ore

Trattato di Non-Proliferazione Nucleare tra indifferenza e giochi di potere

di C. Alessandro Mauceri

Uno degli aspetti più inquietanti della politica internazionale recente è che argomenti importanti per la sopravvivenza di tutto il pianeta spesso passano inosservati.

Il primo giorno di luglio del 1968, i paesi membri dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite firmarono il Trattato di Non-Proliferazione Nucleare, NPT. L’accordo, entrato in vigore nel 1970, è stato poi ratificato da 188 stati membri (grandi assenti Israele, India e Pakistan), ma non ha mai smesso di essere al centro di polemiche.

L’accordo prevede che i paesi vengano divisi in due gruppi: nucleari (Cina, Francia, Regno Unito, Russia, Stati Uniti e tutti i paesi “che hanno sviluppato e fatto esplodere armi nucleari prima del 1 gennaio 1967”) e non nucleari. I primi si impegnano a non incrementare il proprio arsenale nucleare; gli altri a non dotarsi di armi nucleari. Due concetti facili da scrivere, ma praticamente impossibili da far rispettare. Al punto che sono in molti a pensare che l’accordo venne scritto così proprio per questo motivo.

La valutazione dello stato dell’arte venne affidata all’Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica che avrebbe potuto effettuare ispezioni anche negli stabilimenti nucleari degli stati non-nucleari. Secondo questo accordo, paesi come Israele, India e Pakistan, dovrebbero smantellare i propri arsenali nucleari e porre tutti i materiali fissili sotto il controllo internazionale. E paesi come il Sud Africa, che è stato ammesso nell’NPT solo nel 1991, dovrebbe non possedere nessuna testata nucleare.

Fu prevista una revisione/verifica ogni 5 anni. L’ultima conferenza di riesame del Trattato si è svolta dal 27 aprile al 22 maggio 2015. E si è conclusa senza l’adozione di un documento finale consensuale (soprattutto per il mancato accordo sulle parti del testo riguardanti la zona libera da armi di distruzione di massa in Medio Oriente, la cui Conferenza non è mai stata convocata per disaccordi fondamentali sull’agenda).

Nel 1970, l’arsenale atomico mondiale contava più di 38mila testate nucleari. A causa della politica di deterrenza reciproca tra USA e URSS crebbero, anno dopo anno, fino al 1986 (69.440 ordigni nucleari). Per poi diminuire. Oggi Russia e degli Stati Uniti, insieme, detengono oltre il 90% delle armi nucleari del pianeta (oltre 6000 ordigni nucleari ciascuno). Ma anche molti altri paesi possiedono arsenali nucleari pericolosi: la Cina (290 testate), Francia e Regno Unito (rispettivamente di 300 e 200), India e Pakistan (ciascuno di oltre 150 ordigni), e poi Israele, Corea e altri. Complessivamente sulla Terra le armi nucleari pronte ad essere fatte esplodere sarebbero circa 13.400 (dato inizio 2020). La cosa più preoccupante è che ben 3.720 sono attualmente dispiegate con forze operative e quasi 1800 addirittura mantenute in uno stato di massima allerta operativa. In altre parole, per utilizzarle, basterebbe premere il famoso “bottone”.

Secondo alcuni la diminuzione del numero di armi nucleari nel mondo non sarebbe frutto dell’NPT ma di un altro trattato: quello del 2010 sulle misure per l’ulteriore riduzione e limitazione delle armi offensive strategiche l’accordo cosiddetto New START. Anche questo accordo scadrà tra poco, a febbraio 2021 (a meno che entrambe le parti non decidano di prorogarlo). E anche per questo accordo non c’è molto…. accordo. Lo scorso anno la proposta di estendere New START o per negoziare un nuovo trattato non è andata a buon fine (in parte per l’insistenza degli USA a far sedere la Cina ai colloqui sulla riduzione delle armi nucleari – cosa che la Cina ha escluso categoricamente – in parte a causa dei cambiamenti geopolitici in atto nel mondo).

“La situazione di stallo per New START e il crollo del trattato sovietico-americano del 1987 sull’eliminazione dei missili a raggio intermedio e a corto raggio (trattato INF) nel 2019 suggerisce che l’era degli accordi bilaterali di controllo degli armamenti nucleari tra Russia e Stati Uniti potrebbe sta per finire”, ha dichiarato Shannon Kile, del SIPRI, “La perdita dei principali canali di comunicazione tra la Russia e gli Stati Uniti, intesa a promuovere la trasparenza e prevenire percezioni errate sulle rispettive posizioni e capacità delle forze nucleari, potrebbe potenzialmente portare a una nuova corsa agli armamenti nucleari”.

É evidente quindi che l’argomento “armi nucleari” è estremamente delicato e attuale. Il rischio è più concreto di quanto si possa pensare. Pare che Stati Uniti e Russia, quasi certamente, abbiano violato entrambi, ciascuno a modo proprio, alcuni dei trattati sottoscritti. Anche il Trattato sui cieli aperti firmato a Helsinki nel 1992 (in vigore dal 2002), che consentiva a uno dei suoi 34 paesi firmatari di condurre una sorveglianza aerea disarmata sul territorio dell’altro con un preavviso di 72 ore (un accordo considerato essenziale per la sicurezza tra gli stati della NATO e la Russia). A maggio scorso, Trump ha annunciato il ritiro degli Stati Uniti dall’Accordo motivandolo con il mancato rispetto degli accordi da parte della Russia.

Il punto è che, in questo come in altri casi, le violazioni commesse da entrambi i paesi spesso sarebbero risolvibili in modo diplomatico. Preoccupante, quindi, l’ostinazione di usarle come scusa per imporre decisioni diverse. É per questo motivo che la decisione di Trump ha sorpreso (e preoccupato) molti. Persino il generale americano in pensione Michael Hayden, già capo della CIA e della National Security Agency, ha rilasciato dichiarazioni pesanti e ha espresso il timore che questa scelta azzardata potrebbe avere ripercussioni negative anche sul rinnovo del trattato (New START). E non solo su quello.

Nel 1987, furono Ronald Reagan e Gorbaciov a negoziare il trattato sulle forze nucleari intermedie. Poi furono il controverso Richard Nixon e la sua controparte russa a firmare il trattato sui missili anti-balistici, nel 1972. E fu Bush a sottoscrivere il trattato sui “cieli aperti” (1992).

Ora, con Trump (specie se dovesse essere confermato inquilino della Casa Bianca), tutti questi accordi rischiano di essere messi in discussione. O cancellati tutti insieme in un colpo solo.

“Stiamo vivendo un momento in cui la diplomazia come strumento di promozione degli interessi americani è più importante che mai. Eppure, nel corso dei tre decenni e mezzo in cui sono stato diplomatico professionista, non ho mai visto un momento in cui è stato più alla deriva”, ha dichiarato l’ex diplomatico americano William J. Burns.

Il rischio è che le scelte anacronistiche imposte dal Tycoon della Casa Bianca possano portare indietro di decenni. In questo come in altri settori – si pensi, ad esempio, al settore delle emissioni di CO2 o alla decisione di trivellare nuove zone dell’Alaska in cerca di petrolio). Decisioni individuali sintomo di un disagio generale ma che potrebbero portare ad un mondo senza misure di controllo degli armamenti nucleari.

Con rischi che è difficile immaginare per la sicurezza internazionale. Russia e Stati Uniti pare abbiano deciso di concedere nuovi ampi spazi alle armi nucleari nei rispettivi piani militari. Secondo il SIPRI, pare che entrambi abbiano nuovi e costosi programmi per sostituire e modernizzare il proprio arsenale nucleare, i sistemi di trasporto dei missili e gli impianti di produzione di armi nucleari. Un significativo cambiamento di rotta e verso una graduale proliferazione delle armi nucleari.

Anche gli altri paesi dotati di arsenali più ridotti, ma pur sempre pericolosissimi per l’effetto a catena che potrebbero scatenare, stanno sviluppando o sviluppando nuovi sistemi d’arma o hanno annunciato l’intenzione di farlo: la Cina pare stia mettendo a punto una cosiddetta triade nucleare, composta da nuovi missili terrestri e marittimi e velivoli con capacità nucleare; India e Pakistan stanno lentamente aumentando le dimensioni e la diversità del proprio arsenale nucleari.e in barba a quanto previsto dal Trattato di Non Proliferazione Nucleare, in tutti questi paesi non c’è trasparenza sulla reale capacità degli arsenali nucleari: “Gli Stati Uniti hanno divulgato importanti informazioni sulle proprie scorte e capacità nucleari, ma nel 2019 l’amministrazione statunitense ha posto fine alla pratica di divulgare pubblicamente le dimensioni delle scorte statunitensi”, ha dichiarato Hans M. Kristensen, del SIPRI Nuclear Disarmament, Arms Control e direttore del progetto di informazione nucleare presso la Federation of American Scientists (FAS).

La Russia, dal canto suo, pare non aver reso disponibile una suddivisione dettagliata delle forze conteggiate in New START (le condivide solo con gli Stati Uniti). Israele adotta una politica di vecchia data: non parla del proprio arsenale nucleare.

Anche il Regno Unito e la Francia, i paesi europei dotati di un preoccupante (anche dal punto di vista strategico) arsenale nucleare hanno dichiarato poche informazioni.

Che lo si voglia credere o no, esistono seri rischi che si stia tornando verso una proliferazione del nucleare bellico. E le prove non mancano. Il Trattato Inf (Trattato sulle forze nucleari intermedie) che aveva portato alla distruzione di ben 2692 missili, 846 americani e 1.846 russi, lo scorso anno non è stato rinnovato. I sei mesi entro i quali il Trattato avrebbe potuto essere salvato sono scaduti senza che gli sforzi politico-diplomatici e le minacce portassero alcun beneficio. Ufficialmente a causa delle accuse mosse dal presidente americano Donald Trump nei confronti della Russia e i suoi missili da crociera 9M729.

L’intesa tra USA e URSS (ora Russia), prevedeva non solo la riduzione delle armi nucleari, ma la loro completa distruzione. Fu grazie a questo accordo che vennero distrutti i missili a raggio intermedio (da 500 a 5.000 chilometri) dotati di testata nucleare dispiegati da Usa e dall’Urss in Europa, da un lato gli SS20 russi e i Pershing 2 e i Cruise (pare installati, tra l’altro, anche in Italia) americani.

A proposito di Europa, anche il vecchio continente sembra essere un arsenale di centinaia e centinaia di missili nucleari. Americani, francesi e inglesi e non solo. E gli sforzi del consorzio dell’UE per la non proliferazione e il disarmo non sembra aver sortito gli effetti sperati. Almeno finora.

In realtà, oggi, nel mondo non c’è nessuna voglia di scrivere la parola fine sul capitolo armi nucleari. Per chi dovesse avere ancora qualche dubbio, basterà sapere che il 7 luglio 2017 (ancora una volta una ricorrenza vicina ma di cui i media si sono guardati bene dal parlare, distratti dalla riapertura del campionato di calcio o dalla sceneggiata mediatica di turno), 81 paesi delle Nazioni Unite hanno firmato un documento che prevede non solo la non proliferazione delle armi nucleari ma di “sviluppare, testare, produrre, fabbricare, acquisire, possedere o immagazzinare armi nucleari o altri dispositivi esplosivi nucleari”. In altre parole non solo non produrre nuove testate nucleari ma smantellare quelle esistenti!

Il punto è che per diventare esecutivo l’accordo doveva essere sottoscritto e ratificato da almeno 50 paesi. Ebbene, ad oggi, dopo tre anni, ad aver firmato e trasformato in legge questo accordo sono stati solo 37 paesi (un altro ha avviato le procedure). E in Europa, gli unici governi ad aver firmato e ratificato l’accordo sono Austria e San Marino. Tutti gli altri, in questo modo, hanno indirettamente detto SI al proliferare delle armi nucleari. Ma senza farlo sapere ai propri elettori….

Nei giorni scorsi, riferendosi al coronavirus, il Segretario Generale delle Nazioni Unite António Guterres, ha parato di “un virus microscopico ci ha messo in ginocchio”. Un altro virus, assolutamente invisibile, ma dagli effetti potenzialmente molto peggiori si sta diffondendo in tutto il mondo: l’indifferenza.

ALTRI ARTICOLI CHE POTREBBERO INTERESSARE

Per segnalazioni o proposte di collaborazione
%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: