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Rifare il mondo: un patto globale per l’educazione

di Luigi Sanlorenzo

All’origine delle odierne frammentazioni e contrapposizioni, spesso sfocianti nelle più varie forme di conflitto, si nasconde la paura della diversità. Ricostruire i tessuti dell’unità e dell’incontro, quindi, richiede al pensiero di compiere un balzo in avanti e di modificare radicalmente la sua logica abituale. E’questo l’intento del Patto Globale per l’Educazione che Papa Francesco sta lanciando a tutte le comunità umane e che rappresenta una potente visione interculturale e interreligiosa senza precedenti.

Ne offro ampi stralci ai lettori de Lo Spessore, indicando che il testo completo e le proposte operative ad ogni livello sono disponibili nel sito educationglobalcompact.org.

Fino a che la diversità e la differenza vengono considerate ostili all’unità, allora la guerra sarà sempre alle porte, pronta a manifestarsi in tutta la sua carica distruttiva. Il primo principio indispensabile per la costruzione di un nuovo umanesimo è dunque quello dell’educazione a un nuovo pensiero, capace di tenere insieme l’unità e la diversità, l’uguaglianza e la libertà, l’identità e l’alterità.

Perciò, affinché germogli il fiore di un nuovo stile educativo «è necessario arrivare là dove si formano i nuovi racconti e paradigmi». In una parola, si tratta di comprendere che le diversità non solo non sono un ostacolo all’unità, non solo non la destabilizzano, ma – al contrario – le sono indispensabili, sono il suo orizzonte di possibilità: unità e differenza non si escludono, anzi si implicano. In caso contrario, saremmo di fronte a un’unità soffocante, che uccide l’alterità, rendendo impossibile l’altro, ma anche sè stessa; oppure sperimenteremmo un disordine caotico, nel quale le identità individuali sono reciprocamente indifferenti l’una all’altra, rendendo impossibile qualsiasi incontro.

Occorre quindi esercitare quel pensiero che articola l’unità nella distinzione e che considera la differenza come una benedizione per la propria identità e non come un pesante impedimento alla realizzazione di sé.

Il lavoro educativo deve intervenire, innanzitutto, a questo livello, poiché – come ha ricordato Papa Francesco in occasione della sua visita all’Università di Roma Tre – «le guerre cominciano dentro di noi quando non siamo in grado di aprirci verso gli altri, quando non siamo in grado di parlare con gli altri», quando – in altri termini – l’alterità viene considerata come un ostacolo all’affermazione dell’identità.

Nella prassi educativa, il nuovo pensare inaugura, di conseguenza, un esercizio dialogico a tutto campo, che coinvolge liberamente chiunque desideri operare per una autentica cultura dell’incontro, dell’arricchimento reciproco e dell’ascolto fraterno: «Anche nelle dispute, che costituiscono un aspetto ineliminabile della vita, bisogna sempre ricordarsi di essere fratelli e perciò educare ed educarsi a non considerare il prossimo come un nemico o come un avversario da eliminare» (Messaggio per la Giornata Mondiale della Pace, 1 gennaio 2014), perché se «il cuore è veramente aperto a una comunione universale, niente e nessuno è escluso da tale fraternità» (Laudato si’, n. 92).

In tal senso, risulta di cruciale rilevanza il ruolo del dialogo tra le religioni, poiché «è una condizione necessaria per la pace nel mondo, e pertanto è un dovere per i cristiani, come per le altre comunità religiose» (Evangelii gaudium, n. 250). È proprio nella prassi dialogica, infatti, che «impariamo ad accettare gli altri nel loro differente modo di essere, di pensare e di esprimersi. Con questo metodo, potremo assumere insieme il dovere di servire la giustizia e la pace, che dovrà diventare un criterio fondamentale di qualsiasi interscambio. Un dialogo in cui si cerchi la pace sociale e la giustizia è in sé stesso, al di là dell’aspetto meramente pragmatico, un impegno etico che crea nuove condizioni sociali» (ibid.). Alla luce di queste considerazioni, non possiamo non evidenziare che un tale pensiero del dialogo e della pace debba sempre di più illuminare e orientare coloro che i cittadini hanno eletto alla gestione politico-economica della società civile. Non si dà mai autentica azione politica al di fuori di un pensiero e di una prassi del dialogo e della pace.

La «disgregazione psicologica», dovuta in particolar modo alla menzionata pervasività delle nuove tecnologie, è indicata dal Papa nel suo Messaggio per il lancio del Patto Educativo Globale come una delle problematiche educative più urgenti.

L’attenzione, in particolare di bambini e ragazzi, è oggi costantemente attratta da stimoli rapidi e molteplici, che rendono difficile imparare ad abitare il silenzio. Il tempo e lo spazio necessari al giovane per familiarizzare con i propri desideri e con le proprie paure sono sempre più riempiti da interazioni continue e attraenti, che seducono e tendono a colmare ogni momento della giornata. Interazioni, peraltro, che alimentano la razionalità calcolante, strumentale, tecnicistica (quella del come), e non la razionalità che risponde al senso profondo delle cose e della vita (quella del perché).

Nella grande ricchezza di stimoli, si sperimenta dunque, per così dire, una profonda povertà di interiorità, una difficoltà crescente a sostare, a riflettere, ad ascoltare e ad ascoltarsi. La diversità e la velocità degli stimoli digitali spesso «conduce a perdere il senso della totalità, delle relazioni che esistono tra le cose, dell’orizzonte ampio, senso che diventa irrilevante» (Laudato si’, 110).

Occorre allora concentrarsi oggi sull’educare le domande dei giovani, prioritarie rispetto al fornire risposte: si tratta di dedicare tempo e spazio allo sviluppo delle grandi questioni e dei grandi desideri che abitano i cuori delle nuove generazioni, che da un sereno rapporto con sé possano condurre alla ricerca del trascendente. Nel Documento sulla Fratellanza Umana per la Pace Mondiale e la Convivenza Comune si ricorda, su questo tema, «l’importanza del risveglio del senso religioso e della necessità di rianimarlo nei cuori delle nuove generazioni».

La questione della frammentazione dell’identità, o della difficoltà nel costruire una visione di sé unitaria, è sottolineata con forza da psicologi ed educatori, che riscontrano in particolare nelle nuove generazioni una presenza crescente di sofferenze legate proprio a tale problema.

Le indicazioni date da Papa Francesco in Laudato si’ riguardo la cultura dello scarto offrono uno spunto utile per entrare ulteriormente in profondità nella questione; si legge, infatti, che «la cultura dello scarto, colpisce tanto gli esseri umani esclusi quanto le cose» (n. 22). Tra le persone maggiormente colpite dalla cultura dello scarto vengono ricordati gli anziani e i bambini: nella logica del consumo i primi vengono scartati perché non più produttivi, i secondi perché non ancora produttivi. Tuttavia, una società che mette da parte gli anziani è una società che rifiuta di confrontarsi con il proprio passato, con la propria memoria e con le proprie radici: «I vecchi sono la saggezza. E che i vecchi imparino a parlare con i giovani e i giovani imparino a parlare con i vecchi. Loro hanno la saggezza di un paese, i vecchi»

D’altra parte, lo scarto dell’infanzia mostra invece una povertà di speranza, di visione e di futuro, dal momento che i bambini «portano il loro modo di vedere la realtà, con uno sguardo fiducioso e puro» Sicché, così come un presente è povero senza passato e futuro, così anche un’identità personale, senza gli altri, è vuota, perché senza memoria e senza prospettiva. Ecco quindi perché, impoverito di anima e privo di speranza, l’uomo contemporaneo affronta insicurezza e instabilità.

Occorre allora formare persone capaci di ricostruire i legami interrotti con la memoria e con la speranza nel futuro, giovani che, conoscendo le proprie radici ed essendo aperti al nuovo che arriva, sappiano ricostruire un’identità presente più serena.

Oggi, quest’ultimo invito è rivolto a tutti coloro che hanno responsabilità politiche, amministrative, religiose ed educative: è tempo di ascoltare il grido che sale dall’intimo del cuore dei nostri giovani. È un grido di pace, un grido di giustizia, un grido di fratellanza, un grido di indignazione, un grido di responsabilità e di impegno al cambiamento rispetto a tutti i frutti perversi generati dall’attuale cultura dello scarto.

Ed è proprio nella forza di questo grido dei giovani – che trova sempre più spazio nelle numerose manifestazioni cui essi danno vita – che tutti, specialmente coloro che sono impegnati in ambito educativo, debbono trovare la forza per alimentare quella rivoluzione della tenerezza che salverà il nostro mondo sin troppo ferito. Emerge in tutto il suo vigore, quindi, l’esigenza di stimolare il fascino di un sano rischio e di risvegliare l’inquietudine per la realtà. Osare tale inquietudine è rischiare quell’uscita da sé che comporta «correre il rischio dell’incontro con il volto dell’altro, con la sua presenza fisica che interpella, col suo dolore e le sue richieste, con la sua gioia contagiosa in un costante corpo a corpo».

Solo così il desiderio riprende slancio e diventa protagonista della propria esistenza, educandosi a stili di vita consapevoli e responsabili. È proprio usando bene il proprio spazio di libertà, infatti, che si contribuisce alla crescita personale e comunitaria: «non bisogna pensare che questi sforzi non cambieranno il mondo. Tali azioni diffondono un bene nella società che sempre produce frutti al di là di quanto si possa constatare, perché provocano in seno a questa terra un bene che tende sempre a diffondersi, a volte invisibilmente»

Il terzo atto di coraggio richiesto, infine, da Papa Francesco è quello di formare persone disponibili a mettersi al servizio della comunità. Una tale indicazione, in verità, getta la giusta luce su un elemento davvero decisivo di ogni gesto educativo: nessun educatore riesce pienamente nella propria azione educativa se non si impegna a formare e a plasmare, in coloro che sono affidati alle sue cure, una piena e reale disponibilità al servizio degli altri, di tutti gli altri, di tutta la comunità umana, a partire da coloro che più presentano una situazione di fatica e di sfida.

Il vero servizio dell’educazione è l’educazione al servizio. Del resto, anche la ricerca educativa riconosce con sempre maggior chiarezza la dimensione centrale del servizio al prossimo e alla comunità come strumento e come fine dell’educazione stessa, pensiamo ad esempio al grande sviluppo della didattica del Service Learning. Questo genere di ricerche sta mostrando come il servizio possa essere non solo un’attività formativa tra le altre (l’importanza del volontariato nella formazione dei giovani è ben riconosciuta), ma più radicalmente come esso possa diventare il metodo fondamentale attraverso il quale tutte le conoscenze e le competenze possono essere trasmesse e acquisite.

Potremmo indicare questo processo come uno sviluppo da un’educazione al servizio verso un’educazione come servizio, secondo la quale il prossimo è sia la via che la meta del cammino dell’educazione. Lasciamo, infine, un’ultima parola di riflessione ad Hannah Arendt, la quale ha saputo in modo efficace e sintetico indicare quel che c’è veramente in gioco in ogni gesto educativo. «L’educazione è il momento che decide se noi amiamo abbastanza il mondo da assumercene la responsabilità e salvarlo così dalla rovina, che è inevitabile senza il rinnovamento, senza l’arrivo di esseri nuovi, di giovani. Nell’educazione si decide anche se noi amiamo tanto i nostri figli da non estrometterli dal nostro mondo lasciandoli in balia di sè stessi, tanto da non strappargli di mano la loro occasione d’intraprendere qualcosa di nuovo, qualcosa d’imprevedibile per noi; e prepararli invece al compito di rinnovare un mondo che sarà comune a tutti».

Mentre con gli ultimi sussulti violenti tramontano le ideologie e sulla scena del mondo tardano a comparire nuove guide morali e politiche, l’iniziativa del Pontefice, che si integra magistralmente con gli obiettivi dell’Agenda 20-30 delle Nazioni Unite, sembra riempire un vuoto che appare ogni giorno sempre più ampio e disperante.

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