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Nuova mossa politica dell’Armenia per screditare l’Azerbaigian

di Domenico Letizia

L’Azerbaigian è conosciuto in tutto il mondo per la tutela e la libertà di esercizio di fede di tutte le chiese cristiane e dell’eredità religiosa che rappresentano, insieme alle moschee e ai monumenti di cultura ebraica, anche nei territori liberati recentemente dall’occupazione dell’Armenia. Dopo la cessazione del conflitto con l’Armenia, il ministero della cultura di Baku aveva dichiarato che “in quanto Paese multiculturale e multireligioso, l’Azerbaigian è sempre stato la patria di rappresentanti di tutte le nazioni e religioni, che hanno convissuto e lavorato insieme pacificamente per secoli; lo stato mostra la dovuta attenzione verso la protezione, il restauro e la ricostruzione del proprio patrimonio culturale”.

La comunità cristiana dell’Azerbaigian, come confermano gli italiani residenti nel Paese, rappresenta una parte integrante e attiva della società azerbaigiana e i monumenti, i luoghi di culto e le chiese sono protetti dallo stato e vengono regolarmente restaurati. Non è un caso che durante la sua visita in Azerbaigian nell’ottobre 2016, Papa Francesco abbia elogiato l’Azerbaigian come Paese modello di tolleranza religiosa per il mondo. Il restauro e la ricostruzione dei monumenti storici e religiosi, comprese chiese e sinagoghe, è parte integrante della politica perseguita dallo Stato azerbaigiano per la promozione del multiculturalismo.

Recentemente il caso di un reporter della BBC a Jabrayil, uno dei distretti liberati dall’occupazione dell’Armenia, ha generato un’ulteriore diffusione di fake news contro la perla del Caucaso. Il reporter cercando una “cappella armena”, su indicazione geografica da parte della stessa Armenia, e non trovandola, ha semplicemente dedotto che gli edifici religiosi dei territori liberati venissero distrutti da Baku. Il giornalista, classificando questo edificio come parte del “patrimonio religioso armeno” nei territori, ha cercato di dare anche al conflitto un’ombra religiosa.

Si deve ricordare che il distretto di Jabrayil dell’Azerbaigian, oggetto di occupazione da parte dell’Armenia dal 1993 all’ottobre 2020, come riconosciuto dalle risoluzioni internazionali delle Nazioni Unite, prima dell’occupazione era abitato esclusivamente da cittadini dell’Azerbaigian. Questa “cappella”, presentata come patrimonio dall’Armenia, è stata costruita soltanto nel 2017 durante l’occupazione militare dell’Armenia, accanto a un’unità militare per i soldati armeni. Gli stessi giornali armeni hanno scritto nell’ottobre 2017 dell’apertura di questa “chiesa” accanto a un’unità militare nel distretto di Jabrayil, per il quale gli armeni hanno inventato il nome di Mekhakavan. Come notato dalla stampa armena di quel periodo, la chiesa sarebbe dovuta diventare un simbolo del fatto che “queste terre non saranno mai restituite all’Azerbaigian”. Quindi, non è un monumento storico architettonico, non fa parte del patrimonio culturale e religioso della regione, e certamente non è una prova della “secolare presenza degli armeni” nel Karabakh. Si tratta di un edificio moderno nel territorio dell’Azerbaigian precedentemente occupato e il suo aspetto appare illegale, come è illegale qualsiasi altra attività svolta dal governo armeno e dalle società private nei territori occupati dell’Azerbaigian, durante l’intero periodo dell’occupazione.

L’assistente del Presidente dell’Azerbaigian, Hikmet Hajiyev, ha twittato lo scorso giovedì che “la costruzione della cappella e la distruzione di tutto ciò che è connesso con l’Azerbaigian contraddice i principi di base del cristianesimo”, aggiungendo che nel 2017, come Capo del servizio stampa del Ministero degli Esteri, aveva rilasciato una dichiarazione sulla costruzione illegale di una cappella militare nel distretto occupato di Jabrayil, dove gli armeni non hanno mai vissuto. Hikmet Hajiyev ha anche menzionato che nel 2017, su richiesta dell’Azerbaigian, i copresidenti del Gruppo di Minsk dell’OSCE hanno visitato l’allora occupato Jabrayil e hanno registrato il fatto della costruzione della cappella. “A conclusione della missione, si afferma che la cappella è stata costruita per i bisogni dei soldati che si trovano qui”, ha scritto Hikmet Hajiyev, aggiungendo che qualsiasi tentativo di cambiare il panorama religioso e culturale dei territori occupati è un atto illegale.

Per quanto riguarda le accuse di deliberata distruzione di questa “cappella”, come presentate nel video report della BBC, vale la pena notare che durante la Guerra di 44 giorni nell’autunno scorso, ci furono feroci battaglie per la liberazione di Jabrayil e poiché questa “cappella” fu costruita accanto a un’unità militare, è possibile che la stessa possa essere stata distrutta durante le operazioni militari.

Appare chiaro che il “giochino geopolitico” avviato dall’Armenia non ha nulla a che vedere con la difesa delle minoranze e la tutela delle diverse fedi religiose, ma è legato soltanto ad una mossa politica per screditare l’Azerbaigian. Un paradosso politico perpetrato da un lato dal governo armeno, oggetto di numerose contestazioni da parte dei cittadini, per distogliere l’attenzione dall’attuale caos politico interno. D’altra parte, dietro questa propaganda contro l’Azerbaigian ci sono coloro che stanno cercando di instillare odio e revanscismo nel popolo armeno e di provocare a una nuova guerra nella regione, che porterebbe a tragedie più gravi, soprattutto per il popolo armeno, e metterebbe a repentaglio la sua esistenza.

Durante i quasi trent’anni di occupazione armena del territorio dell’Azerbaigian, l’Armenia ha cercato con tutte le sue forze di cancellare la secolare presenza azerbaigiana nelle terre occupate, falsificando i dati, cambiando la storia delle chiese ortodosse del XIX secolo e soprattutto degli antichi templi e monasteri dell’Albania Caucasica, il cui culto non ha nulla a che fare con l’Armenia e il territorio su cui tali chiese sorgono era originariamente parte di un’area situata per lo più nell’attuale Azerbaigian. Ciò che non poteva essere “adattato al nuovo regime” è stato distrutto. Due città dell’Azerbaigian, Agdam e Fizuli, sono diventate città fantasma, poiché dopo la liberazione azerbaigiana si è scoperto che tali città e il loro patrimonio era stato raso al suolo. Purtoppo niente di tutto questo è stato all’ordine del giorno dei media mondiali durante gli anni dell’occupazione.

D’altronde, ogni cittadino italiano e del mondo può capire come l’Azerbaigian tutela anche il patrimonio armeno recandosi semplicemente presso la Chiesa armena nel centro di Baku, la capitale. Nonostante il conflitto e la distruzione del patrimonio culturale dell’Azerbaigian nei territori occupati dall’Armenia, il governo azerbaigiano ha tutelato tale chiesa armena, recentemente rinnovata con fondi pubblici e dove vengono conservati circa cinquemila libri in lingua armena. La stessa è visitabile da parte di tutti i turisti che si recano in Azerbaigian. Questo esempio non sorprende in Azerbaigian, dove il multiculturalismo è una politica statale e uno stile di vita, con una lunga tradizione di tolleranza e laicità. Basti pensare alla Repubblica Democratica dell’Azerbaigian fondata nel 1918, che sebbene fu di breve durata a causa del massacro sovietico, rappresentò il primo esperimento di stato democratico dell’intero mondo islamico e che ha riconosciuto il diritto di voto alle donne nel 1919, molti anni prima di numerosi paesi occidentali.

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