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Zero maggio nel mondo, il nuovo inizio del lavoro umano

di Luigi Sanlorenzo

Il cantiere [Plinio Novellini – 1909 – Galleria d’Arte Moderna – Genova]

Nel 1990 lo scrittore Fulvio Abbate esordiva con Zero maggio a Palermo, libro cult riproposto nel 2017 da La Nave di Teseo, dedicato alla fine della fede in un’utopia politica che per secoli aveva spinto le masse a riconoscersi in un progetto rivoluzionario di affrancamento dalla schiavitù del lavoro. Un’idea potente che,  prima ancora della sistematizzazione operata da Marx ed Engels, aveva spinto sin dall’antichità filosofi ed economisti, scienziati e politici, teologi e psicologi ad interrogarsi sulla natura dell’attività umana applicata alla produzione di beni materiali, originariamente per l’uso diretto o di prossimità e, nel corso dei secoli,  per la distribuzione al cosiddetto mercato cioè a milioni di persone che il lavoratore, diventato nel frattempo un salariato, non avrebbe mai conosciuto. Le trasformazioni della natura del lavoro hanno modificato le società di volta in volta contemporanee, hanno creato le città, fatto nascere nuove istituzioni, inedite visioni dell’uomo e della società. Nel disperato tentativo di affrancarsi dalla condanna biblica ad un inesorabile destino di fatica e di sudore, si sono immaginate società utopistiche, elaborate teorie di progressiva liberazione, prodotte macchine che sgravassero dall’onere della sofferenza, applicate sofisticate forme di sostituzione tecnologica, informatica, digitale e robotica.

Si può dunque affermare che l’umanità si è evoluta sul piano pratico,in funzione dell’invenzione di nuovi mezzi sostitutivi della forza fisica e, su quello intellettuale, dell’elaborazione di un pensiero critico animato da concetti relativamente recenti quali la pattuizione contrattuale, il diritto ad una quantità crescente di tempo per sé retribuito, la liberazione della donna dal secolare ed esclusivo ruolo ancillare, il riconoscimento della tutela dei minori da mansioni uguali a quelle degli adulti, la facoltà di riunirsi in corporazioni, sindacati, associazioni di categoria, partiti politici. Il lavoro è stato dunque la molla del progresso, animando sovente quei conflitti necessari a prendere atto delle contraddizioni, delle diseguaglianze, delle condizioni di sfruttamento o di novelle schiavitù.

Il fondamento costituzionale della Repubblica italiana è, a ragion veduta, proprio il lavoro nelle molteplici forme, inteso come massima espressione della creatività umana, aspirazione alla ricomposizione dell’equilibrio tra chi lo chiede e chi lo offre, irrinunciabile diritto ad ottenerlo e, al tempo stesso, dovere civile di esercitarlo per concorrere all’esistenza e all’evoluzione della comunità nazionale.

Lavoro come mezzo di sostentamento, realizzazione delle inclinazioni personali e delle vocazioni territoriali, potente fattore di coesione nazionale, ascensore sociale per affrancare i più deboli dalla perenne dipendenza dalle condizioni di nascita, di cultura, di censo. Non deve pertanto meravigliare l’accostamento tra le parole lavoro, sole e avvenire che, nelle società socialiste, hanno rappresentato l’evocazione di un futuro migliore e più degno, generato non dal caso, dal destino o dalla benevolenza divina, quanto invece dall’attività di uomini e di donne operosi e fieri di ogni mansione svolta, sottratta così ad odiose classifiche o categorie sociologiche che ne degradassero il valore individuale in una retrograda e miope divisione sociale. Dall’apologo di Menenio Agrippa, datato 504 a.C. all’enciclica Centesimus Annus di Giovanni Paolo II nel 1991,all’indomani del crollo del comunismo internazionale, per giungere alle più aggiornate analisi di Jeremy Rifkin e di Noam Chomsky, delle sempre puntuali ed anticipatrici prospettive delineate da  Domenico De Masi o da Luciano Gallino e da decine di analisti del tema in una letteratura tanto cara quanto sterminata, l’interdipendenza tra capitale e lavoro, la stretta correlazione tra le rispettive funzioni e la dignità di entrambi, legati da una necessaria mutualità, hanno a lungo consolidato il convincimento che esiste una sola definizione di lavoro che provo a sintetizzare, assumendone la relativa responsabilità teoretica: il ruolo delle molteplici intelligenze umane esercitato nell’ambiente naturale per amministrane le risorse ed accrescerne il valore fisico e spirituale da lasciare in eredità a chi verrà dopo.

Intelligenza, ambiente, risorse, valore, eredità. Cinque elementi che si manifestano nella grande drammaticità di una connessione ideale che oggi appare in più punti lacerata, ove non del tutto dissolta. Cinque dita di quella stessa mano che all’alba della civiltà si levò alta a brandire per la prima volta il frammento di un osso, sorpresa del suo stesso gesto e al tempo stesso smarrita nell’atroce incertezza se farne uno strumento per costruire il futuro o un’arma per distruggerlo. Quell’ Odissea nello Spazio che prefigurava il 2001 come anno del raggiungimento simbolico di compiute consapevolezze, ci trova invece ancora una volta naufraghi e smarriti nell’oceano di certezze frantumate, di speranze infrante, di occasioni sprecate. Ancora una volta siamo in cerca di nuovi, seppur momentanei, approdi insperati su cui deporre in una trasparente scatola del tempo gli errori del passato ed erigere i nuovi obelischi di un’Umanità provata che celebrerà nel primo maggio dell’anno zero della nuova era il valore del lavoro umano quale energia fondante di ogni futura, ulteriore, navigazione.

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