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Settant’anni dalla Convenzione ONU per la soppressione dello sfruttamento della prostituzione

di Luigi Sanlorenzo
Tre operai e una prostituta [ dipinto di Renato Guttuso del 1979 ]

In tempi di riflessione sui tanti divieti resi necessari dal tentativo di contenimento del contagio,  il gioco delle ricorrenze, in questa fine del secondo decennio del XXI secolo, riporta indietro nel tempo per ricordare una tappa fondamentale del cammino della civiltà e per raccontare una storia tutta nostrana che coincise con l’inizio di una fase di profondo cambiamento  dello sviluppo economico e conseguentemente di nuove consapevolezze sociali e sensibilità inedite nel campo del costume e persino nella vita più intima degli italiani.

Con otto anni di ritardo trovava applicazione anche in Italia  la Convenzione  ONU del 1950 e il 20 settembre 1958 entrava in vigore la legge n. 75,  nota come legge Merlin, dal nome della promotrice nonché prima firmataria della norma, la senatrice socialista ed ex partigiana Lina Merlin. Veniva così abolita la regolamentazione della prostituzione, chiudendo le case di tolleranza e introducendo i reati di sfruttamento, induzione e favoreggiamento della prostituzione. La prostituzione in sé, volontaria e compiuta da donne e uomini maggiorenni e non sfruttati, restò però legale, in quanto considerata parte delle scelte individuali garantite dalla Costituzione, come parte della libertà personale inviolabile prevista dall’articolo 13.

Dopo un aspro dibattito parlamentare che vide contrapposti personaggi come Benedetto Croce e Pietro Nenni, a favore della legge si schierarono socialisti, comunisti, repubblicani, democristiani e alcuni socialdemocratici, mentre contrari furono liberali, radicali, missini, monarchici, la maggioranza dei socialdemocratici e vari dissidenti di partiti favorevoli tra cui diversi socialisti, molti dei quali lasciarono il PSI per aderire al PSDI, alcuni repubblicani, qualche comunista.

Nel mondo della cultura aveva fatto scalpore la posizione di Indro Montanelli che già nel 1956, mentre nel Partito Socialista Italiano si lavorava alla legge, su modello di quella francese del 1946, aveva pubblicato un immaginifico pamphlet, tra il nostalgico e l’ironico,  dal titolo “Addio Wanda” ispirato anche dai misteri del caso, ancora oggi irrisolto, della giovane di umili origini Wilma Montesi, ritrovata nel 1953 sulla spiaggia di Torvaianica, vittima innocente – si disse – di festini organizzati da uomini di potere del tempo. Dai successivi fatti del Circeo in poi, la cronaca degli anni successivi avrebbe fatto conoscere agli italiani ben più aberranti violenze sulle donne.

La legge Merlin stabiliva, nel termine di sei mesi dall’entrata in vigore della stessa, la chiusura delle case di tolleranza, l’abolizione della regolamentazione della prostituzione in Italia e l’introduzione di una serie di reati intesi a contrastare lo sfruttamento della prostituzione altrui.

Lina Merlin [ Foto dal periodico fondazionenenni.blog ]

Proibendo l’attività delle “case da prostituzione” si puniva sia lo sfruttamento sia il favoreggiamento della prostituzione, in particolar modo “chiunque in qualsiasi modo favorisca o sfrutti la prostituzione altrui”. La norma prescriveva anche la costituzione di un Corpo di polizia femminile, che da allora in poi si sarebbe occupata della prevenzione e della repressione dei reati contro il buon costume (sanzionati anche dalla stessa legge Merlin come “libertinaggio”) e della lotta alla delinquenza minorile.

L’impatto della nuova norma fu detonante nella società italiana in cui i giovani maschi, soprattutto della classe media, avevano in larga misura vissuto la propria “educazione sentimentale” proprio nei benemeriti stabilimenti di cui, peraltro, il Fascismo incoraggiava la frequenza (in pace e anche nelle retrovie dei campi di battaglia) nell’ottica di quella necessaria virilità imprescindibile per un popolo immaginato come guerriero.

Si “santificava” al tempo stesso la coppia matrimoniale come luogo della riproduzione piuttosto che dell’erotismo. Tale doppia morale, su cui ho scritto altrove, trovava una sostanziale approvazione nell’ atteggiamento della Chiesa Cattolica degli anni successivi alla stipula dei Patti Lateranensi, un’intesa che più tardi porterà Pio XI a definire Benito Mussolini l’Uomo della Provvidenza.

La legge fascista aveva inteso “mettere ordine” alla gestione spontanea di questa “attività”, definendo in modo preciso l’istituzione di casini sotto il controllo della Pubblica Sicurezza. Stabilì i rapporti fra tenutarie, subordinati e signorine lavoratrici, ponendo norme comportamentali di queste ultime, nelle ore di libertà e di lavoro. Generalmente, le signorine che prestavano servizio in queste case, seguivano la regola della rotazione ed erano sottoposte ad esami di ammissione per il passaggio da città’ a città, da un casino ad un altro, mandando documentazione fotografica particolareggiata alla maitresse accettante. Indi, se ammesse, col loro bravo patentino di buona salute, si presentavano al posto di lavoro ed alla Pubblica Sicurezza per registrare il trasferimento.

La vita nel bordello per le signorine si scandiva secondo ritmi rigidamente militari, ed il giusto compenso per le prestazioni era definito “marchetta”, variabile per classe di categoria del bordello, e divisa in parti eguali fra la direttrice e la signorina, a cui veniva addebitata una quota per gli alimenti… Insomma una specie di contratto di mezzadria.

Una puntuale ricostruzione di quegli anni e di quei costumi è stata fatta nel 2013 con la mini serie televisiva Altri tempi, per la regia di Marco Turco e le splendide interpretazioni di Vittoria Puccini, Valentina Corti, Stefania Rocca e Francesco Scianna.

I clienti appartenevano a tutte le classi sociali, secondo l’entità della marchetta, o secondo l’importanza e la raffinatezza del bordello. Dai semplici padri di famiglia, ai casti sacerdoti che si portavano lì in abito borghese ed in orari discreti, ai militari, ai ragazzotti di primo pelo, ai pensionati in solitudine! Il pubblico era vario. 

A Palermo i casini erano numerosi e ben attrezzati (almeno quelli in regola e registrati). Tra i tanti si ricordano la Pensione delle Rose in via Ventura dietro al teatro Politeama, la Pensione Jolanda, sempre in via Ventura ma al piano inferiore del precedente. E poi la Pensione Flores in via Gagini, dove si serviva nientemeno che Salvatore Giuliano, il ritrovo Taibbi in piazza Monte di Pietà e L’Igea in via Lungarini, Vemeille ed il Settequarti in vicolo Marotta, traversa di Corso Vittorio Emanuele, Pensione 900, la cui attività fu interrotta tragicamente dal bombardamento del marzo ’43.

Il casino gestito da madame Teresa Valido, in corso Vittorio Emanuele, era il preferito dai gerarchi fascisti. La pensione Buganè si trovava a piazza Sant’Oliva, di fronte al Circolo Ufficiali dell’Esercito, tra i più fedeli frequentatori, ma non era disdegnata dagli ecclesiastici in abiti borghesi. Questi erano i casini più “titolati “… Gli altri, meno eleganti e confortevoli, erano disseminati un po’ in tutta la città, dalla Cala alla via Cassari, dal vicolo Ragusi a via Candelai.

Il 20 settembre del 1958 in ogni parte d’Italia quella sera si festeggiò, ma con un’atmosfera malinconica simile a quella dei “funerali” tenuti nel 1933 negli stati Uniti di Roosevelt dai contrabbandieri di alcol, a conclusione del proibizionismo. Si brindò fra i più intimi ed assidui clienti, le maitresse e le puttane, abbonarono per l’occasione la marchetta !.

Storico fu il discorso fatto da madame Teresa della Pensione Buganè, che riunì le pulzelle dicendo:

Care ragazze, questa sarà’ l’ultima nostra notte, vi ho chiesto contegno, distacco e professionalita’, ma questa volta divertitevi e bevete con i clienti. E’ terribile che si chiudano le case, ma proviamo a non pensarci e lasciamo almeno ai nostri amici un ricordo indelebile”.

Nei pressi di piazza Marina, una orchestrina composta da violinisti suonò struggenti melodie per salutare le avvenenti donzelle che lavorarono per l’ultima volta nelle case che sarebbero diventate “chiuse”.

Nel 1994 alla Fiera del Mediterraneo, nell’ ambito della rassegna nazionale dell’antiquariato “Ex Tempora” grazie all’estro dell’indimenticato Ferruccio Barbera, fu allestita un’insolita mostra dal titolo “Quando la tolleranza era di casa”. Ne riporto la descrizione fatta da Alessandra Ziniti il 23 ottobre del 1994 per La Repubblica:

A Casa Sophia, c’ era anche il posto del guardone. Un angolo discreto con un divanetto “con vista” sulla camera da letto. Un vetro fumé che diventava specchio nell’ alcova consentiva, a chi si accontentava di guardare, di godere a metà prezzo dell’ora di amore trascorsa da un altro cliente. Ma quella era una casa “extralusso”, frequentata anche da preti e uomini potenti, e quindi nascosta in una bella villa d’ epoca un po’ fuori città. Tariffe care, quindici lire a prestazione che diventavano quaranta o ottanta se il cliente si intratteneva per più di mezz’ ora o un’ora. A Casa Irma, invece, prima di far accomodare i giovanotti della media borghesia nei loro letti, le ragazze erano obbligate ad usare una siringa in vetro e bachelite per uno “schizzetto” di permanganato di potassio nell’ uretere del cliente come disinfettante preventivo. A loro disposizione, nella camera da letto, anche uno splendido bidet inglese tutto rifinito in legno, oggi preziosissimo oggetto di antiquariato. Perfino la squallida sala d’ attesa della popolarissima Casa Gina, con la maitresse al banco con il flyt (insetticida dell’epoca) in mano per cacciare i clienti-mosconi, affascina le centinaia di visitatori che da ieri fanno la coda per varcare i pesanti tendoni di velluto rosso che immettono nel breve ma suggestivo percorso attraverso tre case chiuse di inizio secolo

Ricostruzione assolutamente fedele, con arredi, oggetti e abbigliamento originale, di tre dei più famosi bordelli d’ Italia. Un’ iniziativa inedita, realizzata dal direttore artistico di Ex Tempora, Ferruccio Barbera che ha scovato da un antiquario milanese i pezzi migliori degli antichi bordelli chiusi il 20 settembre 1958 dopo l’approvazione della legge Merlin. “Le case chiuse riaprono – dice Barbera, guidandoci lungo i saloni e le camere da letto ricostruite – Ma come vedete, dentro trovate solo manichini, niente signorine vere. Perché sia chiaro che la nostra non è affatto un’iniziativa tipo eros-fest, ma interamente dedicata al sociale. Abbiamo voluto affrontare così un tema di dibattito di grande attualità nel nostro Paese e, non a caso, abbiamo associato alla mostra due iniziative parallele: la vendita di uno splendido libro del grande fotografo Fabrizio Ferri, il cui ricavato andrà interamente all’ Aids Paediatric Foundation, e una cartolina che offriamo ai visitatori, uomini e donne, per chiedere loro se sono favorevoli o contrari alla riapertura delle case di tolleranza”.

Lina Merlin morì il 16 agosto del 1979 e di lei oggi ci si ricorda non tanto le sue lotte antifasciste, ma per la legge sull’abolizione dei casini, e per il… bordello che seguì a proposito della prostituzione negli anni a venire e che ancora oggi divide la pubblica opinione, resa sempre più informata di quanto in materia di regolamentazione del fenomeno accade in altri e certamente più evoluti paesi europei. La solita “riforma a metà” di cui il nostro Paese è campione assoluto.

Chi scrive rivendica il merito di aver promosso nel 1994, come esponente della direzione del personale, la prima Commissione Pari Opportunità nell’ Istituto di credito in cui lavorò per alcuni anni, utilizzando in più occasioni i fondi della legge che istituiva e finanziava le cosiddette “azioni positive” per la parità uomo/donna sul lavoro.

Oggi  resta comunque da chiedersi se –   negli anni in cui il fenomeno del  femminicidio ha raggiunto dimensioni allarmanti,  esso non sia lo specchio di una nuova fase della crisi dell’identità di genere e di coppia, dell’umiliante prostituzione per strada o nei parchi con le inevitabili connessioni con le mafie locali, delle dirompenti vicende di revenge porn che hanno scosso il settore del cinema e dello  spettacolo in tutto il mondo occidentale ma anche la vita di moltissime ragazze comuni  –  il tema non debba essere ancora una volta affrontato con lo stesso coraggio con cui la Senatrice Merlin, a suo modo e nel tempo in cui visse, seppe andare contro ipocrisie e moralismi.

Ancora oggi dietro quelle ipocrisie si nasconde una delle più degradanti emergenze della nostra società. Essa colpisce non solo le donne in quanto tali ma soprattutto quante tra di esse avevano guardato da terre lontane all’Europa dei diritti inalienabili degli esseri umani ed a nuove e pari occasioni di riscatto.

Oggi un’era di nuovo e meritato protagonismo del genere femminile in ogni campo si sta aprendo nel mondo e la sua rappresentazione più iconica è elezione di Kamala Harris alla Vice Presidenza degli Stati Uniti.  L’Umanità, provata da eventi epocali di sofferenza e timore per il futuro, non potrà che averne beneficio.

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