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JFK, un uomo più grande del tempo che visse

di Luigi Sanlorenzo
John Fitzgerald Kennedy (1917 – 1963)

Mentre risuonano gli ultimi patetici tweet di Donald Trump e Joe Biden si prepara alla cerimonia di insediamento che avverrà il 20 gennaio, in questa fine di novembre non possiamo non ricordare che in un soleggiato pomeriggio texano,  uno dei più brillanti cervelli del mondo Occidentale veniva straziato da un colpo di fucile Carcano Mod. 91/38 appoggiato da Lee Harvey Oswald ad una finestra del Texas School Book Depository di Dallas. Oggi ricorrono cinquantasette anni da allora.

Nel volgere di pochissimi secondi e tra l’orrore della folla che faceva ala al corteo presidenziale, si chiudeva l’esistenza di John Fitzgerald Kennedy, JFK,  il primo Presidente degli Stati Uniti di religione cattolica ma anche il primo presidente statunitense ad essere nato nel XX secolo ed il più giovane a morire ricoprendo la carica. Senatore del Massachusetts e candidato del Partito Democratico, aveva vinto le elezioni presidenziali del 1960, succedendo al  repubblicano Dwight D. Eisenhower e battendo in un famosissimo dibattito il vice presidente uscente Richard Nixon, il primo evento della specie nella storia mondiale della televisione, che avrebbe fatto scuola per generazioni di giornalisti e di spin doctors:  un mito fondativo della comunicazione contemporanea.

La breve presidenza, in epoca di guerra fredda, fu segnata da alcuni eventi molto rilevanti: lo sbarco fallito nella Baia dei porci, la crisi dei missili di Cuba, la costruzione del Muro di Berlino, la conquista dello spazio, gli antefatti della Guerra del Vietnam e l’affermarsi del movimento per i diritti civili degli afroamericani. Un clima descritto molto fedelmente da Roger Donaldson nel film Thirteen Days del 2000.

La popolarità, già altissima in vita, si trasformò presto in una leggenda, le circostanze della sua morte rappresentano ancora oggi uno dei più grandi misteri della Storia e nelle oltre cinquantamila pagine prodotte dalla Commissione Warren istituita pochi giorni dopo l’attentato dal Senato non vi sono altro che ipotesi. Lo splendido film di Oliver Stone JFK-Un caso ancora aperto ha portato sugli schermi nel 1991 quegli anni.

Per la prima volta un presidente USA era entrato nei cuori e nelle menti dei giovani di tutto il mondo, quale simbolo di una svolta epocale impressa al proprio tempo.

La prima, vera, svolta culturale dopo la fine della Seconda Guerra Mondiale il cui esito, dopo un breve periodo di entusiasmo, aveva lasciato il posto al gelo della Guerra Fredda e all’equilibrio del terrore, giocato pericolosamente sulla costante minaccia della distruzione dell’Umanità. Uno dei problemi interni agli Stati Uniti più pressanti durante l’era Kennedy fu la turbolenta conclusione, almeno sul piano legislativo, della discriminazione razziale. La Corte Suprema statunitense si era pronunciata nel 1954 contro la segregazione razziale nelle scuole pubbliche, vietandola; tuttavia c’erano molte scuole, soprattutto negli stati meridionali, che non rispettavano questa decisione. Rimanevano inoltre in vigore le pratiche di segregazione razziale sugli autobus, nei ristoranti, nei cinema e negli altri spazi pubblici.

Migliaia di statunitensi di tutte le razze ed estrazioni sociali si unirono per protestare contro questa discriminazione. Kennedy sostenne l’integrazione razziale ed i diritti civili e chiamò inoltre a sé durante la campagna elettorale del 1960 la moglie dell’imprigionato reverendo Martin Luther King Jr., guadagnandosi il consenso della popolazione nera alla propria candidatura. Successivamente, da presidente, temette che i movimenti dal basso avrebbero potuto irritare troppo i bianchi del sud ed inizialmente tese ad ostacolare il passaggio delle leggi sui diritti civili attraverso il Congresso, dominato da Democratici del Sud, allontanandosi dalle posizioni dei movimenti più estremisti.

JFK ribaltò l’immagine abbastanza incolore che, ad eccezione dei due Roosevelt (Teddy e Franklin D.), aveva caratterizzato i Presidenti dei precedenti 100 anni. Infatti sia “Jack” che la moglie Jacqueline Bouvier,  molto giovani in confronto alle precedenti coppie presidenziali, divennero figure molto popolari.  Venne loro tributata un’attenzione più simile a quella riservata a cantanti rock ed a stelle del cinema, più che ad un politico ed a sua moglie. Influenzarono la moda dell’epoca e loro fotografie comparivano spesso nei rotocalchi dell’epoca. I Kennedy portarono una ventata di vita nuova nell’atmosfera della Casa Bianca, convinti che essa un luogo dove celebrare la storia, la cultura e le conquiste americane, invitarono regolarmente artisti, scrittori, scienziati, poeti, musicisti, attori, atleti e vincitori di premi Nobel.

La Casa Bianca sembrò anche un luogo più gioioso per via della presenza dei due figli piccoli della coppia, Caroline e John Jr. (il cui vezzeggiativo sui rotocalchi diverrà John-John). Nel prato antistante la Casa Bianca i Kennedy fecero attivare una nursery, una piscina ed una casetta per bambini su un albero. Dietro la facciata elegante, anche la vita privata di Kennedy conobbe forti tensioni alimentate dalla rottura con il patriarca della famiglia l’ex ambasciatore Joseph Kennedy, vero artefice della candidatura del secondogenito, dopo la morte in guerra del figlio Joseph Patrick Jr. cui sarebbe stata destinata, era divenuto imbarazzante per i contatti avuti con il mafioso Sam Giancana, mediati dal giovanissimo Frank Sinatra. Altre e non minori sofferenze originarono dalle frequenti crisi neurologiche dovute al morbo di Addison che furono sempre nascoste all’opinione pubblica e dall’ormai accertata e incontrollabile attrazione sessuale del presidente verso le donne, probabilmente anch’essa patologica e di origine genetica.

Le tante relazioni extraconiugali di JFK, tra cui quella – torbida – ormai accertata con Marylin Monroe, furono motivo di profonda sofferenza per Jackie che, tuttavia, evitò sempre di danneggiare la popolarità del marito, anche grazie ai consigli del cognato Bob che le fu sempre vicino.

Il “ciclone” Kennedy fu l’inizio del tramonto di un “America” WASP (bianca, anglosassone e protestante) un po’ bacchettona, rigidamente conformista, visceralmente anticomunista ed abituata a considerare il resto del Pianeta come un feudo assegnato da quel Dio onniveggente il cui occhio ancora oggi campeggia sulla banconota da un dollaro. Ciò non tardò a procurare a JFK pericolosi nemici tra quanti – eredi irriducibili di quel maccartismo che aveva quasi azzerato la cultura statunitense – criticavano il suo atteggiamento di ricerca di un dialogo, pur prudente e cauto, verso l’Unione Sovietica ed i Paesi non allineati. J.Edgar Hoover, il potente fondatore dell’ FBI, nutriva per il giovane presidente una profonda avversione che non nascondeva e  in più occasioni mirò a screditarne la reputazione.

A differenza dei significativi passi avanti dovuti alla presidenza di Barack Obama dal 2008 al 2016, di Kennedy non si può affermare che abbia rappresentato il sogno americano, quella possibilità cioè di raggiungere attraverso i propri meriti a posizioni rilevanti nella vita sociale e politica. Il presidente proveniva da una dinastia potente e che aveva fatto parlare di sé anche a motivo dei trascorsi poco limpidi del già citato patriarca Joseph che, coinvolto nei traffici del proibizionismo, si era visto sbarrare la strada verso i pubblici uffici, proiettando sui figli l’ambizione verso la Casa Bianca.

Tuttavia fu solo dopo quella tragica presidenza che le molte identità cultuali presenti negli USA poterono cominciare a sperare che ciò che era scritto negli atti fondativi del Paese, si sarebbe potuto un giorno avverare. E si avverò con le presidenze Obama ieri e di Biden, affiancato da una self made woman quale Kamala Harris, oggi.

L’inevitabile contabilità che di ogni essere umano si redige al termine dell’esistenza e, massimamente di coloro che hanno avuto ruoli e responsabilità di vertice, per Kennedy mostra un saldo decisamente attivo. Senza la sua breve esistenza umana e politica, molti degli “scongelamenti” degli anni che seguirono non si sarebbero verificati.

Quando il 9 novembre del 1989 cadde il Muro di Berlino, tutti nel mondo ricordarono il monito di JKF durante la memorabile visita a Berlino di pochi mesi prima della morte: Ci sono molte persone al mondo che non comprendono, o non sanno, quale sia il grande problema tra il mondo libero e il mondo comunista. Fateli venire a Berlino! Ci sono alcuni che dicono che il comunismo è l’onda del futuro. Fateli venire a Berlino! Ci sono alcuni che dicono che, in Europa e da altre parti, possiamo lavorare con i comunisti. Fateli venire a Berlino! E ci sono anche quei pochi che dicono che è vero che il comunismo è un sistema maligno, ma ci permette di fare progressi economici. Lasst sie nach Berlin kommen! Fateli venire a Berlino! Tutti gli uomini liberi, ovunque essi vivano, sono cittadini di Berlino, e quindi, come uomo libero, sono orgoglioso di dire: «Ich bin ein Berliner!»

Probabilmente senza quelle parole non ci sarebbe stata la Primavera di Praga e nei vari partiti comunisti dell’Europa occidentale non si sarebbero consumati strappi come quello del Partito Comunista Italiano da Mosca che avrebbe tracciato la strada istituzionale verso l’alternanza democratica, la questione morale, il magistero politico di Berlinguer, l’intuizione feconda – e fatale – di Aldo Moro di dare finalmente spazio ad un soggetto politico ormai maturo per governare l’Italia, senza pericoli, né traumi, né steccati ideologici.

Quel sogno, ancora oggi incompiuto e sofferto, che abbiamo voluto chiamare, anche in Italia, Partito Democratico. Senza Kennedy, ancora, sarebbe mancato ai giovani di quella generazione, che fu anche quella di chi scrive,  un modello alternativo ma complementare a Che Guevara, a Fidel Castro, a Mao, a Giovanni XXIII,  in grado di permettere a ciascuno di noi di giungere ad una scelta di campo critica ed autonoma che avrebbe poi disegnato il perimetro di  valori non negoziabili, grazie al contributo che ciascuno di essi diede alla nostra formazione.

Gli anni che sono seguiti hanno troppo a lungo patito la mancanza di figure in grado di immaginare il futuro – qualunque futuro – e il mondo ha dovuto spesso accontentarsi di sbiadite fotocopie e di tardi epigoni quando non di pessimi esempi. I giovani di oggi, vittime incolpevoli di tale vuoto, rischiano di seguire ciarlatani e illusionisti del web che ne sollecitano il naturale spirito di ribellione senza però offrire una visione del mondo in grado di dare senso alla loro esistenza, immaginando mondi inediti ma possibili.

L’eredità di John Fitzgerald Kennedy è tuttavia amara. Sul piano familiare si esaurì con l’uccisione del fratello Robert avvenuta a Los Angeles il 6 giugno del 1968 per mano del palestinese Sirhan B. Sirhan.  Bob sarebbe stato candidato lo stesso anno contro il repubblicano Richard Nixon al posto di Hubert Humphrey e probabilmente avrebbe vinto. Seguirono il decadimento morale del fratello Edward e la tragica fine in un incidente aereo di John-John nel 1999, divenuto un importante uomo d’affari e l’editore del prestigioso magazine George. Già da prima si era cominciato a parlare della “maledizione dei Kennedy”. In realtà è stato dimostrato (cfr. Luigi Sanlorenzo, Genesi e morte dell’intellettuale borghese, Palermo 1980) che le grandi dinastie civili difficilmente arrivano alla terza generazione. Il tronco robusto ancorché rozzo della quercia patriarcale si assottiglia progressivamente, generando il ramo più sensibile ma anche il più fragile. Raccontato nel capolavoro letterario “I Buddenbrook. Decadenza di una famiglia” di Thomas Mann, è accaduto nella realtà con i Kennedy, i Bush, i Gandhi e, in Italia, con gli Agnelli, i Rizzoli, i Pirelli.

Sul piano politico il lascito di JFK negli USA ha dovuto attendere che passassero le presidenze di Johnson, Nixon, Ford, Carter, Reagan e Bush senior, prima dell’ascesa di Bill Clinton nel 1992. Quasi trent’anni di pausa da quel novembre del 1963 durante i quali gli Stati Uniti hanno dovuto affrontare conflitti bellici e crisi internazionali di estrema gravità. Tuttavia anche la presidenza Clinton non è stata esente da ombre e scandali e ciò ha favorito nel 2000 la vittoria di George W. Bush, assegnata dalla Corte Suprema in uno scenario di contestazioni simile ma non uguale a quello che ha caratterizzato le più recenti. Di fatto, larga parte dell’eredità politica di JFK è stata raccolta da Barack Obama, favorito anche dalla significativa novità di essere stato il primo presidente nero della storia americana. Ma, se il primo quadriennio ha fatto sognare il mondo libero, il secondo è stato segnato dalla crisi finanziaria, paragonata dai più a quella del 1929, che ha messo in ginocchio l’America profonda ed ha aperto la strada alla scalata di Donald Trump alla Casa Bianca, una parentesi breve ora interrotta dalla vittoria di Joe Biden, che ha comunque mutato i rapporti tra USA e mondo intero. Ne ho scritto su queste pagine la settimana scorsa:

Il presidente eletto era poco più che ventenne in quel 1963 e nel volgere di altri otto sarebbe diventato il senatore più giovane della storia americana, in rappresentanza dello stato del Delaware. Ha attraversato mezzo secolo di storia e di politica, rivestendo sempre incarichi prestigiosi e resistendo ad una tempesta di sventure personali che lo hanno colpito. Sarà per quattro anni il presidente più anziano che abbia mai abitato alla Casa Bianca e cercherà di ribaltare l’immagine del Paese ma avrà soprattutto il compito di aprire la strada ad una presidenza democratica di più lunga durata, possibilmente interpretata da un volto giovane come quello di JFK. L’America e il mondo ne avranno bisogno nella nuova era mondiale che, inevitabilmente, si aprirà dopo la prova della pandemia.

Ai solenni funerali di Kennedy nel cimitero di Arlington il timido saluto militare tributato al padre dal piccolo John-John, rimasto tra le foto più significative del XX secolo, sembrò dare l’addio all’ultimo profeta di un mondo che sarebbe potuto essere diverso già mezzo secolo fa e che, invece, nonostante tutto, ancora  oggi tarda a svoltare definitivamente la pagina pesante di quello che fu il secolo più drammatico e breve della storia dell’Umanità.

In conclusione, invito il lettore de Lo Spessore a riflettere sulle parole del fratello tanto amato e vicino a JFK nella vita e nella morte. Furono pronunciate da Bob Kennedy a Lawrence nella sede della Kansas University il 18 marzo del 1968:

 «Con troppa insistenza e troppo a lungo, sembra che abbiamo rinunciato alla eccellenza personale e ai valori della comunità, in favore del mero accumulo di beni materiali. Il nostro PIL ha superato 800 miliardi di dollari l’anno, ma quel PIL – se giudichiamo gli USA in base a esso – quel PIL comprende l’inquinamento dell’aria e la pubblicità delle sigarette, e le ambulanze per sgombrare le autostrade dalle carneficine. Comprende serrature speciali per le nostre porte e prigioni per coloro che cercano di forzarle. Comprende la distruzione delle sequoie e la scomparsa delle nostre bellezze naturali nella espansione urbanistica incontrollata. Comprende il napalm e le testate nucleari e le auto blindate della polizia per fronteggiare le rivolte urbane. Comprende il fucile di Whitman e il coltello di Speck, e i programmi televisivi che esaltano la violenza al fine di vendere giocattoli ai nostri bambini. Eppure il PIL non tiene conto della salute dei nostri ragazzi, la qualità della loro educazione e l’allegria dei loro giochi. Non include la bellezza delle nostre poesie e la solidità dei nostri matrimoni, l’acume dei nostri dibattiti politici o l’integrità dei nostri funzionari pubblici. Non misura né il nostro ingegno né il nostro coraggio, né la nostra saggezza né la nostra conoscenza, né la nostra compassione né la devozione per la nostra nazione. Misura tutto, in poche parole, eccetto quello che rende la vita degna di essere vissuta. Ci dice tutto sull’America, eccetto il motivo per cui siamo orgogliosi di essere americani

Un buon viatico per il futuro di cui sono certo che Uncle Joe saprà presto fare tesoro.

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