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Diego Velàzquez: il pittore dei pittori

di Valentina Becchetti 15 Settembre 2020
di Valentina Becchetti 15 Settembre 2020
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Diego Velàzquez

Il Seicento è considerato dagli studiosi il secolo più florido e produttivo della storia dell’arte spagnola, in particolare per la pittura. Dalla fine del XVI secolo, la Spagna è al comando di uno straordinario impero, formatosi in un lasso di tempo relativamente breve, grazie a Carlo V, incoronato imperatore del Sacro Romano Impero nel 1530, che pone la Spagna in una posizione preminente sugli altri stati d’Europa e che cerca di unire le forze degli stati cattolici contro gli infedeli. Dai primi anni dell’impero di Carlo V fino alla pace di Westfalia (1648), ma anche prolungando il fino al termine del regno di Filippo IV, nel 1665, questo è considerato il secolo d’oro, il periodo più interessante della storia di Spagna. Si tratta di poco più di un secolo che vede una straordinaria fioritura di talenti artistici e letterari.

Molti centri artistici sparsi per il Paese iniziano a diventare molto attivi e dinamici: in maniera particolarmente evidente quelli dell’Andalusia e di Siviglia. Quest’ultima inoltre è anche il fulcro economico, artistico, intellettuale e spirituale della Spagna. Inoltre, con il dilagare del caravaggismo in Europa, la scelta naturalistica diventa un elemento importante anche in Spagna. L’enfasi alla realtà e il gioco di colori, luci e ombre caratterizzano gli esordi dei più grandi artisti della scena sivigliana del seicento, tra i quali spicca senza dubbio Diego Velàzquez, il “fotografo” di corte.

Diego Velázquez nasce a Siviglia nel 1599 da una famiglia di origini portoghesi. Siviglia, come già accennato è in questo periodo la capitale dell’economia, la più ricca e anche la più stimolante culturalmente. Già da bambino, nella bottega del pittore Francisco Pacheco, pittore mediocre (che diventerà poi anche suo suocero) con uno stile semplice ed estremamente realistico, il giovanissimo Velàzquez, tramite le conoscenze del suo maestro, conosce un ambiente culturale estremamente interessante.

Inizialmente, quando Diego è ancora un ragazzo, le committenze arrivano dall’ambiente cattolico con richieste di dipinti a tema religioso a cui si affianca la sua grande abilità di ritrarre il reale, dedicandosi al bodegòn, ossia scene di vita quotidiana, un genere di pittura profana che mira ad alleggerire l’austerità delle dimore del tempo, attraverso la natura morta, paesaggi, personaggi anonimi della borghesia o popolani. Inoltre, è anche un esperto ritrattista. La sua bravura, quindi, è precoce e indiscutibile già nelle sue opere giovanili, come è evidente nel dipinto L’acquaiolo di Siviglia (1620).

L’acquaiolo di Siviglia (1620)

La scena raffigura un uomo anziano dai vestiti poveri e semplici che porge a un bambino un bicchiere d’acqua che mostra, attraverso la trasparenza un fico, lì per profumare l’acqua di “virtù salutifera”. Nell’ombra è visibile un uomo, di età compresa tra il bambino e l’acquaiolo, che beve avidamente da una coppa di vetro, simbolo della sete o delle tre età in cui l’uomo raffigura l’età matura della conoscenza. Dalla veste logora del vecchio acquaiolo spunta il braccio che veste una camicia bianchissima che dona dignità alla modestia del protagonista. Il braccio, appoggiato all’otre esce dallo spazio del dipinto per entrare in quello dello spettatore. La luce che dall’otre passa alla brocca, illuminando i tre visi, evidenzia un particolare sensazionale: le gocce d’acqua che scivolano sul coccio. L’influenza caravaggesca è molto forte attraverso il gioco di luce e attraverso quella volontà di non rappresentare la bellezza idealizzata ma il realismo della scena.

I suoi dipinti da allievo, più che produzione di un apprendista diligente, appaiono da subito come frutto di un ragazzo prodigio. La pennellata innovativa e la maniera diretta di dipingere di Diego Velázquez sono rivoluzionarie. L’atmosfera dipinta dall’artista nei suoi quadri porta, infatti, molti suoi contemporanei a sostenere che, mentre gli altri artisti dipingono l’arte, Velázquez dipinge “la verità”.

Nel 1621 sale al trono di Spagna il giovanissimo Filippo IV affiancato dal primo ministro, il conte Gaspar Guzmán de Olivares. Dopo due anni Diego è convocato da Filippo IV per un ritratto, che impressiona il sovrano, tanto da nominare immediatamente Velázquez “pittore di camera ufficiale”. Il pittore viene invitato a trasferirsi con la famiglia al palazzo reale, ricevendo dal Re 300 ducati per le spese del trasferimento di tutta la sua famiglia a Madrid, ottenendo così il posto di pittore di corte, uno stipendio di 20 ducati al mese, oltre all’alloggio, l’assistenza medica e il compenso per ogni dipinto realizzato. Ed é qui che la sua dote da ritrattista emerge con il Ritratto dell’infante don Carlos, 1626-27.

Ritratto dell’infante don Carlos (1626-27)

Nei primi tempi di vita di corte Velàzquez si sente costretto fra l’obbligo di dedicarsi alla ritrattistica e ai soggetti religiosi e la voglia di dipingere molti altri temi. Quando nel 1628 il pittore Pieter Paul Rubens giunge a corte, l’amicizia e la stima reciproca sono immediate. Ciò non fa altro che acuire il suo desiderio di alternare il ruolo di “servitore”, alla sua voglia di misurarsi con altri stili e tematiche, come la mitologia e i nudi, di cui Rubens è assolutamente un maestro. Nonostante la rigidità dell’etichetta reale e la minaccia dell’Inquisizione, la bravura e le doti diplomatiche da cortigiano, permettono al Velàzquez di confrontarsi anche con questi nuovi soggetti, con una maestria eccezionale. Le sue abilità si affinano ulteriormente dopo il primo viaggio in Italia alla fine del 1629, prima a Roma, dove studia le opere di Raffaello e di Michelangelo e dopo in Toscana. Il pittore rimane molto affascinato dai suoi contemporanei, come Pietro da Cortona, Andrea Sacchi e dall’ambiente libero e stimolante delle Accademie, lontane dalla vita austera, fatta di rigide etichette, della corte di Filippo IV.

Nel 1648 Diego riparte per l’Italia per conto del re, si imbatte nelle corti italiane e, nonostante i continui richiami da parte del sovrano, il pittore decide di prolungare il suo soggiorno italiano. Nel 1651, Diego finalmente fa rientro in Spagna e viene scelto dal Re per ricoprire il prestigioso incarico di “aposentador mayor”, ossia Gran maresciallo di palazzo e fa dunque parte dell’elevata gerarchia cortigiana, moltiplicando le sue responsabilità: si deve occupare degli alloggi della corte, del guardaroba, dei gioielli e dei viaggi. Una responsabilità che certamente diventa un ostacolo pratico all’esercizio della sua arte. Tuttavia, proprio le opere di pittoriche di Velázquez risalenti a questo periodo sono al contrario tra gli esempi migliori del suo talento.

È in questo periodo che realizza uno dei suoi maggiori capolavori: Le filatrici (Il mito di Atena e Aracne), 1657.

Le filatrici [Il mito di Atena e Aracne (1657)]

Il dipinto, realizzato non per il sovrano ma per un suo capocaccia, si svolge su due piani. Il primo piano è illuminato da una luce soffusa e raffigura un gruppo di filatrici anonime, scena che ricorda i vecchi bodegònes, che un tempo erano la specialità di Velàzquez. Ritroviamo le figure del popolo che sono accompagnate da elementi dotti e allegorici. Tra le cinque donne ne spiccano due: la filatrice anziana che aziona la ruota che va così veloce da far sparire i raggi e la giovane che raccoglie il filo dell’aspa. I loro sguardi non si incrociano perché sono concentrate sul loro lavoro. Il secondo piano vede le vere protagoniste del dipinto, le non anonime filatrici della mitologia Atena e Aracne, illuminate da una luce molto forte. Velàzquez non tratta la punizione della dea su Aracne, ma il momento della rivelazione in cui Atena si toglie i panni dell’anziana per mostrare la sua vera identità e la condanna che sta per infliggere alla giovane Aracne, che aveva osato essere sfrontata verso la dea. E sullo sfondo si intravede un’altra scena mitologica: Il ratto di Europa.

Velázquez, inoltre, dipinge molto per la famiglia reale, immortalando tutti i suoi membri, persino le dame di compagnia, la servitù e i nani di corte. Fra tutti vi è la grande ed emblematica tela detta “Las Meninas”.

Las Meninas (1656)

“Las Meninas”è una parola portoghese che indica “le damigelle”. La scena si svolge in un interno. Ad un primo sguardo superficiale sembrerebbe un banale ritratto di famiglia. In primo piano due damigelle circondano l’infanta Margherita ritratta al centro. A sinistra, doña Maria Augustina e doña Isabel de Velasco a destra. A destra delle dame vi è Mari-Bàrbola la nana idrocefala, raffigurata con un realismo impietoso. Al suo fianco, intento a stuzzicare con il piede un cane, Nicolasito Pertusato, valletto del re che ha le fattezze di un bambino, ma in realtà è anch’egli un nano. Dietro di loro trovano posto nella penombra, doña Marcela de Ulloa prima dama della regina, vestita da suora, come era talvolta uso alla corte spagnola. Nel vano della porta che apre nuovo spazio rispetto a quello della composizione, si inquadra la figura di José Nieto Velázquez, primo capo arazziere della regina e futuro aposentador. Come se fosse usuale assistere alle sedute di pittura di Velàzquez, la scena è realizzata come se fosse un’istantanea. Riproponendo il quadro nel quadro delle Filatrici, Velàzquez ritrae confusamente le immagini di Filippo IV e Maria Anna, interlocutori che Diego pone sul suo stesso piano visivo.

Fino alla metà del XIX secolo l’opera di Velàzquez non ha avuto molto seguito al di fuori della Spagna: molti suoi dipinti sono andati persi, rubati durante la Guerra d’indipendenza spagnola. Ma la sua modernità che traspare sia nelle sue opere paesaggistiche che nei ritratti lo ha riportato sul posto dei grandi artisti.

Al giorno d’oggi, la tecnica innovativa di Diego Velàzquez gli ha assicurato un posto d’onore nella storia dell’arte europea, tanto da essere considerato il padre della scuola spagnola. Nonostante le tante conoscenze tra li artisti italiani, non è mai stato realmente influenzato, sviluppando uno stile completamente unico e esaltando il suo immenso talento, tanto che Édouard Manet lo ha definito “il pittore dei pittori”.

Valentina Becchetti

Valentina Becchetti nasce a Roma nel 1977. Dopo aver visto la tomba di Ilaria Del Carretto di Jacopo della Quercia nel 1985, la storia dell’arte diventa la sua passione. Si laurea alla John Cabot University in Art History e successivamente prende un Master presso il Sotheby’s Institute of Art London in mercato dell’arte. Lavora al dipartimento mobili di Sotheby’s Londra, poi si ritrasferisce a Roma e lavora nell’ufficio mostre della Soprintendenza del Polo museale a Roma, con il professor Giorgio Leone. Successivamente è direttore scientifico presso una delle più importanti Gallerie d’arte di Roma e d’Europa.

ArteValentina Becchetti

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