcuni hanno definito “esplosione artica”: le temperature sono precipitate improvvisamente e, in molte zone dello stato, il paesaggio si è rapidamente trasformato in un inferno ghiacciato. Le condutture idriche si sono congelate e molti si sono trovati a dover sciogliere il ghiaccio per avere acqua da bere. In diverse zone del paese si sono verificati blackout, che sono peggiorati progressivamente giorno dopo giorno (forse a causa della crescita esponenziale della domanda per riscaldare gli ambienti). All’inizio, l’operatore della rete energetica statale, Ercot, ha cercato di far fronte all’emergenza fornendo energia in modo razionato. Poi ha dovuto arrendersi. Da un giorno all’altro più di 2,9 milioni di persone, in Texas, si sono ritrovati senza corrente elettrica. Il Texas è forse lo stato americano dove si estrae più petrolio. Ricevere l’energia elettrica (in questo stato per la maggior parte prodotta con combustibili fossili) solo per 10 minuti ogni ora è a dir poco sorprendente.

A questo punto, la gente è stata costretta a scendere in strada per cercare qualcosa da bruciare per riscaldarsi e per cucinare, aumentando così il rischio di scatenare incendi. Perfino lanciare l’allarme è stato un problema: l’unico collegamento con il mondo esterno, la connessione tramite internet, ha avuto problemi.

In poche ore, uno degli stati più ricchi degli USA ha dimostrato di essere incapace di far fronte alle emergenze. A venire meno sono state tutte le risorse primarie: fonti energetiche, acqua potabile (le condutture si sono ghiacciate e sono scoppiate), cibo (una delle maggiori catene di alimentari del Texas, HEB, ha cercato di ricorrere al – poco – sostegno fornito dal governo statale) e vie di comunicazione.

A questo si è aggiunta la mancanza di una leadership politica: mentre milioni di persone si congelavano senza accesso al cibo o all’acqua o ai servizi essenziali, uno dei due senatori che rappresentano questo stato a Washington, Ted Cruz, repubblicano, ha preferito andare a crogiolarsi al calduccio nella soleggiata Cancún, in Messico, scatenando ulteriori, giustificatissime, polemiche.

La situazione in Texas non sembra destinata a migliorare nel breve periodo: dopo che il gelo sarà passato e il ghiaccio si sarà scongelato, le autorità dovranno fare i conti con lesioni ed enormi crepe nelle condutture (causate dall’espansione del ghiaccio). Man mano che i tubi si scongelano in alcune zone del Texas settentrionale si stanno già verificando problemi con conseguenti allagamenti nelle abitazioni e nuove interruzioni nelle forniture.

Il punto è che, negli USA (come nella maggior parte dei paesi “sviluppati” del pianeta), la popolazione pensa che le autorità hanno previsto tutto, che esistono piani per le emergenze, che le infrastrutture e i servizi sono “resilienti” (mai parola fu più usata e abusata come in questo periodo fu più pertinente), ovvero che siano in grado di sopportare sollecitazioni e sforzi anomali per un breve periodo. Quanto sta avvenendo in Texas dimostra, per l’ennesima volta, che la realtà è completamente diversa: i governi fanno poco o nulla per prevenire o essere pronti ad affrontare eventi critici (molti dei quali ripetuti o addirittura ciclici, quindi, facilmente prevedibili). Sia i governi centrali, spesso troppo impegnati in beghe politiche senza senso, che quelli locali: proprio in Texas è comune sentire la frase “pick yourself up by your bootstraps”, tirati fuori da solo dai guai. Ma in una società complessa, come quella in cui si vive nelle grandi città, l’autosufficienza è difficile (se non impossibile) a causa della interdipendenza e da servizi essenziali centralizzati.

Per questo, sarebbe essenziale per chi governa (a tutti i livelli) predisporre piani di emergenza, facendo tesoro delle esperienze passate. Quella che ha colpito il Texas negli ultimi giorni “è la versione invernale dell’uragano Harvey”, ha detto il governatore del Texas Greg Abbott, “impareremo anche da questo, e troveremo strategie per assicurarci che ci siano fonti di energia ed energia disponibili in modo che cose come questa non accadano più”. In realtà, sembra che gli americani non abbiano imparato nulla dal passato. Da eventi come il disastro di New Orleans del 2005, che si lasciò alle spalle decine di migliaia di morti (tra le emergenze ci fu perfino la mancanza di sacchi dove mettere i cadaveri!).

Spesso i vertici delle istituzioni mostrano di essere incapaci di far fronte alle emergenze: Michael Bates, direttore generale di Energy presso Intel, ad Austin, ha dichiarato che sua madre “ha 86 anni e vive come una donna pioniera davanti al camino”. Girare per le strade del centro di Houston e vedere i grattacieli vuoti ma illuminati mentre più di 1,3 milioni di persone cercano di sopravvivere senza energia elettrica è anacronistico: in uno degli stati più ricchi di petrolio degli USA, le autorità hanno dovuto giustificare la propria incapacità nella gestione dell’emergenza dicendo che alcuni quartieri erano riusciti a evitare i blackout perché erano vicini a ospedali o altre infrastrutture “critiche”. Lo stesso Bates ha dovuto ammettere che una distribuzione “irregolare” delle interruzioni non dovrebbe esistere in un sistema dotato di una rete intelligente. “Il settore potrebbe vederlo come altamente complesso, ma le soluzioni e la tecnologia da adottare non sono affatto complicate”, ha dichiarato Bates.

Il punto è proprio questo: non sono le tecnologie a mancare. Così come non è impossibile predisporre misure e piani di emergenza per far fronte a momenti di crisi (quelle vere, non le crisi politiche cui ci hanno abituati i nostri governanti: si pensi al piano sanitario per la pandemia che, in Italia, era fermo dal 2006). Invece, ogni volta che si verifica un’emergenza, come un periodo di freddo estremo o una esondazione o un terremoto o – perché no?! – un’epidemia, le autorità dimostrano di non essere in grado di agire in modo rapido ed efficiente. Di non essere capaci di affrontare le emergenze predisponendo piani di gestione dei disastri (in Italia, ad esempio, i piani per il rischio sismico e idrogeologico ci sono, sono aggiornati e disponibili, eppure…). “Concentrarsi su come affrontare le emergenze, in termini di fornitura effettivamente di servizi alle persone è forse più produttivo che pensare a aggiornamenti specifici alla rete, a volte”, ha dichiarato Emily Grubert, docente di ingegneria ambientale presso il Georgia Institute of Technology.

A che serve avere migliaia di pagine di piani per le emergenze e poi accorgersi che sono obsoleti o chiusi in un cassetto o su un computer e nessuno è in grado di far fronte concretamente alle emergenze. Poco importa se si tratta di fornire acqua potabile e cibo (una delle prime misure adottate dal nuovo presidente Biden è stata inviare in Texas pasti caldi e bottigliette d’acqua), o mascherine e vaccini o di garantire scuole sicure (in Italia, ad esempio, una parte considerevole degli istituti scolastici sorgono in zone ad elevato rischio idrogeologico o sismico). Quello che manca è sapere come affrontare realmente le emergenze e la fase post emergenze (non meno importante, come abbiamo visto). E saperlo prima che queste emergenze si verificano. Gli astronauti dell’Apollo 13 si salvarono proprio grazie a questo: i tecnici di Houston sapevano (o avevano le competenze per farlo) come risolvere i problemi sull’Apollo13. Quanto sta accadendo in questi giorni a Houston (e in altre città del Texas ma anche nel resto del mondo con la pandemia) dimostra che decenni e secoli di esperienza non sono bastati per imparare a gestire questi momenti critici. Non solo quelli nello spazio, ma anche una semplice gelata. Lo dimostra il fatto che, in questi giorni, sono milioni i cittadini americani a dire “Houston, abbiamo un problema”.

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