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“Chiamatemi Ismaele”

Centotrenta anni fa moriva l’autore di Moby Dick

di Luigi Sanlorenzo

[immagine dal sito Vatican News]

L’ incipit probabilmente più celebre della storia della letteratura mondiale è contenuto nell’opera che più di ogni altra ha sollecitato l’immaginazione di molte generazioni e che oggi torna di grande attualità nel dibattito del rapporto conflittuale  tra uomo e natura. Ogni anno, quando le prime ombre delle sere invernali mi riportano alle atmosfere brumose del porto delle baleniere nell’isola di  Nantucket,  48 km a sud di Cape Cod nello Stato del Massachusetts, riapro le pagine di Moby Dick e mai una volta l’emozione della prima volta, ormai molto lontana nel tempo,  ha mancato di rinnovarsi.

Herman Melville nacque a New York il 1º agosto del 1819, e nella “grande mela” ricevette la prima istruzione; il padre Allan stimolò con i suoi racconti il desiderio d’avventura del suo secondogenito. La vita della famiglia trascorse agiata fino all’estate del 1830, quando il padre subì un tracollo finanziario, dichiarò bancarotta e manifestò una malattia psichica che lo portò alla morte. Dopo questo evento, che lasciò segni indelebili in Melville, la famiglia  ridotta in povertà, si trasferì nel villaggio di Lansingburgh, sul fiume Hudson. Qui Herman lasciò definitivamente la scuola; dapprima lavorò nell’azienda di uno zio, poi nel negozio del fratello maggiore, infine, come insegnante.

L’irrequietezza di Herman e il desiderio di essere economicamente indipendente, nonché la mancanza di una prospettiva lavorativa, lo spinsero nel giugno 1839 a imbarcarsi come mozzo su una nave ancorata al porto di New York e in partenza per Liverpool, la “St. Lawrence”. Fece la traversata, visitò Londra e ritornò con la stessa nave. Redburn: il suo primo viaggio (Redburn: His First Voyage), pubblicato nel 1849, si ispira a questa esperienza.

La lettura di Due anni a prora (Two Years Before the Mast) di Richard Henry Dana Jr. contribuì probabilmente a ridestare in Melville il desiderio di viaggiare. Il libro, pubblicato nel 1840, descriveva la dura vita da marinaio semplice di uno studente di legge. Melville si arruolò di nuovo come marinaio e il 1º gennaio 1841 partì dal porto di New Bedford (Massachusetts) sulla baleniera “Acushnet”, diretta verso l’Oceano Pacifico. Non abbiamo informazioni dirette riguardo a questo viaggio di diciotto mesi, per quanto il romanzo sulla baleniera Moby Dick; ovvero, la balena rielabori probabilmente molti ricordi dell’esperienza a bordo della “Acushnet”. Una volta a Nuku Hiva, nelle Isole Marchesi, Melville disertò con un compagno. Il romanzo Typee e la sua continuazione, Omoo, riguardano questa vicenda, anche se in forma romanzata.

Dopo un soggiorno alle Isole della Società e l’imbarco su due baleniere, Melville raggiunse le Hawaii nell’aprile del 1843. Così tre dei libri di Melville (TypeeOmoo e Giacchetta bianca) sono schiettamente autobiografici, mentre Moby Dick lo è indirettamente.  Mardi, romanzo filosofico scritto tra Omoo e White Jacket, parte dall’esperienza dei Mari del Sud per divenire presto un lungo viaggio conoscitivo e satirico sul modello de I viaggi di Gulliver e altri classici che Melville andava via via scoprendo con entusiasmo da neofita.

Abitò a New York fino al 1850, anno in cui acquistò una fattoria a Pittsfield (Massachusetts) occidentale; nel febbraio del 1850 pose mano a Moby Dick, che terminò e pubblicò nel 1851. Restò a Pittsfield tredici anni, impegnato a scrivere e a dirigere la fattoria. In vari racconti, fra cui Io e il mio camino (I and My Chimney), Montagna d’ottobre (October Mountain), Cock-A-Doodle-Doo! (Chicchirichì!) e La Veranda (The Piazza), Melville offre immagini della non facile vita a Arrowhead (nome che diede alla fattoria) e della campagna circostante. Il suo racconto più celebre, Bartleby lo scrivano (1853), è invece ambientato a New York.

Dopo i successi di Typee e Omoo le sue opere furono accolte con favore decrescente e non gli consentirono più di mantenere la famiglia. Per questo, e forse per l’affaticamento dovuto all’intensa attività letteraria, dal 1857 Melville cessò di pubblicare narrativa e dipese economicamente dal suocero, autorevole giudice del Massachusetts. Fra il 1856 e il 1857 compì un viaggio solitario in Inghilterra, dove visitò l’amico Hawthorne, e in Palestina. Al rientro, nella primavera del 1857, sostò una settimana a Napoli e a Vico Equense e un mese a Roma; fu anche a Genova e Venezia. Rientrato in patria, tentò dal 1857 al 1860 l’attività di conferenziere itinerante. I suoi argomenti erano le opere d’arte che aveva visto in Europa e le meraviglie dei Mari del Sud. Ma non riscosse il successo sperato essendo, a quanto sembra, privo dell’arte di interessare gli ascoltatori.

Nel 1866 ottenne un impiego come ispettore doganale nel porto di New York, lavoro che esercitò con rassegnazione fino al 1885. In questo periodo diede alle stampe una raccolta di poesie ispirate alla Guerra di secessione americana (1866) e pubblicò a spese del suocero un lungo poema, Clarel (1878), liberamente ispirato al suo soggiorno in Palestina.

Nel 1867 il primogenito Malcolm, nato nel 1849, si uccise in casa dei genitori con un colpo di pistola. Il secondogenito, Stanwix (1851-1886), morì più tardi a San Francisco dopo una vita errabonda.

Nel 1890 Melville subì un attacco di erisipela, una grave malattia della pelle. Il 19 aprile 1891 portò a termine il manoscritto dell’ultimo breve romanzo, Billy Budd, ma in seguito lo riprese ancora, lasciandolo inedito alla morte che lo raggiunse a New York il 28 settembre 1891. E’ sepolto nel Woodlawn Cemetery nel Bronx.

Alla sua morte, Melville era quasi completamente dimenticato, anche se diversi suoi romanzi erano regolarmente ristampati. Moby Dick del 1851, da molti ritenuto il suo capolavoro, fu riscoperto nel 1921 (cento anni fa) grazie a una biografia di Raymond Weaver. Oggi è considerata una delle opere fondamentali della letteratura mondiale e trova piena consacrazione nell’olimpo de Il Canone Occidentale del critico statunitense Harold Bloom, tra Dante e Cervantes, tra Shakespeare e Withman.

Melville era amico di Nathaniel Hawthorne, e le sue opere furono ispirate dalla produzione più tarda di quest’ultimo; e non a caso Moby Dick è dedicato all’amico scrittore.

Il romanzo breve Billy Budd, scritto dopo circa trenta anni da Moby Dick, rimasto inedito e non del tutto finito alla morte di Melville, fu pubblicato nel 1924 e fu presto ritenuto un classico. Due compositori, Giorgio Federico Ghedini e Benjamin Britten, ne hanno ricavato opere per il teatro musicale.

Ma fu Hollywood a contribuire alla riscoperta dell’autore con film su Moby Dick rimasti indimenticabili per le diverse e sempre più complete regie tra cui quella di John Huston – con la sceneggiatura di Ray Bradbury –  nel 1956 e di Ron Howard nel 2015.

Moby Dick

«La vita nelle baleniere è stata la mia Harvard e la mia Yale» (Moby Dick). Su Moby Dick si è scritto di tutto, ma possiamo considerare che alcune interpretazioni siano ormai dei punti fermi, delle boe intorno alle quali navigare per orientarsi. Tanto per cominciare, è indubbio che Melville fonda tra di loro due tradizioni epiche, quella laica, ascrivibile all’impresa eroica, al viaggio e alla conquista, e quella religiosa, la ricerca d’un ordine trascendentale; questa duplicità si ripercuote anche nella doppia valenza dei protagonisti, Achab (funzione esteriore) e Ismaele (funzione interiore). A un dualismo s’ispira del resto tutto il libro: abbiamo da una parte la caccia alla balena, con le sue digressioni scientifiche, storiche, mitologiche, religiose e antropologiche (si va dal tutto verso la balena), e dall’altra l’universalizzazione in chiave morale del tema primario (e qui si va dalla balena verso il tutto).

Di Moby Dick come opera-mondo, o particolare forma di epica moderna distinta dal romanzo, parla Franco Moretti; il romanzo sarebbe una delle prime grandi mitologie del mondo moderno, che realizza una continuità con le mitologie del mondo antico, con una forma ibrida fra epica, allegoria e tragedia.

Lewis Mumford, in Melville (1929), così interpreta il libro: “…storia dell’eterno Narciso che è nell’uomo, che scruta ogni fiume e oceano per afferrare il fantasma insondabile della vita.” Moby Dick è un labirinto, e il labirinto è l’universo, in un’epopea poetica: “la figura centrale è la balena, e la balena sta a significare l’universo imperscrutabile riflesso oscuramente nell’inconscio”. Impresa grandiosa, si chiede Mumford, o diabolica monomania? E se è una follia ossessiva, non porterà all’autodistruzione?

Ma non basta: nel 1924, D. H. Lawrence (nel saggio “Moby Dick” di Herman Melville) leggeva nella nave Pequod il simbolo degli Stati Uniti e del melting pot americano. Per lui, lo stile del romanzo puzzava però di giornalistico e suonava falso. Se la prendeva, Lawrence, con la sentenziosità di Melville, con un tono generale che gli pareva da predicatore e che faceva del Nostro l’autore di una prosa mistica inadatta al romanzo moderno. Profondo e grande artista, concludeva, ma troppo vicino alla tradizione etico-mistico-trascendentalista. Non dimentichiamo però che gli americani sono il “popolo della Bibbia”, chiamato a conservare l’originaria cultura biblica dei coloni e dei Padri Pellegrini, e che di questa cultura anche Melville si è abbeverato in gioventù. Lo scarto fra queste premesse e l’acquisizione di una nuova realtà che si produce in Moby Dick avrebbe forse meritato una disamina più accurata.

Non a caso, Piero Sanavio, nel saggio su Melville ripreso in Baedeker americano – Esercizi di lettura (Campanotto, 2014), scrive: “Leviatano (Leviathan) era stato il nome di uno dei primi imbarchi del giovane Herman ma è anche il titolo del celebre trattato di Hobbes (1680), noto a Melville perlomeno di nome visto che nella sezione Cetology ne riporta la frase d’apertura. (…) Se è legittimo leggere il Pequod come una metafora dell’America, non di meno lo sarà considerare la balena bianca anche come un’idea dello Stato?”

Va ricordata anche la formazione emersoniana di Melville, nel clima del primo trascendentalismo, che ne fa un cultore intransigente del dubbio e dello scetticismo; è però altresì indubbio che in Moby Dick Melville si allontani da Emerson e si avvicini per converso a Carlyle e ai romantici tedeschi, per i quali la natura è un enigma tormentoso. Il Pequod diventa così simbolo sia del vecchio, sia del nuovo ordine americano, e Melville può essere visto come un simbolo, il simbolo o l’incarnazione del pensiero di minoranza dell’intellettuale americano schiacciato dai nuovi conformismi.

Nel 1849, poco prima di accingersi all’opera della sua vita, Melville intraprende la lettura completa delle opere di Shakespeare e ne esce fortemente colpito e influenzato. Non ha forse torto Francis Otto Matthiessen quando sostiene che Moby Dick appartiene anche al genere drammatico: vede allora Achab come un eroe elisabettiano, su cui pende l’ombra spaventosa di un destino tragico, tanto da diventare più una funzione narrativa che un personaggio.

Ma partiamo dall’inizio, ammesso che in questo opus per molti versi circolare ce ne sia davvero uno. Scrive Alessandro Portelli che nell’incipit di Moby Dick c’è un intento dialogico: è il lettore che deve chiamare il protagonista Ismaele, la città dei Manhattoes è “tua”, cioè del lettore, poi vengono degli imperativi (come “Ma guarda!”) sempre rivolti al lettore. Quella di Melville è dunque una scrittura monologante “che esplora e mette alla prova i suoi stessi limiti attraverso l’evocazione del suo altro, la voce”.

Ricordiamo poi che la balena è inafferrabile, un vero fantasma incappucciato (“hooded phantom”) e che forse (forse!) la si può catturare solo dispiegando il massimo delle conoscenze: “[Achab] sapeva le tendenze di tutte le maree e le correnti e perciò, calcolando le derive del cibo dei capodogli e inoltre tenendo a mente le stagioni regolari e accertate per la caccia nelle particolari latitudini, poteva giungere a ragionevoli congetture, quasi certezze, intorno al giorno più opportuno per trovarsi in queste o quelle acque alla ricerca della preda”. Un secolo dopo, la stessa sapienza è richiesta ai toreri; e non è un caso che la ritualità della corrida, dei suoi preparativi e della sua esecuzione in Death in the Afternoon di Hemingway riprenda perfettamente il modello di Moby Dick.

Il bianco opprimente contraddistingue il romanzo. Scrive Margaret Cohen: “Questo bianco naturale, al tempo stesso origine e assenza di tutti gli altri colori, (…) è al di là della moralità, e impone infatti di agire secondo un codice che sta al di là del bene e del male. Questa possibile alternativa amorale agli schematismi etici interessò profondamente Melville, che in un capitolo di Moby Dick, La bianchezza della balena, solleva ogni sorta di interrogativi sul relativismo morale e l’arbitrarietà del significato attribuito a questo colore (…) [il quale] rappresenta allo stesso tempo la quintessenza di ogni forma di umana resistenza.”

Religione, denaro e… opportunismo: “Con tutta la loro puntigliosa osservanza della Bibbia e il loro propugnato pacifismo”, scrive Piero Sanavio nel saggio citato, “i quaccheri proprietari del Pequod nella loro fame di denaro non esistano a svegliare il mostro, facendo correre ad altri, però, i rischi del confronto.” Un tema oggi di grande attualità che vede contrapposti enormi interessi economici e politici agli stentati tentativi di esplorare un nuovo modello di sviluppo sostenibile.

L’amicizia, e in particolare il rapporto con Hawthorne, furono determinanti: da un lato, lo scrittore è idealizzato come un sodale perfetto, un fratello, ma presto, dopo un’intensa frequentazione, delude le aspettative, si rivela freddo. Non si capisce bene se non sia anche questa incomprensione, magari unita ad altre ragioni, a far sì che Melville si rimetta a lavorare a un manoscritto già ultimato nel luglio del 1850, cambiando improvvisamente idea e modificandolo almeno fino al luglio del 1851.

Scrive ancora Piero Sanavio, e valga come giudizio complessivo: “Come Thoreau, Melville anticipava i suoi contemporanei di molte lunghezze, pure se a propria insaputa si muoveva verso ricerche e sperimentazioni che avevano il loro epicentro in Europa.” E ne rammenta l’amaro finale: “L’irritazione per l’incomprensione dei contemporanei si univa al senso di colpa per non aver conquistato il successo e alla necessità di un guadagno; rintanato nelle sue angosce e i suoi masochismi, lasciò che il proprio nome diventasse quasi del tutto sconosciuto al grande pubblico. Finì per essere poco noto anche alla stampa e nell’articolo commemorativo apparso sul Times di New York alla sua morte il nome di battesimo sarebbe stato dato come Henry.”

L’ultima citazione in questo articolo della domenica,  la lascio a Claudio Magris, che nel contributo all’opera collettiva Il romanzo, a cura di Franco Moretti,  scrive: “Grande mondo epico e isolata scheggia inaccessibile convivono talora nello stesso autore, come in Melville, che ha scritto Moby Dick ma anche Bartleby lo scrivano.” Epico e inaccessibile, aggiungo, come il mare, la montagna, come tutto ciò che è grande e intimamente inesplorabile.

In anni in cui la dissennata volontà di potenza dell’Uomo sembra arrestarsi davanti ad una Natura che  presenta il conto delle infinite violazioni subite ogni giorno, la lezione di Melville diventa monito ineludibile che tuttavia solo una giovanissima studentessa svedese, sembra essere l’unica ad aver voluto avvertire senza mezzi termini l’Umanità del raggiungimento “del punto di non ritorno” riunendo intorno a sé milioni di giovani in tutto il Pianeta nel movimento spontaneo Friday for Future.

Al nonno Herman la piccola Greta Thunberg  che, come lo scrivano Bartleby, ad un mondo reso folle dal profitto ha osato dire «preferirei di no !»  sarebbe piaciuta.

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