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I cento anni del giudice Antonino Caponnetto

di Francesco Pira
[Foto: Camilla Morandi – AGF]

Pochi giorni fa, il 5 settembre, si è svolta la commemorazione del centenario della nascita del Giudice Antonino Caponnetto.

Nino Caponnetto nasce a Caltanissetta il 5 settembre del 1920. Entrò in magistratura nel 1954 come pretore a Prato dove si appella alla Corte Costituzionale per due norme che vietavano il volantinaggio. Svolse la carriera in Toscana sino al novembre del 1983 quando un evento gli cambiò la vita: a Palermo la mafia uccide il consigliere istruttore Rocco Chinnici.

Caponnetto non ci pensa due volte e ottiene di essere trasferito dal Csm nel capoluogo siciliano. Qui fonda e dirige presso l’Ufficio istruzione di quel Tribunale e il «pool antimafia» nel quale chiama Giovanni Falcone, Paolo Borsellino, Giuseppe Di Lello e Leonardo Guarnotta. È la squadra che istruisce il maxiprocesso a cosa nostra grazie anche alle rivelazioni del boss Tommaso Buscetta ma, soprattutto, all’intuizione che non sarebbe stato possibile contrastare una struttura militare come la mafia, se non coordinandosi fra magistrati che si occupavano solo dei boss. Un capolavoro investigativo-giudiziario che portò all’arresto di oltre 400 esponenti di Cosa nostra. Nel marzo 1988 quando a 67 anni, Nino Caponnetto ritorna a Firenze in Corte d’Appello. A Palermo al suo posto, arriverà Antonino Meli preferito dal Csm a Giovanni Falcone in virtù della sua maggiore anzianità di servizio. Nel 1990, Caponnetto raggiunge il pensionamento come presidente aggiunto della Corte suprema di Cassazione. Nel 1991 è tra i fondatori del movimento politico la Rete ma nel 1992 vede assassinare i suoi due pupilli: Giovanni Falcone e Paolo Borsellino. Proprio uscendo dall’obitorio, dopo aver baciato la fronte di quest’ultimo, con la voce rotta dall’emozione si lascia andare ai microfoni della Rai: «Non c’è più speranza».

Nel 1993 si presenta alle elezioni amministrative di Palermo: è il candidato più votato e viene eletto presidente del Consiglio comunale. Non si contano le onorificenze ricevute per il suo impegno: dalla laurea honoris causa in scienze politiche dall’Università di Torino alle cittadinanze onorarie di Palermo e Catania. Senza considerare le petizioni per farlo nominare senatore a vita.

 «Il ricordo del giudice Caponnetto, nel centenario della sua nascita, ci impone responsabilità nel proseguire il suo lavoro sul fronte della lotta alla mafia — ha detto Giuseppe Antoci, presidente onorario della Fondazione — perché possa diventare strumento quotidiano di esercizio del dovere di cittadinanza. Quella fiaccola raccolta da Caponnetto dalle mani dei suoi amati Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, barbaramente uccisi nelle stragi del ‘92, sia la fiaccola che accompagni tutti noi con la speranza che con essa, un giorno, si possa accendere il braciere della vittoria contro tutte le mafie, un cancro che soffoca il Paese».

Antonino Caponnetto era un uomo con una grandissima forza d’animo e ha percorso migliaia di chilometri su e giù per l’Italia, per insegnare in centinaia di piazze e in migliaia di scuole o piazze i valori della Costituzione italiana, l’educazione alla legalità e ha raccontato un’idea di informazione libera e di giustizia possibile.

Non potrò mai dimenticare l’intervista fatta al giudice Antonino Caponnetto.  Mi piacevano tantissimo i messaggi che era capace di lanciare ai giovani: “Ragazzi godetevi la vita, innamoratevi, siate felici ma diventate partigiani di questa nuova resistenza, la resistenza dei valori, la resistenza degli ideali. Non abbiate mai paura di pensare, di denunciare e di agire da uomini liberi e consapevoli”.  Gli stessi giovani che dopo la strage di Capaci iniziarono a stazionare sotto la sua finestra per fargli sentire che non era tutto finito e che sulle sue gambe, insieme a lui, dovevano ancora camminare le idee dei tanti morti ammazzati. Caponnetto era “Nonno Nino” per le migliaia e migliaia di ragazzi incontrati, fino all’ultimo momento della sua vita.

Sulla tragica uccisione del giudice Borsellino aveva fatto dichiarazioni molto precise, poiché attendeva risposte che non sono arrivate: “Ancora oggi aspetto di sapere chi fosse il funzionario responsabile della sicurezza di Paolo, se si sia proceduto disciplinarmente nei suoi confronti e con quali conseguenze”. La sua ricerca della verità non si fermò mai nemmeno un istante, aveva fame e sete della giustizia.

Ricordare Antonino Caponnetto è, oggi, omaggiare la vita di un uomo che ha fatto della sua esistenza testimonianza concreta di valori profondi, quelli che danno senso al nostro essere uomini e donne, quelli che vivono nel quotidiano rispetto di democrazia, legalità ma, soprattutto, di coerenza di fatti e parole. Una vita congruente, in mezzo alle tante parole vuote di oggi, a tante chiacchiere facili. Vite di cui basta guardare i gesti compiuti per capirne la coerenza morale, umana, politica.

“Nella società liquida in cui viviamo non basta l’educazione, l’istruzione una volta per tutte, come accadeva un tempo. Occorre una formazione ed un’educazione continue, perché la sola istruzione del tempo della scuola non è sufficiente”. Così Zygmunt Bauman, sociologo e filosofo, uno dei più grandi pensatori contemporanei, ha aperto alla Gran Guardia di Verona, il convegno interculturale “Educazione e counselling interculturale nel mondo globale”, organizzato dal Centro Studi Interculturali dell’Università degli Studi di Verona. Come dargli torto! Bisogna educare le nuove generazioni alla legalità e al rispetto della legge, per armonizzare e divulgare gli eventi che hanno tracciato nuovo percorso, segnato dal sangue di uomini onesti e di stragi feroci, per raggiungere nuovi obiettivi civili e sociali.

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