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Dorothea Lange: la fotografa degli indifesi

di Valentina Becchetti 18 Gennaio 2021
di Valentina Becchetti 18 Gennaio 2021
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Il 1929 segnò l’inizio della Grande Depressione, una crisi economica iniziata negli Stati Uniti che colpì il mondo negli anni trenta. Fu la più lunga, profonda e estesa crisi del ventesimo secolo. La Grande Depressione da sempre è usata comunemente come esempio di come l’economia globale può repentinamente decadere. In miracoloso contrasto con l’economia bloccata, come anche il fallimento delle banche e dei raccolti, una ricca serie di splendide fotografie documentaristiche fu prodotta negli Stati Uniti da un gruppo di artisti, molti dei quali erano sponsorizzati dalla Federal Farm Security Administration (FSA). Istituito nel 1935, la FSA mirava a educare la popolazione circa la grave crisi che gli agricoltori e i migranti statunitensi stavano accusando a causa della Grande Depressione. Dietro alla forza del progetto c’era l’economista Roy Stryker, il quale assunse alcuni fotografi inclusi Ben Shahn, Walker Evans e Dorothea Lange affinché viaggiassero nelle aree in difficoltà e documentassero le vite dei residenti.

Dorothea Lange fotografò gli uomini disoccupati che vagavano per le vie della città. Le sue foto dei lavoratori migranti erano spesso intitolate con le parole dei lavoratori stessi. La sua prima esibizione nel 1934 stabilì la sua reputazione di fotografa documentaristica di grande talento.

Dorothea Lange nacque Dorothea Nutzhorn il 26 maggio del 1895 a Hoboken, New Jersey. Suo padre, Heinrich Nutzhorn, era un avvocato e sua madre, Johanna, era una casalinga. A sette anni Dorothea contrasse la polio, che le lasciò una disabilità permanente alla gamba destra. Riguardo agli effetti che la malattia le lasciò, disse: “Fu la cosa più importante che mi accadde e mi formò, mi guidò, mi istruì, mi aiutò e mi umiliò”.

Poco prima dell’adolescenza, i suoi genitori divorziarono, cosa della quale incolpò duramente il padre e che la portò ad assumere il cognome da ragazza della madre (Lange), rinnegando quello del padre. Arte e letteratura furono il fulcro della sua educazione alla quale i suoi genitori furono molto attenti, facendola appassionare all’arte già dall’infanzia.

Dopo gli studi superiori, frequentò la New York Training School for Teachers, nel 1913. Tuttavia, non avendo mai dimostrato grande interesse per l’insegnamento, decise di seguire la passione per la fotografia e la trasformò nella sua professione, dopo un periodo in cui lavorò presso uno studio fotografico di New York. Si dedicò quindi allo studio della fotografia presso la Columbia University e dopo un po’, andò a lavorare presso diversi fotografi differenti, tra i quali Arnold Genthe, un fotografo di ritratti molto importante. Nel 1917 studiò anche presso la prestigiosa scuola di fotografia di Clarence Hudson White.

Nel 1918 aprì a San Francisco uno studio di ritratti tutto suo ed ebbe molto successo, si sposò con il muralista Maynard Dixon dal quale ebbe due figli e visse in quella confortevole classe media nella quale era cresciuta. Tuttavia negli anni venti, durante un viaggio col marito nel Sud-Ovest del Paese, decise per un cambiamento di stile, dopo aver fotografato uan serie di Nativi Americani. Con il devastante arrivo della Grande Depressione negli anni ’30, iniziò a fotografare le situazioni del suo quartiere a San Francisco, come gli scioperi dei lavoratori e le mense dei poveri.

“Street meeting”, San Francisco, 1936

“White Angel Breadline”, San Francisco, 1933

Il suo matrimonio era infelice e agli inizi degli anni ’30, incontrò Paul Taylor, un professore universitario ed economista. La loro attrazione fu immediata e nel 1935, lasciarono i loro rispettivi consorti per iniziare una vita insieme. Nei cinque anni successivi, la coppia viaggiò per il Paese per conto della FSA, documentando le avversità rurali in cui versavano gli agricoltori a causa della crisi. Taylor scriveva i resoconti e la Lange fotografava le condizioni delle persone che incontravano. Queste testimonianze di vita, si possono riassumere nella figura iconica della “Madre Migrante”: con empatia e rispetto verso il soggetto, Lange fotografò una stanca, ansiosa ma forte madre con due dei suoi nove figli in un campo di lavoratori migranti. Questa indimenticabile e spesso riprodotta immagine iconica è stata definita la “Madonna della Depressione”. Dorothea Lange ritrasse la donna diverse volte in più di un’attività e nella tenda con i suoi figli. Inizialmente la donna non acconsentì a farsi ritrarre, ma poi Lange la convinse, dicendole che le foto sarebbero servite a sensibilizzare le menti chiuse che credevano che i migranti e i poveri fossero delle nullità. La donna al contrario era una grande lavoratrice: aveva lavorato i campi con il marito fino alla morte di lui, condizione che la lasciò sola con sei figli nell’indigenza più completa. Ma si tirò su le maniche si sposò di nuovo e lavorò come migrante in diverse fattorie. Ebbe altri tre figli e dopo essersi separata dal secondo marito continuò a migrare e a lavorare.

“Serie della madre migrante”, 1936

Continuò a viaggiare per il Paese, incontrando lavoratori e poveri. Taylor commentò che la forza dei lavori di Lange era la pazienza con la quale lei era riuscita ad avere accesso alle vite private di questi americani che combattevano con la vita di tutti i giorni. Lei si guardava attorno e studiava le scene, poi quando trovava qualcosa che la attraeva, tirava fuori la macchina e guardava il soggetto. Se il soggetto si rifiutava, lei ci parlava, chiedeva il motivo e aspettava finché non acconsentivano. Come con la signora dell’Alabama.

“L’anziana schiava con la lunga memoria”, 1938

Nel 1940 fu la prima donna a vincere una borsa di studio al Guggenheim, ma dopo l’entrata in guerra degli Stati Uniti, Lange la abbandonò per lavorare presso il War Relocation Authority, per documentare l’evacuazione dei Giapponesi-Americani dalla costa occidentale degli Stati Uniti. Seguì la rilocazione forzata e la conseguente incarcerazione, viaggiando attraverso la california rurale e urbana per fotografare le famiglie obbligate a lasciare le loro case e città per ordine del Governo. Visitò diversi centri di accoglienza temporanei, focalizzandosi su Manzanar, il primo di una serie di campi di reclusione, a 300 miglia dalla costa californiana.

Nonno e nipote al Relocation Center di Manzanar

Il lavoro di Lange si focalizzava sugli aspetti umani: l’ansia, le pile di bagagli in attesa di destinazione, famiglie che aspettavano i trasporti con targhette identificative, giovani e anziani che non capivano perché dovevano abbandonare le loro case o impauriti dal futuro. Il suo lavoro fu interpretato come una denuncia per le persone incarcerate senza aver commesso nessun crimine. Sensibili all’impatto che le foto di Dorothea Lange avrebbe avuto sulla società, le autorità ne ritirarono la maggior parte. Adesso sono disponibili all’Archivio Nazionale.

Giapponesi nel Relocation Center di Manzanar

Nonostante il problemi fisici aumentassero, durante gli ultimi venti anni della sua vita, Dorothea Lange rimase attiva. Fondò “Aperture”, una piccola casa editrice che produceva un periodico e libri di fotografia. Lavorò per “Life magazine”, viaggiando attraverso lo Utah, l’Irlanda e la Valle della Morte. Accompagnò il marito in tanti luoghi in giro per il mondo, tra i quali Pakistan, Corea e Vietnam, documentando ciò che vide. Morì di cancro alla trachea nel 1965.

 

Valentina Becchetti

Valentina Becchetti nasce a Roma nel 1977. Dopo aver visto la tomba di Ilaria Del Carretto di Jacopo della Quercia nel 1985, la storia dell’arte diventa la sua passione. Si laurea alla John Cabot University in Art History e successivamente prende un Master presso il Sotheby’s Institute of Art London in mercato dell’arte. Lavora al dipartimento mobili di Sotheby’s Londra, poi si ritrasferisce a Roma e lavora nell’ufficio mostre della Soprintendenza del Polo museale a Roma, con il professor Giorgio Leone. Successivamente è direttore scientifico presso una delle più importanti Gallerie d’arte di Roma e d’Europa.

ArteValentina Becchetti

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