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Digitale in Sicilia? No, grazie, meglio un buon vecchio almanacco!

di Luigi Sanlorenzo 10 Gennaio 2021
di Luigi Sanlorenzo 10 Gennaio 2021
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Immagine dagli almanacchi piacentini dal Settecento al Novecento

Il “Dialogo di un venditore di almanacchi e di un passeggere” è una delle Operette morali di Giacomo Leopardi, la raccolta pubblicata nel 1834 contenente molti apologhi redatti secondo la ben nota metodologia socratica. E’ una scena vivace e rapida, quasi uno scambio teatrale di battute. Un venditore di calendari si imbatte in un passante filosofo che, prendendo spunto dalla merce offerta, lo coinvolge in un ragionamento sul senso della vita.

Per comprendere meglio il significato del dialogo si tenga presente che l’almanacco nasce nel Medioevo come pubblicazione annuale simile al calendario, dotata di una serie di informazioni sull’ora in cui sorgono e tramontano il sole e la luna, e con indicazioni utili agli agricoltori (per esempio, sul momento più adatto alla semina), ai naviganti e ai mercanti. Col tempo gli almanacchi divennero sempre più ricchi di notizie: fornivano informazioni sulle festività, sui mercati e sulle sagre, rimedi di medicina, novelle, previsioni del futuro. Il “lunario”, invece, serviva a calcolare le fasi lunari, utilissime per gli agricoltori e per i naviganti e conteneva anche notizie su fiere e mercati, previsioni del futuro e l’indicazione del santo del giorno. E fino a pochi anni fa, la lotta per accaparrarsi il maggior numero di agende aziendali, talvolta veramente lussuose, per poi distribuirle ad amici e parenti, misurava il peso del munifico donatore ed attestava la considerazione sociale, spesso millantata, che egli esibiva.

“Venditore: Almanacchi, almanacchi nuovi; lunari nuovi. Bisognano, signore, almanacchi?
Passeggere: Almanacchi per l’anno nuovo?
Venditore: Sì signore.
Passeggere: Credete che sarà felice quest’anno nuovo?
Venditore: Oh illustrissimo sì, certo.”

Non appena il venditore di almanacchi e il passante (passeggere) si incontrano, il dialogo si fa subito serrato attraverso una serie di botta e risposta di sicuro effetto drammaturgico. Alla prima domanda del passeggere, il venditore si dice certo che l’anno nuovo sarà migliore di quello passato.

“Passeggere: Come quest’anno passato?
Venditore: Più più assai.
Passeggere: Come quello di là?
Venditore: Più più, illustrissimo.
Passeggere: Ma come qual altro? Non vi piacerebb’egli che l’anno nuovo fosse come qualcuno di questi anni ultimi?
Venditore: Signor no, non mi piacerebbe.
Passeggere: Quanti anni nuovi sono passati da che voi vendete almanacchi?
Venditore: Saranno vent’anni, illustrissimo.
Passeggere: A quale di cotesti vent’anni vorreste che somigliasse l’anno venturo?
Venditore: Io? non saprei.
Passeggere: Non vi ricordate di nessun anno in particolare, che vi paresse felice?
Venditore: No in verità, illustrissimo.”

Il venditore è un uomo semplice, il passante è invece una proiezione dell’io dell’autore che veste i panni del filosofo scettico. Nel dialogo dunque le domande del passeggere intendono mostrare la totale negatività della vita: all’anno nuovo infatti non corrisponde un sensibile miglioramento della condizione umana, tanto è vero che non appena viene chiesto al venditore se desidererebbe che l’anno futuro somigliasse a qualcuno del passato, egli si affretta a rispondere:

“Signor no, non mi piacerebbe

Passeggere: E pure la vita è una cosa bella. Non è vero?
Venditore: Cotesto si sa.”

Questo passaggio è in evidente contraddizione con quanto espresso poco prima: nessuno dei vent’anni precedenti della vita del venditore è stato felice, eppure egli sostiene che la vita sia una cosa bella. Ma si tratta, per Leopardi e per il lettore che conosce il suo pensiero, di un semplice luogo comune che il ragionamento del passeggere tenderà a demolire.

“Passeggere: Non tornereste voi a vivere cotesti vent’anni, e anche tutto il tempo passato, cominciando da che nasceste?
Venditore: Eh, caro signore, piacesse a Dio che si potesse.
Passeggere: Ma se aveste a rifare la vita che avete fatta né più né meno, con tutti i piaceri e i dispiaceri che avete passati?
Venditore: Cotesto non vorrei.
Passeggere: Oh che altra vita vorreste rifare? la vita ch’ho fatta io, o quella del principe, o di chi altro? O non credete che io, e che il principe, e che chiunque altro, risponderebbe come voi per l’appunto; e che avendo a rifare la stessa vita che avesse fatta, nessuno vorrebbe tornare indietro?
Venditore: Lo credo cotesto.
Passeggere: Né anche voi tornereste indietro con questo patto, non potendo in altro modo?
Venditore: Signor no davvero, non tornerei.
Passeggere: Oh che vita vorreste voi dunque?
Venditore: Vorrei una vita così, come Dio me la mandasse, senz’altri patti.”

Il passeggere fa ammettere al venditore una verità condivisa dagli uomini in virtù della loro esperienza: non si desidera tanto rifare la stessa vita tale e quale la si è vissuta, con tutti i piaceri e i dispiaceri, ma una vita “diversa”, una vita così, come Dio me la mandasse, senza altre condizioni

“Passeggere: Una vita a caso, e non saperne altro avanti, come non si sa dell’anno nuovo?”

La felicità è intimamente connessa al tema della “novità”, tanto che l’aggettivo nuovo appare ripetutamente nel testo. La felicità dipende dall’ignoranza del futuro, ed è per questo che il passeggere parla di una vita a caso, della quale non sapere nulla prima. Eppure questo desiderio di novità rimane frustrato, perché l’anno che verrà non potrà essere diverso da quelli passati, portando nuova infelicità all’uomo, nonostante le sue speranze

“Venditore: Appunto.
Passeggere: Così vorrei ancor io se avessi a rivivere, e così tutti. Ma questo è segno che il caso, fino a tutto quest’anno, ha trattato tutti male. E si vede chiaro che ciascuno è d’opinione che sia stato più o di più peso il male che gli è toccato, che il bene; se a patto di riavere la vita di prima, con tutto il suo bene e il suo male, nessuno vorrebbe rinascere. Quella vita ch’è una cosa bella, non è la vita che si conosce, ma quella che non si conosce; non la vita passata, ma la futura. Coll’anno nuovo, il caso incomincerà a trattar bene voi e me e tutti gli altri, e si principierà la vita felice. Non è vero?”

Il tema centrale dell’operetta morale è quello della felicità dell’uomo, molto caro a Leopardi. L’attesa di qualcosa che non è ancora arrivato, come l’anno nuovo, è carica di aspettative, che inevitabilmente verranno deluse dal verificarsi dell’evento. L’uomo può solo sperare: anche se è consapevole che la sua speranza non si realizzerà mai, non può fare a meno di sperare che il domani sarà migliore del presente. Ed è per questo che alla fine il passeggere compra comunque l’almanacco dal venditore

“Venditore: Speriamo.
Passeggere: Dunque mostratemi l’almanacco più bello che avete.
Venditore: Ecco, illustrissimo. Cotesto vale trenta soldi.
Passeggere: Ecco trenta soldi.
Venditore: Grazie, illustrissimo: a rivederla. Almanacchi, almanacchi nuovi; lunari nuovi.”

Nonostante tutto il dialogo, il venditore non fa propria la conclusione sulla totale negatività della vita su cui l’ha portato a riflettere il passante. Infatti l’operetta si conclude con la speranza del venditore nella possibilità che il futuro sia migliore, speranza che si riflette nella battuta finale che ripete ciclicamente quella iniziale: Almanacchi, almanacchi nuovi; lunari nuovi. Una scelta stilistica per indicare che nulla è cambiato e che tutto il dialogo si svolge sotto il segno dell’ironia.

Il dibattito ingaggiato con l’inconsapevole venditore prendendo spunto dal fatto che il venditore offre calendari dell’anno nuovo, riflette la speranza per il futuro, una delle illusioni che consentono agli uomini di dimenticare l’arida verità. L’ignoranza per ciò che accadrà fa sperare che capiterà qualcosa di bello, anche se non abbiamo alcun motivo razionale di sperarlo, tanto che preferiremmo vivere un anno di cui non sappiamo nulla (e che quindi potrebbe anche essere pessimo) piuttosto che riviverne uno identico a quelli passati, con le sue gioie e i suoi dolori.

Dal punto di vista formale, questo dialogo è l’unico in cui uno dei due interlocutori è il solo portatore del messaggio, mentre l’altro si limita a fare da spalla attraverso interlocuzioni che aiutano progressivamente a far emergere la verità. in questo è molto simile ai dialoghi “socratici” di Platone, le prime opere del filosofo greco, nelle quali è preponderante il ruolo di Socrate, che conduce il dialogo lasciando al suo interlocutore la funzione di movimentare il discorso e di scandire il ragionamento.

L’aggettivo nuovo è una vera parola chiave del testo, ripetuta lungo tutta l’operetta con un marcato intento ironico: la sua ripetizione quasi ossessiva è tesa a sottolineare qualcosa che nuovo non è né sarà mai. Secondo Leopardi, infatti, la vita è regolata da una ferrea necessità che impone all’uomo di non raggiungere mai la felicità sperata.

Al Dialogo sopra riportato e commentato mi ha fatto pensare la lettera virtuale inviatami da un carissimo amico, manager di un grande banca multinazionale, alle prese tutti i giorni in azienda con l’innovazione più spinta e di contro, nella vita quotidiana che trascorre a Palermo, con l’arretratezza sociale ed organizzativa più avvilente. La riporto per come l’ho ricevuta:

“Caro Luigi,

leggo sulla stampa locale articoli sui “furbetti dello scavalco”, su lunghe code ad un presidio per la vaccinazione “anti Covid” con “turno fisico, in cui ci si registra su un foglio di carta appeso alle porte”, sui ritardi nella trasmissione dei dati dei vaccini effettuati perché “si tratta di un lavoro di certificazione di dati e caricamento informatico complesso”

Premetto che non sono un informatico, né un ingegnere, né ho fatto studi scientifici, sicuramente sono un baby boomer, appartengo cioè a quella generazione di nati tra il 1946 e il 1964 definita la “generazione del cambiamento” in quanto ha vissuto i più grandi cambiamenti storico-sociali del pianeta, a seguito delle innovazioni, portate dall’industria bellica della II guerra mondiale nel mondo civile. Abbiamo imparato a socializzare con la tecnologia e l’innovazione che hanno dato il via alle rivoluzioni sociali ed economiche, nel bene e nel male, del secolo scorso, mutando profondamente le convenzioni e i ruoli sociali, finanziari e professionali. Sentendomi il risultato antropologico di questo background e leggendo le notizie di questi disservizi legati all’organizzazione del piano vaccinale ti invio alcune personalissime riflessioni in quanto sentire parlare oggi nel 2021 di turno fisico con foglietti appesi alle porte non so se mi fa ridere o sprofondare nello sconforto più assoluto.

Esistono già pronte e perfettamente funzionanti applicazioni – le famigerate App – che gestiscono code e appuntamenti; sono state create da StartUp italiane, basandosi sulla gestione digitale di database anche con milioni di dati: basterebbe semplicemente “customizzarle”, collegarle all’anagrafe sanitaria, impostare le “priorità” e i ruoli con chiave di accesso il Codice Fiscale.

Sull’App stessa la persona interessata potrebbe leggere il “consenso informato” e dare il proprio assenso digitale, senza necessità di scaricare il modulo cartaceo dal sito dell’ASP, stamparlo, compilarlo, firmarlo e consegnarlo agli addetti che poi dovranno caricarlo su un database, almeno spero, e non su un foglio Excel.

Dalla stessa App l’interessato potrebbe prenotare lo “slot” orario libero di gradimento per effettuare il vaccino, evitare quindi interminabili code, assembramenti e perdite di tempo. L’App gli ricorderebbe l’appuntamento, potrebbe automaticamente aggiornare il calendario dello smartphone o aggiornare la l’agenda di Outlook e, naturalmente, riproporre e pianificare l’appuntamento per il richiamo dopo 21 giorni. Si eviterebbe anche il fenomeno dei “furbetti dello scavalco”. Basterebbe gestire il database con un flag per ogni codice fiscale indicando la priorità e il periodo di vaccinazione previsto, in modo tale che chi non è previsto che lo faccia in quel determinato periodo sia effettivamente nelle condizioni di non poterlo fare, senza scorciatoie e furbizie.

Tutti i dati del vaccino – lotto, codice identificativo, ecc.  possono essere inseriti nel database per ogni sessione di vaccinazione in modo da associarli automaticamente alla persona vaccinata. Il personale addetto dovrebbe soltanto digitare sull’App il codice fiscale della persona o, meglio ancora, far leggere la tessera sanitaria con un lettore di bar code; la procedura verifica che il nominativo fa parte della sessione di vaccinazione (quindi è tra quelli autorizzati dal piano) che ha prenotato per quello specifico slot, che è stato validato il “consenso informato”, associa gli altri dati presenti sul database e li trasmette in tempo reale al database regionale delle vaccinazioni.

Quanto rappresentato non credo sia un lavoro informatico particolarmente complesso. Sono convinto che un paio di giovani startupper digitali – e in Sicilia, ti assicuro, ce ne sono tantissimi – guidati da un manager dotato di buon senso, sarebbero in grado di impiantare un’applicazione così semplice in un paio di settimane e con una spesa di qualche decina di migliaia di euro che verrebbero rapidamente recuperati attraverso l’efficienza dei processi.

Mi sono limitato a concetti generali, ma gli sviluppi potrebbero essere infiniti e con risorse veramente limitate.  Troppo semplice? Analisi superficiale? Forse, ma la mia è solo un’amara constatazione di quanto siamo lontani dalla digitalizzazione dei processi della Pubblica Amministrazione e soprattutto dell’assoluta mancanza della cultura digitale in chi governa la “cosa pubblica”.

Se ancora oggi non si riesce a garantire un processo efficiente del piano di vaccinazione significa che nella classe dirigente di questo Paese, di questa Regione, non c’è nessuno in grado di “pensare” che la tecnologia di oggi mette a disposizione migliaia di risorse innovative a basso costo in grado di semplificare i processi e velocizzare l’informazione. Soprattutto in un periodo come questo, con una pandemia che ha stravolto il nostro modo di vivere, contro un nemico invisibile come un virus contro cui stiamo combattendo con armi spuntate come i foglietti di carta appesi alla porta su cui scrivere il proprio nome per il “turno” che, a questo punto conduce solo verso il baratro.

Con amicizia.

Arturo Meli.”

Chiudendo la schermata della lettera del mio amico, nelle cuffie spente che, quando scrivo mi isolano dai, pochi ormai, rumori di casa o provenienti dalla strada, ho sentito risuonare in un’eco lontana, l’antico richiamo: “Almanacchi! Almanacchi nuovi! Lunari nuovi!”

Saluti dal futuro…che (ancora) non c’è.

Luigi Sanlorenzo

Palermo 1956. Di formazione filosofica, economica e scout ne ha declinato i valori nell’ambito delle analisi strategiche, delle dinamiche del cambiamento e dello sviluppo delle risorse umane, secondo gli indirizzi di Humanistic Management. Ha ricoperto incarichi di responsabilità e di consulenza presso istituti di credito e società multinazionali e ha rivestito cariche istituzionali negli anni ‘90 al Comune durante la Primavera di Palermo e sino al 2017, nell’Università degli Studi di Palermo, sino al 2015. Ha insegnato nei licei, nelle Università di Palermo, di Messina e di Macerata, presso la Scuola Superiore della Pubblica Amministrazione, ISIDA e CERISDI di cui è stato consulente del presidente. In qualità di titolare di Studiofor Management Education ha progettato e diretto per oltre dieci anni altrettanti master professionalizzanti in Direzione del Personale. E’ stato presidente regionale Sicilia e consigliere nazionale dell’Associazione Italiana Formatori (AIF, MIlano) e presidente della Commissione RYLA del Distretto Rotary 2110 Sicilia e Malta. Pubblicista iscritto all’Ordine dei Giornalisti della Sicilia, collabora con riviste specialistiche della formazione e del management e con quotidiani online. Tra i più noti esperti italiani di leadership, è presidente dell’associazione senza scopo di lucro P.R.U.A. (Progetto Risorse Umane per l’Autonomia) fondata a Palermo nel 2001. Dal 2022 è Direttore della rivista Nuovi Approdi dove riporta anche i suoi articoli precedentemente pubblicati da LoSpessore.com

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