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Il Femminicidio. Neologismo di un sistematico assoggettamento dal destino fatale

di Redazione

La Giornata Mondiale contro la violenza sulle donne riflette una tematica dolorosa e sempre attuale che è quella della violenza sulle donne. Si celebra il 25 novembre di ogni anno ed è stata istituita dall’Assemblea Generale delle Nazioni Unite nel 1999, in memoria delle sorelle Mirabal trucidate nel 1960 a causa della loro militanza politica contro la dittatura che dilaniava la Repubblica Dominicana.

Dalla fine degli anni ’90, quindi, tutti i Paesi del mondo hanno cercato di sensibilizzare l’opinione pubblica con una serie di iniziative e progetti che coinvolgevano la politica, la cultura, la scuola e l’arte. Di enorme importanza è stato il contributo offerto dalle associazioni e dai centri anti-violenza che si sono attivati fin da subito per tutelare e assistere le donne sole e in difficoltà e offrire loro la speranza di un futuro diverso.

Nel corso degli anni, la giornata commemorativa ha reso di dominio pubblico fatti e storie che venivano da lontano tra miseria, degrado morale e umano all’interno delle quali alle donne era riservato un fatale destino.

Sono stati il dolore, la rabbia, lo sgomento, e quel sentimento prima di impotenza e poi di giustizia, che hanno spinto il mondo civile a unirsi per proteggere le donne dalla furia omicida di chi le strappava alla vita. E il Femminicidio, neologismo che ha iniziato a riferirsi a qualsiasi forma di violenza esercitata in maniera sistematica sulle donne in nome di una sovrastruttura ideologica di matrice patriarcale per annientare l’identità attraverso l’assoggettamento fisico e psicologico, è divenuto oggetto dell’attenzione mediatica, psicologica, sociologica e legale.

Uno spot di qualche anno fa della Presidenza del Consiglio dei MinistriDipartimento per i Diritti e le Pari Opportunità.

Il numero verde 1522 è attivo dal 2006 con l’obbiettivo di sviluppare un’ampia azione di sistema per l’emersione e il contrasto del fenomeno della violenza intra ed extra familiare a danno delle donne.

Sono passati 21 anni dalla prima giornata celebrativa, e anche se sono aumentati i cordoni di sicurezza, dal punto di vista legale e assistenziale attorno alle donne, non possiamo certo affermare che il fenomeno si sia ridimensionato. Ogni giorno in qualche parte del mondo troppe donne muoiono per volontà di chi dovrebbe amarle.

Inoltre, dopo il primo Lockdown è aumentato il sangue tra le mura domestiche e anche la violenza. Nell’ultimo report, realizzato dall’Organismo permanente di monitoraggio durante l’emergenza coronavirus, si rileva che a partire dalla fine di marzo si assiste ad un costante e graduale incremento dei “reati spia” della violenza di genere (atti persecutori, maltrattamenti e violenza sessuale).

E se consideriamo che è poco più di un anno che, in Italia, ha fatto il suo ingresso nell’ordinamento penale il codice rosso con l’obiettivo di prevenire il Femminicidio e proteggere le vittime, arriviamo facilmente a una triste conclusione: ai carnefici non spaventa la portata della pena quando l’odio li acceca.

Risulta evidente e perentorio supportare le associazioni del territorio che possono concretamente essere vicine a chi vive, nel quotidiano, la violenza psicologica e fisica. Occorre fare fronte comune e muoversi tutti insieme per non far sentire sole le donne in pericolo. Perché gli aguzzini fanno leva proprio sulla solitudine delle vittime che non sanno a chi rivolgersi.

La politica, le forze dell’ordine, la scuola, i centri anti-violenza sono queste le porte a cui le donne devono poter bussare. I diritti fondamentali delle donne sono una parte integrante, imprescindibile e inalienabile dei Diritti Umani.

Le donne devono poter contare sulle leggi, sul diritto, sui valori civili di chi deve tutelare la loro dignità e la loro felicità.