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Una storia di cent’anni fa: quando la musica popolare siciliana conquistò l’America

di Luigi Sanlorenzo


I flussi migratori in entrata e in uscita nel nostro Paese ci ricordano che la natura dell’uomo si mantiene errante per garantire la propria sopravvivenza e generare continuità ed evoluzione della specie attraverso l’incontro con ogni genere di diverso.

Davanti a tante generazioni in movimento la pubblica opinione è più portata a chiedersi, spesso con timore e sospetto, cosa esse chiedano e soprattutto cosa verranno a togliere: welfare, posti di lavoro, tradizioni consolidate, stili di vita ?

Più raramente ci si interroga invece su cosa esse ci portino in dono, ben oltre l’arido calcolo economico relativo a quei contributi economici e previdenziali che, a causa di denatalità e di invecchiamento della popolazione, sono ormai diventati vitali per il nostro Paese

Al sorgere del nuovo anno può servire una riflessione su un fatto storico recentemente portato all’attenzione dei media. Una storia di cento anni fa che contiene una morale profonda utile a comprendere, ad accogliere, a sperare.

Nel luglio del 1918 venne pubblicato dalla casa discografica Columbia di New York il brano “Speranze perdute” uno dei primi successi de I Quattro Siciliani, un’orchestra fondata e guidata da un mandolinista di Marsala, Rosario Catalano, grande imprenditore di se stesso.

“I musicisti erano tutti emigrati dalla Sicilia – scrive l’ etnomusicologa Giuliana Fugazzotto – dove svolgevano varie attività lavorative di tipo artigianale. Come da tradizione, facevano parte di quei gruppi di musicisti semi-professionisti di area urbana, spesso barbieri o sarti, che eseguivano principalmente, musica per il ballo.

Il quartetto era formato da Rosario Catalano (Marsala 1886-New York 1925), mandolinista e direttore dell’ensemble, Giuseppe Tarantola (Camporeale 1893-New York 1945), al clarinetto, Carmelo Ferruggia (o Farruggia, prob. Agrigento 1862), alla chitarra, e Girolamo Tumbarello, alternativamente al contrabbasso o al bassotuba”.

L’evento s’inquadra nella nascita della produzione discografica “etnica” americana, uno degli esiti culturali più originali dovuto alla new immigration, che vide leader il gruppo degli italiani, quelli meridionali, soprattutto. Le case discografiche investirono nella musica strumentale e favorirono la fusione di stili e procedimenti compositivi, funzionali alla domanda di musiche da ballo, per le serate di danza organizzate da società, fratellanze, enti di mutuo soccorso, necessari a rafforzare i vincoli di identità comunitari.

Fu in quella fase che entrarono in scena trionfalmente I Quattro Siciliani, il gruppo più importante fra i tanti ensemble italiani che incidevano musica da ballo in quegli anni.

In Italia, in quel periodo, non esisteva un mercato per ciò che oggi chiameremmo pop: si vendeva solo musica lirica e sinfonica, perché solo gli aristocratici potevano permettersi di acquistare dischi, e cercavano quei generi. In America, invece, gli immigrati lavoravano, guadagnavano e presto diventarono un pubblico nuovo e appetibile. Le nascenti etichette discografiche ingaggiarono quindi i musicisti italiani scovati alle feste di quartiere, alle processioni religiose, a matrimoni e battesimi. E fu è un successo.

La musica strumentale era da ballo, un’antenata del liscio. Mentre i brani vocali, in dialetto, narravano la nostalgia dell’Italia, la fatica ad affermarsi nel nuovo mondo, ma anche le bellezze dell’America. Il campano Eduardo Migliaccio, intrattenitore amatissimo nelle Little Italy americane, nel 1928 dedicò una canzone alla spiaggia di Coney Island a Brooklyn: in dialetto la

storpiava in “Cunailante”, ammirandola come “terra di gioventù” per la sua vitale frenesia. Un altro tema ricorrente era l’ingiusta condanna a morte di Sacco e Vanzetti, nel 1927.

Co-protagonista nello strumentario del gruppo de I Quattro Siciliani era il mandolino che, a volte, raddoppiava le linee principali della melodia, ma più spesso interagiva con essa con controcanti e note d’armonia. La chitarra e il basso garantivano il supporto ritmico-armonico costruito sempre in battere e, diversamente da quanto accadeva nei coevi primi gruppi jazzistici, senza movimenti sincopati.

L’attività imprenditoriale del siciliano Saro Catalano musicista, manager, discografico ci fa sapere Giuliana Fugazzotto, è attestata dall’esercizio commerciale che aprì, probabilmente dopo il 1917 in Flushing Avenue, tra Brooklyn e Queens, la Catalano Phonograph Co., per la vendita di dischi, fonografi, rulli per piano automatico ed edizioni musicali.

Il compositore de I Quattro siciliani, Giuseppe Tarantola, fu il primo a usare il clarinetto da solista: una tendenza in seguito consacrata dal jazz. Ai nostri musicisti, poi, si deve l’invenzione di uno strumento tuttora in uso in America: il mandolin-banjo, un ibrido fra tradizione italiana e americana.

Il più grande mandolinista del mondo, Giovanni Vicari, emigrato da Catania nel 1925, lo ritroviamo anche a suonare nel film di Francis Ford Coppola Il Padrino (1972) nella scena iniziale del matrimonio della figlia di don Vito Corleone.

La storia ci aiuta a leggere il presente. Dalle canzoni scopriamo le difficoltà dei nostri nonni, ma anche quanto si rivelarono importanti per gli Stati Uniti: non dimentichiamo che gli italiani in America costruirono le ferrovie.

La musica racconta anche la frattura generazionale nelle famiglie, che forse è comune anche a chi oggi emigra in Italia: i genitori arroccati sulle loro tradizioni, che facevano la spesa solo dai paesani e non mollavano il dialetto; i figli, al contrario per integrarsi nel nuovo Paese rifiutavano la lingua dei padri.

Solo in anni recenti anni nipoti e pronipoti hanno cominciato la riscoperta non conflittuale delle proprie radici.

La musica quindi come ponte che unisce sponde ed epoche lontane e su cui si incontrano e si fondono sentimenti universali, arabescando il destino di un’umanità unica e interdipendente come abbiamo imparato dalla riflessione di Walter Benjamin sulla musica e il legame di questa con una visione messianico-redentiva dell’esperienza e della conoscenza, del linguaggio e della storia che può salvarci dalle incombenti – ieri come oggi – “rachitiche passioni dell’individuo isolato”.

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