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Convivere con la paura. Quattro generazioni a confronto

di Luigi Sanlorenzo

[Immagine dal sito abc.es]

I recenti cento anni sono stati caratterizzati da timori periodici che hanno condizionato la crescita, lo sviluppo e la consistenza della coscienza collettiva e formato il carattere individuale di almeno quattro generazioni. Con cospicue differenze culturali, le paure hanno condizionato sia l’oriente che l’occidente del Pianeta. Dove maggiormente erano protagoniste, le società moderne e via via più complesse hanno sperimentato il sentimento di insicurezza verso il futuro, temendo non solo per la propria vita ma anche e soprattutto per le libertà e le conquiste sociali acquisite nel corso del XIX secolo.

Differentemente, nel mondo orientale, in larga misura influenzato da fedi e filosofie dell’ineluttabilità del destino – si pensi alla ruota del Karma che campeggia nella bandiera indiana,  al lamaismo tibetano e al buddismo – o all’abbandono alla volontà divina che caratterizza in larga misura il mondo islamico ed è sintetizzato nell’espressione “Inshallah” una diversa consapevolezza rispetto al futuro inteso come diretta conseguenza delle azioni umane,  ha in qualche modo ridotto l’ansia e la paura ma, non è poco, anche i sentimenti di scelta e di responsabilità individuale e collettiva. Soltanto da pochi decenni, singole individualità illuminate, spesso perseguitate e in molti casi soppresse con la violenza, hanno lottato contro ogni fatalismo, scuotendo ampi strati di popolazione che ancora oggi sono in cerca di una via per affrontare le tante complessità del mondo contemporaneo, combattute tra il rispetto della “tradizione” e la necessità di superarla, mantenendo integra ma flessibile la propria identità culturale, spesso maturata in secoli molto lontani.

Il lento procedere delle idee nate dalle Rivoluzioni americana e francese e la conseguente formazione dell’idea di responsabilità, quale irrinunciabile portato dell’esistenza umana in relazione alla società e all’ambiente si è dunque dispiegato con consistenti differenze tra i popoli e le nazioni e il fenomeno storico del colonialismo, vecchio e nuovo,  ha ritardato, fino a quanto è stato possibile, i processi di maturazione sociale e politica, il superamento, effettivo e non retorico, del sistema delle caste e delle divisioni razziali. Pochi paesi in via di sviluppo hanno seguito l’esempio del Sud Africa, dove grazie a personalità quali Nelson Mandela e il vescovo anglicano Desmond Tutu, la pratica dell’Ubuntu – espressione in lingua bantu che indica “benevolenza verso il prossimo” diventando  una regola pubblica di vita sociale, basata sulla compassione, il rispetto dell’altro – ha evitato che il ribaltamento delle posizioni di potere tra bianchi e neri si trasformasse in un massacro come quello avvenuto nel 1994 in Ruanda tra le etnie Hutu e Tutsi a cui la comunità internazionale ha assistito passivamente, scrivendo con il sangue di oltre un milione di vittime in circa cento giorni una delle pagine più vergognose della storia dell’Umanità.

Tra le decine di paure “minori” che hanno attraversato i recenti cento anni, quattro possono essere considerate cause ormai accertate dagli storici di eventi di inimmaginabile portata in grado di pregiudicare l’esistenza stessa del genere umano, a motivo del profondo sentimento di insicurezza che quegli eventi hanno generato, irrompendo nel mondo come lupi che aggrediscono un gregge,  disseminandolo non solo di vittime fisiche ma distruggendone la struttura sociale, al punto da lasciare tracce nel DNA dei sopravvissuti e della loro prole.

Volendo adottare un criterio strettamente cronologico il primo evento del XX secolo fu certamente la Rivoluzione d’Ottobre che, per la prima volta nella storia universale, realizzava il socialismo reale, ribaltando non solo una dinastia, quella dei Romanov che, forse ad eccezione di Pietro il Grande,  mai aveva brillato per lungimiranza e capacità di lettura dello spirito del tempo con la conseguente necessità di introdurre nello sterminato paese delle “anime morte” di Gogol, le riforme necessarie per evitare, o comunque contenere in un alveo costituzionale il cambiamento.

Nel più grande paese europeo, della cui grande letteratura ho scritto altrove, furono sradicati insieme il grano e il loglio in una furia rivoluzionaria che terrorizzò l’umanità già alle prese con primo grande conflitto mondiale. Non essendo questa la sede per entrare nel dettaglio dei “dieci giorni che sconvolsero il mondo , “Ten Days that Shook the World” come recita il titolo  dell’ opera scritta dal giornalista e saggista statunitense John Reed nel 1919, che testimonia in chiave di lungo reportage gli avvenimenti della Rivoluzione d’ottobre, sarà sufficiente ricordare qui quali furono le conseguenze in ogni parte del mondo, alimentando in paesi come la Cina nuove speranze ma scatenando un’indicibile paura in Occidente dove, a partire dagli Stati Uniti di Woodrow Wilson, ogni energia fu impiegata per contrastare il “pericolo bolscevico”.

Complice la situazione disastrosa lasciata in Europa dalla guerra, il profondo disagio sociale investì ogni strato della popolazione europea, scatenando forme di reazione che nel volgere di dieci anni avrebbero visto estendersi i fascismi, sostenuti in larga misura dal terrore che colpì come un vento panico le classi più abbienti e la piccola borghesia. Dall’Italia alla Spagna, dalla Germania ai Paesi Scandinavi il virus dell’autoritarismo e la strategia comunicativa del capro espiatorio furono, veicolati dalla concezione dello “stato etico”. Persino il Regno Unito non fu immune da tale tentazione e non pochi esponenti dell’aristocrazie non nascosero le proprie simpatie, a partire dall’erede al trono Edoardo VIII, figlio di Giorgio V e zio della regina Elisabetta II, che avrebbe abdicato dopo pochi giorni per contrarre matrimonio con l’americana divorziata Wally Simpson. Protagonista locale del tentativo di fascistizzare la più antica democrazia del mondo fu Oswald Mosley che nel 1932 fondò l’Unione britannica dei fascisti, poi disciolta dopo l’inizio della guerra. Solo la grinta del bull dog Winston Churchill impedì che quella macchia indelebile si allargasse in tutto il paese con la complicità interessata degli irredentisti irlandesi.

Le vicende di quel periodo breve ma allarmante della storia britannica fanno da sfondo al film del 1993 per la regia di James Ivory “Quel che resta del giorno” tratto dal romanzo omonimo di Kazuo Ishiguro del 1989 con le indimenticabili interpretazioni di Anthony Hopkins, Emma Thompson, James Fox, Cristopher Reeve (Superman) e un giovane Hugh Grant.

Peraltro, è ormai noto a tutti che perfino il democratico Franklin Delano Roosevelt, in un’America che aveva accolto Italo Balbo come un eroe internazionale e che sin quasi alla vigilia di Pearl Harbour, non tenne in alcun conto le prime notizie dello svolgimento dell’Olocausto che giungevano alla comunità ebraica statunitense attraverso i propri parenti europei, testimoni oculari del genocidio più famoso, tra i molti dimenticati, al mondo.

La generazione dei nati nei primi anni del ‘900 visse quei tempi e ne assorbì gli umori pestilenziali ma anche gli anticorpi civili.

La seconda grande paura esplose con il bagliore accecante delle due atomiche sganciate dagli Stati Uniti  nel mese di agosto del 1945 su Hiroshima, il 6, e Nagasaki, il 9, per annichilire l’Impero Giapponese, già membro dell’Asse con Roma e Berlino, che nonostante  le pesanti sconfitte nel Pacifico si preparava ad un infinita lotta di resistenza casa per casa che sarebbe costata un numero di vittime non inferiore a quelle delle due esplosioni nucleari; questa almeno fu la giustificazione del Presidente  Harry Truman,  che tuttavia ancora oggi non convince molti che ritengono fosse anche un avvertimento agli alleati/nemici sovietici. Era iniziata l’Era atomica con il proprio corredo di paure ancestrali, di diffidenze interne ed internazionali, di purghe anticomuniste negli USA che non risparmiarono larga parte degli intellettuali di allora, culminando nella costruzione nel 1961 del Muro di Berlino che avrebbe marchiato per sempre “il secolo breve”, come lo ha definito lo storico britannico Eric Hobsbawm, fino all’inevitabile crollo nel 1989 e le conseguenze che tutti conoscono e che ancora oggi sono rintracciabili nella politica italiana e internazionale.

La generazione di chi scrive – quella dei baby boomers – ha vissuto profondamente quel clima, si formò schierandosi su fronti opposti, spesso ingenuamente cadde anche nell’equivoco di un falso pacifismo, manovrato e finanziato dall’Unione Sovietica per indebolire l’Alleanza Atlantica ed attrarne alcuni paesi membri dove consistente era il peso politico dei partiti comunisti, tra cui l’Italia, nella propria orbita.

Molti scelsero la lotta armata, tingendo del colore del piombo quegli anni.

Non saremo mai abbastanza grati ad Enrico Berlinguer per aver fiutato la trappola, dando vita allo “strappo da Mosca” nonostante la contrarietà di alcuni massimi dirigenti del PCI che avevano assistito in colpevole silenzio alla repressione sovietica in Ungheria nel 1956 ed a Praga nel 1968.

Della terza grande paura ricorderemo l’11 settembre i venti anni. Con l’attentato alle Twin Towers di New York durante il quale perirono 2753 persone di ogni nazionalità, si apriva il nuovo millennio. Quasi un avvertimento che il trono su cui regna la paura non sarebbe rimasto vuoto a lungo, quasi ad avvertire i millennials, detti anche generazioni “Y” e “Z”.

Quel tremendo pomeriggio Paolo Mieli, presente a Palermo per una manifestazione della Provincia Regionale a Villa Giulia promossa dall’allora assessore alla cultura Tommaso Romano, fu il primo a dire “Nulla sarà più come prima”. Non aveva torto, perché la nuova paura si diffuse come un incendio in tutto il mondo e continua sotto traccia, poco al disotto della quarta e più grande che il mondo sta vivendo in relazione alla pandemia e di cui Lo Spessore fu tra i primi a vaticinare la pericolosità quando i media si affannavano a minimizzare.

La paura dunque è questo sentimento travolgente che fa perdere il lume della ragione e rivela in modo spietato i lati migliori e peggiori dell’animo umano. Così l’ha voluta definire Il filosofo Umberto Galimberti, tra i più ascoltati in modo trasversale, che in molte occasioni ha saputo orientare mote coscienze:

“E’ un’emozione primaria di difesa, provocata da una situazione di pericolo che può essere reale, anticipata dalla previsione, evocata dal ricordo o prodotta dalla fantasia. La paura è spesso accompagnata da una reazione organica, di cui è responsabile il sistema nervoso autonomo, che prepara l’organismo alla situazione d’emergenza, disponendolo, anche se in modo non specifico, all’apprestamento delle difese che si traducono solitamente in atteggiamenti di lotta e fuga. Esiste una differenza sostanziale tra paura e angoscia. La paura, infatti, è un ottimo meccanismo di difesa, perché siamo di fronte a un soggetto determinato. L’angoscia invece subentra quando non si capisce da dove viene il pericolo. Non c’è un soggetto chiaro davanti a noi, ma un nemico che non si vede. I bambini, non a caso, non hanno paura ma provano angosce, La pandemia è la tempesta perfetta. Il coronavirus è la tempesta perfetta. Perché mescola la paura con l’angoscia. Come il terrorismo”

“Proprio l’essere liberi ci rende vulnerabili e indifesi: di fronte alla possibilità come dimensione autentica dell’uomo, è chiaro che ombre spaventose offuscano il lume della ragione, facendoci temere il naufragio dell’esistenza”. Così definisce il vivere Karl Jaspers, e similmente lo avverte Jean Paul Sartre quando ne “La nausea” descrive quel sentimento che ci attanaglia mentre osserviamo il mondo.

Libertà e paura vanno di pari passo, e ci inseguono sempre, perché implicano non soltanto l’eventualità dell’orrore, ma anche – ancor più inquietante – che quell’angoscia venga evocata proprio dalle nostre azioni, consapevolmente o meno. Non è forse Amleto, principe di Danimarca, il simbolo dell’uomo che tituba, che non riesce ad agire, sconvolto ma anche paralizzato davanti agli eventi imponderabili?

Davanti alla vita, dopo la religiosa caduta nel regno della polvere, persa la sicurezza edenica, l’uomo è costretto a brancolare nel buio, e dentro quel buio immaginare dita che si allungano, arti mostruosi, figure indicibili pronte a rubargli l’anima, a offenderlo, a privarlo della possibilità di una redenzione.

Mentre accogliamo queste parole come definitive nell’accettare la paura come compagna di strada dell’Uomo sin dal suo primo costituirsi come soggetto pensante, non posiamo non fare i conti con una nuova angoscia che si insinua a poco a poco nella coscienza collettiva e che accompagnerà a lungo le prossime generazioni, nella difficile transizione tra la visione del mondo come possesso esclusivo ed irresponsabile dell’ambiente e quella di un patrimonio in prestito da tramandare, migliorandolo ove possibile. L’unica consolazione risiede nel fatto che, a differenza degli stati e delle dominazioni, l’ambiente non conosce confini e ogni violazione perpetrata in suo danno si estende a tutti gli angoli del pianeta. Un argomento, su cui si sono espressi pontefici, capi religiosi, intellettuali e leaders degni di questo nome, che per la prima volta potrebbe essere finalmente unificante.

Ma, attenzione, anche su questa nuova e imminente paura ci sarà sempre chi vorrà cavalcarla per piegarla ai propri interessi, incrementare le schiere dei propri seguaci, distorcere la verità e, come al solito, tentare di controllare il mondo, replicando un copione, da molti ignorato,  che viene da lontano. Un avvertimento lanciato con il cuore di nonno alla generazione Alpha, nata dopo il 2010 e che dovrà sostenere il peso maggiore o soccombervi. In entrambi i casi sarà stata nostra responsabilità.

Ed è forse questa l’angoscia più grande.

 

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