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Fumo di Londra. Quel che resta dell’Europa in bilico tra rinascita e declino

di Luigi Sanlorenzo 27 Dicembre 2020
di Luigi Sanlorenzo 27 Dicembre 2020
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Bandiere a mezz’asta in prossimità della torre dell’orologio del palazzo di Westminster a Londra

Nel 2016 a nulla servì la bandiera a mezz’asta esposta sulla torre del Parlamento britannico in segno di lutto per l’assassinio della deputata laburista Jo Cox nel corso della campagna referendaria. Eppure, come un tragico monito, avrebbe dovuto far riflettere i sudditi del Regno Unito sulla responsabilità della scelta pro o contro l’Europa.

Nel volgere di poche ore le previsioni più ottimistiche furono ribaltate e con esse andarono in fumo sessant’anni di storia che realizzavano, pur con ogni limite umano e politico, la straordinaria visione concepita da Altiero Spinelli nell’esilio di Ventotene mentre infuriava all’orizzonte il rogo della seconda guerra mondiale.

Tra pochi giorni, dopo quattro anni di trattative estenuanti condotte in ultimo nel clima soffocante della pandemia, la Gran Bretagna lascerà l’Europa e non lo farà per elevate ragioni etiche o in vista di alternative migliori. Con uno scarto, non eclatante ma determinante, nella terra di John Locke e di David Hume hanno prevalso l’astio e non la ragione, la paura e non la fiducia, il passato e non il futuro. Hanno preso il sopravvento impossibili nostalgie di un aureo isolamento coltivate da ultra sessantacinquenni e dai ceti popolari stretti nella morsa della crisi economica su cui hanno soffiato i venti della xenofobia e del razzismo, assecondati dalla leadership debole di David Cameron che tentava di proteggersi dall’ascesa dei sovranisti blandendo gli elettori con la promessa del referendum contro l’Unione. Ma, mal gliene incolse e nel 2016 dovette lasciare ugualmente Downing Street ai tormentati balletti di Teresa May e successivamente alle buffonate di Boris Johnson. Secondo il costume britannico, di colui che fu definito una giovane promessa del partito conservatore, una sorta di emulo sull’altro versante di Tony Blair, non si hanno più notizie da quattro anni.

 Oggi quella mossa azzardata si è rivoltata contro i propri autori che dovranno assumere una responsabilità senza precedenti nella storia della Gran Bretagna poiché l’esito della consultazione che ha contrapposto i leavers ai remainers supera il Canale della Manica e si riverbera su un continente di oltre 500 milioni di persone che non perde solo una delle ventotto nazioni che compongono l’Unione, ma quella che ne completava il significato e ne definiva l’identità.

La notte del 31 dicembre in Europa il tempo si fermerà e nello spazio di pochi secondi passeranno nella mente di molti di noi migliaia di immagini del passato individuale e collettivo legato indissolubilmente al rapporto con una terra che ha rappresentato per secoli la frontiera europea di ogni innovazione culturale, economica e sociale e la cui lingua ha preso il posto, dopo due millenni, del latino, contribuendo a globalizzare, nel bene e nel male, la nostra esistenza.

Una terra che sta accogliendo da vent’anni larga parte della generazione Erasmus, offrendo non solo il lavoro per sopravvivere in condizioni di dignità e di tutela sociale ma soprattutto la possibilità di sviluppare quei talenti che paesi come l’Italia ogni giorno umiliano, spingendoli ad emigrare.

Senza la presenza britannica l’Europa corre il rischio di tornare ad essere, pur con altri mezzi, l’eterno campo di battaglia tra la Germania e la Francia, in lotta – impari – per il predominio culturale ed economico, anche quando diplomatici abbracci sembrano voler mandare messaggi di altro segno. Quella stessa Francia che nel 2005 ha contribuito ad affossare il progetto di una vera Costituzione Europea e nel 2010 ha di fatto impedito la realizzazione dell’area di libero scambio nel Mediterraneo. Quella stessa Germania che non ha esitato ad umiliare la Grecia – pur non esente da pesanti responsabilità – ed a finanziare il premier turco Erdogan perché facesse il “lavoro sporco” di intercettare con metodi inaccettabili i migranti che provengono da est, dando vita ai lager del terzo millennio. Né può farsi affidamento sulle nazioni di quello che un tempo chiamavano BENELUX (Belgio, Olanda e Lussemburgo) sulle lontane terre scandinave che, persino nella semidesertica Finlandia che pure deve tutto all’Unione ed ai ben utilizzati fondi strutturali, mostrano insofferenza verso i flussi migratori da cui sono molto parzialmente interessati e sospetto verso la trasparenza degli altri partners nell’Unione beneficiari come l’Italia di ben più cospicue porzioni del Recovery Fund.

Gli ultimi arrivati, quei paesi baltici e slavi, in cui una destra xenofoba e prepotente sta pervadendo menti da troppo poco tempo abituate alla democrazia occidentale, finiranno col trovare in Vladimir Putin il proprio riferimento e soprattutto il proprio finanziatore.

Cosa faranno l’Italia, la Spagna, il Portogallo e la Grecia, sempre più incapaci di trovare una propria strada mediterranea verso lo sviluppo e la cui larga parte del debito pubblico non è più interno ma si trova nelle casse delle banche tedesche?

Basteranno leadership traballanti e movimenti velleitari a contrastare la protesta interna che ancora una volta trova nei migranti un nuovo capro espiatorio piuttosto che una risorsa indispensabile per società ormai invecchiate?  Non è dato saperlo, ma i successi del Movimento 5 Stelle in Italia nel 2013 e nel 2018 possono essere  indicatori significativi circa l’avanzare di una politica che forse non sarà  più “anti” come si proclamò all’origine ma, certamente non lascia comprendere cosa essa veramente proponga in ordine ai grandi temi della contemporaneità, mentre all’orizzonte incombe il volto di una Destra che potrebbe prevalere in elezioni che, con mille funambolismi costituzionali ed accettando la mediocrità come rischio minore, si è cercato, finora di allontanare.

La politica internazionale si regge da sempre sull’esile equilibrio delle forze in campo. Per decenni essa ha trovato nella contrapposizione tra i blocchi un pur discutibile assetto. Dopo la caduta del Muro di Berlino, è toccato all’idea di superare la CEE al fine di determinare un nuovo equilibrio che trovasse nell’integrazione “conveniente” il collante tra nazionalità diverse e sovente contrapposte, disposte ad intraprendere la strada dell’Unione, prima economica e presto politica. L’errore che abbiamo pagato a carissimo prezzo è stato non aver saputo invertire la sequenza, per ritrovarci in un’Europa dei banchieri piuttosto che degli statisti.

Il nuovo corso impresso alla Commissione da Ursula Van der Leyen e il Parlamento di Strasburgo presieduto da David Sassoli stanno facendo la propria parte ma è come pretendere di rimuovere in pochi mesi la ruggine accumulatasi in quindici anni. Basterà uno slogan affascinante come Next Generation EU a rifondare un’Unione senza la Russia, gravissimo errore, ed ora senza il Regno Unito?

Oltre all’approccio burocratico e mercantilistico, in questi anni la paura per il “diverso” ha fatto il resto. Quella stessa paura che indusse l’Europa a non ostacolare l’ascesa di Adolf Hitler, in funzione anticomunista, salvo a pentirsene amaramente quando fu troppo tardi. E’ quella stessa paura che oggi genera ostilità – quando non lucra profitti – nei confronti di chi fugge dall’orrore di guerre note o dimenticate di cui il pianeta è disseminato. Da qualche mese il fenomeno si è attenuato ma quanto potranno reggere le barriere imposte anche dalla pandemia e ora dal clima invernale a milioni di persone che fuggono da guerre e carestie ma anche da crisi economiche senza precedenti nella storia del Pianeta?

Risuonano in queste ore parole logore volte a rassicurare circa la tenuta finanziaria dell’Unione ed a promettere nuove politiche più attente alla dimensione sociale, con il rischio però di soccombere al peso immenso degli stanziamenti per sostenere nei paesi membri gli effetti economici della pandemia, andando incontro ad una pericolosa quanto temuta inflazione dell’euro. Non si dimentichi di cosa fu anticamera il medesimo fenomeno nella Germania impoverita e disperata che si consegnò senza condizioni ad Adolf Hitler nel 1933.

Dal primo gennaio 2021 in realtà, nulla sarà più come prima poiché il breve braccio di mare tra Dover e  Calais è diventato un oceano dove galleggiano i relitti dei sogni di più di una generazione e sulla sponda atlantica opposta si delinea non la promessa roosveltiana di un nuovo mondo possibile e migliore ma, dopo il delirio di Donald Trump e i demoni del passato che egli ha rappresentato ed evocato per quattro interminabili anni, lo sforzo immane che vedrà Joe Biden costretto a confrontarsi con le macerie lasciate dal proprio predecessore e con gli effetti devastanti di una pandemia che negli USA sarà a lungo fuori controllo.

In questo scenario geopolitico l’espansionismo commerciale e finanziario della Cina di Xi Jinping – corredato dai fenomeni repressivi delle minoranze di cui ho scritto su queste pagine, che ha già conquistato in silenzio e con fiumi di yuan il cuore del continente africano e dal quale poco o nulla trapela, non troverà ostacoli nella “piccola” Europa e, negli Stati Uniti non vorremo sentire ripetere per l’isola di Taiwan, già circondata dalla flotta di Pechino, ciò che nel 1938 si disse per la Cecoslovacchia e nel 1939 per Danzica, abbandonandole entrambe nelle mani della Germania nazista, pur di allontanare la guerra che, invece, puntualmente arrivò.

L’indebolimento dell’Unione Europea non è allora soltanto un fatto interno al Vecchio Continente ma un vero e proprio passaggio d’epoca come e più di tanti altri che hanno modificato in modo determinante il destino del mondo. Ancora una volta, nella dimensione locale come in quella internazionale, la Storia siamo noi.

Una delle più belle sequenze dell’indimenticabile film “Quel che resta del giorno” (The remains (!) of the day) portato sugli schermi da James Ivory nel 1993, si chiude con il rimpianto dei protagonisti per un destino comune che si sarebbe potuto compiere anni prima se solo lo si fosse voluto. Nella pioggia battente sul lungomare di Brighton i due, ormai anziani, si salutano, ben consapevoli, nonostante cortesi rassicurazioni reciproche, che non si rivedranno mai più. Ciascuno seguirà in solitudine ciò che resta della giornata della propria vita.

In questo inverno del nostro scontento, mentre ostinatamente vogliamo continuare ad aggrapparci a quel che resta delle nostre speranze e l’arrivo delle prime dosi del vaccino assorbe l’intera attenzione dei media, ci sta accadendo di essere protagonisti e corresponsabili di una pagina indimenticabile di cui vorremmo tanto non doverci vergognare con quanti verranno dopo di noi.

Il novantaduenne Noam Chomsky, padre della linguistica contemporanea, ancora oggi lucido e presente, ha elaborato in decenni un pensiero molto preciso su ciò che accade mentre guadiamo altrove. “L’elemento primordiale del controllo sociale è la strategia della distrazione che consiste nel deviare l’attenzione del pubblico dai problemi importanti e dei cambiamenti decisi dalle élites politiche ed economiche, attraverso la tecnica del diluvio o inondazioni di continue distrazioni e di informazioni insignificanti.” La strategia della distrazione dunque è l’arma per impedire al pubblico d’interessarsi alle conoscenze essenziali e mantenere deviata l’attenzione dai veri problemi sociali, imprigionandola in temi senza vera importanza. Una lezione che viene da lontano, quando Platone ed Aristotele insegnavano la differenza tra doxa ed episteme, cioè tra l’apparenza delle opinioni e la consistenza dei fatti. Correva il IV secolo avanti Cristo. Tempo perso potremmo dire, se siamo ancora qui a scriverne ma, come si sa, la memoria non è il requisito più diffuso tra il genere umano. La nuova era che va ad aprirsi in questo inizio del terzo decennio del XXI secolo dovrà forse temere più le armi di distrazione di massa che quelle dell’analoga distruzione sul cui equilibrio si è retto, precariamente, il secolo precedente. Una rinnovata missione di cui non possono non farsi carico gli intellettuali di ogni cultura e, massimamente, i professionisti della comunicazione costretti a percorrere lo stretto sentiero che si snoda pericolosamente tra informazione e propaganda.

Luigi Sanlorenzo

Palermo 1956. Di formazione filosofica, economica e scout ne ha declinato i valori nell’ambito delle analisi strategiche, delle dinamiche del cambiamento e dello sviluppo delle risorse umane, secondo gli indirizzi di Humanistic Management. Ha ricoperto incarichi di responsabilità e di consulenza presso istituti di credito e società multinazionali e ha rivestito cariche istituzionali negli anni ‘90 al Comune durante la Primavera di Palermo e sino al 2017, nell’Università degli Studi di Palermo, sino al 2015. Ha insegnato nei licei, nelle Università di Palermo, di Messina e di Macerata, presso la Scuola Superiore della Pubblica Amministrazione, ISIDA e CERISDI di cui è stato consulente del presidente. In qualità di titolare di Studiofor Management Education ha progettato e diretto per oltre dieci anni altrettanti master professionalizzanti in Direzione del Personale. E’ stato presidente regionale Sicilia e consigliere nazionale dell’Associazione Italiana Formatori (AIF, MIlano) e presidente della Commissione RYLA del Distretto Rotary 2110 Sicilia e Malta. Pubblicista iscritto all’Ordine dei Giornalisti della Sicilia, collabora con riviste specialistiche della formazione e del management e con quotidiani online. Tra i più noti esperti italiani di leadership, è presidente dell’associazione senza scopo di lucro P.R.U.A. (Progetto Risorse Umane per l’Autonomia) fondata a Palermo nel 2001. Dal 2022 è Direttore della rivista Nuovi Approdi dove riporta anche i suoi articoli precedentemente pubblicati da LoSpessore.com

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