La convenienza è il motivo essenziale delle guerre del passato e del presente

di C. Alessandro Mauceri

Nuova escalation del conflitto tra USA e Iran (e Israele). Come per tutte le guerre del passato e per quelle che verranno la domanda è sempre la stessa: per comprendere i motivi che portano uno Stato ad attaccarne un altro basta guardare a chi conviene.

È sufficiente guardare i numeri. Nei giorni scorsi, immediatamente dopo le dichiarazioni di Trump al vertice dei paesi Nato e l’attacco all’Iran (che ha immediatamente risposto bombardando alcune basi americane in medio-oriente) i prezzi del petrolio sono tornati a salire. Mentre gli investitori valutavano il rischio di ulteriori interruzioni delle forniture attraverso lo Stretto di Hormuz, una delle rotte marittime più importanti al mondo per il trasporto di energia, ifuturessul greggio Brent si sono attestati intorno agli 80 dollari al barile. Anche i prezzi del gas naturale in Europa sono aumentati: il benchmark olandese TTF è aumentato di oltre il 4%, raggiungendo i 48,47 euro per megawattora. A questo è seguito il rialzo dei prezzi dell’energia e il calo dei mercati azionari europei. Cambiamenti che non avrebbero dovuto essere così repentini. Prima di tutto perché ad essere attaccate sono state basi militari. E poi perché, anche se sono state colpite alcune petroliere (ma iraniane e non della coalizione dei paesi occidentali), negli ultimi giorni non sono stati toccati né i centri di raccolta né i punti di estrazione. Quindi solo a medio-lungo termine potrebbero registrarsi cali nelle forniture. Eppure, per questi aumenti, c’è stato chi ha guadagnato miliardi.

Ormai basta che circoli una notizia per scatenare reazioni incontrollate. Anche prima del verificarsi di questi eventi. È bastato che un solo individuo, stanco di insultare i partner della Nato (con i quali è andato a cena), decidesse di attaccare un paio di navi nello Stretto di Hormuz per scatenare un nuovo processo di disinflazione che, in Europa, causerà danni per centinaia di miliardi di euro. I mercati azionari europei hanno registrato un calo: il DAX tedesco e il CAC 40 francese hanno perso entrambi oltre il 2% e il FTSE 100 britannico ha chiuso in ribasso. Un’analisi pubblicata da ING Think, la divisione di ricerca dell’istituto finanziario olandese ING, ha evidenziato come le notizie di attacchi a imbarcazioni nello Stretto di Hormuz e l’intensificarsi degli attacchi con droni ucraini contro le raffinerie russe hanno sconvolto i mercati (che invece si aspettavano il ritorno alla normalità dei flussi di prodotti raffinati dal Medio Oriente). Jorge Leon, di Rystad Energy, ha affermato che, anche qualora le recenti tensioni non dovessero causare un’interruzione fisica duratura dei flussi energetici, l’incertezza sulla sicurezza della navigazione, i costi assicurativi, i possibili ritardi e il rischio di ulteriori ritorsioni potrebbero mantenere elevata la volatilità dei mercati delle materie prime nel breve termine. Anche il rapporto del Fondo Monetario Internazionale (FMI) parla di rischi per l’economia globale: ulteriori tensioni geopolitiche potrebbero riaccendere la volatilità dei prezzi delle materie prime, inasprire le condizioni finanziarie e aggravare l’insicurezza alimentare nei paesi a basso reddito. “Il rischio più immediato” per l’economia globale deriva dagli sviluppi in Medio Oriente, si legge nel rapporto. “Una nuova escalation delle tensioni geopolitiche penalizzerebbe la crescita e accentuerebbe le pressioni inflazionistiche”. Solo teorie. Ma questo è bastato a scatenare di nuovo la crisi.

Secondo l’FMI, l’Europa è particolarmente esposta a causa della sua dipendenza dalle importazioni di energia e altre materie prime. L’aumento dei prezzi del petrolio e del gas incide sui costi dei trasporti, del riscaldamento, dell’elettricità e dell’industria, mentre i cambiamenti dei mercati dell’energia e dei fertilizzanti potrebbero far aumentare i prezzi dei prodotti alimentari.

L’altra faccia della medaglia? Prima di tutto l’aumento delle entrate delle banche (e gli scambi che utilizzano valute virtuali o fuori controllo). E poi i paesi grandi produttori di petrolio. Ma anche di quanti, giustificandolo l’aumento del costo del petrolio dietro la necessità di avere maggiore sicurezza e difesa, stanno aumentando in modo impressionante le spese per il settore militare. Il solo timore di una nuova interruzione nello Stretto di Hormuz ha fatto lievitare il prezzo del petrolio (in alcuni momenti oltre il 50% rispetto ai livelli precedenti). I principali produttori hanno già registrato aumenti significativi degli utili, in alcuni casi compresi tra +30% e oltre +100% rispetto ai periodi precedenti, a seconda della società. Le grandi compagnie hanno beneficiato sia dei prezzi più elevati sia della maggiore volatilità del mercato, che aumenta i profitti delle attività di trading. Secondo diverse ricostruzioni giornalistiche, le grandi multinazionali del petrolio hanno riportato utili trimestrali di miliardi di dollari, più del doppio rispetto al periodo precedente (e pensare che c’è chi si domanda come mai nessun paese arabo si sia finora schierato dalla parte dei “fratelli” musulmani iraniani). Forse è prematuro quantificare l’incremento complessivo degli utili, ma alcune analisi riguardanti le grandi banche d’investimento (soprattutto statunitensi) parlano di un’impennata dei ricavi grazie all’intensa attività di trading.

A questo si aggiungono due considerazioni. La prima riguarda la causa della guerra tra USA e Iran. Trump ha ripetuto fino alla nausea che all’origine di tutto c’è la volontà di impedire all’Iran di dotarsi di un ordigno nucleare. Una giustificazione ridicola. Non solo perché questa probabilità, come confermato da molti esperti internazionali, inclusi quelli delle NU, è davvero remota. Ma anche perché, se fosse vera, non si capisce come mai gli USA non abbiano adottato lo stesso comportamento con altri Stati. Quelli che di ordigni nucleari ne hanno e ne producono sempre di più (e sono già in guerra tra loro). E poi cosa darebbe agli USA il diritto di imporre le proprie decisioni ad un altro Stato sovrano dopo che sono loro i primi a detenere un arsenale nucleare capace di distruggere il genere umano e, a febbraio scorso, hanno rifiutato di rinnovare il trattato di non proliferazione delle bombe atomiche. Eppure, il pericolo del ricorso a queste armi non è remoto. Secondo un resoconto emerso dall’incontro [tenutosi ad aprile scorso] alla Casa Bianca, alla richiesta di Trump di avere i codici nucleari,si sarebbe opposto il generale Dan Caine che gli avrebbe negato l’accesso.

Ma non basta. Trump ha inviato la propria flotta proprio all’imboccatura dello Stretto di Hormuz. La domanda torna sempre spontanea. Chi dà agli USA il diritto di agire su quella parte di mare? La norma che regola questa materia è la Convenzione delle Nazioni Unite sul diritto del mare (UNCLOS), nota come Convenzione di Montego Bay. Aperta alla firma il 10 dicembre 1982, è entrata in vigore il 16 novembre 1994. Questa Convenzione prevede che ogni Stato ha diritto di definire la larghezza del proprio mare territoriale ma fino a un massimo di 12 miglia nautiche dalla costa (più altre 12 ma con diritti limitati). Ogni Stato può estendere la propria giurisdizione entro una “zona economica esclusiva” ZEE fino a 200 miglia nautiche dalla costa: in quest’area gode di diritti esclusivi per l’esplorazione e lo sfruttamento delle risorse marine. Quello che nessuno dice è che. finora, a ratificare questa convenzione sono stati 168 Stati. Ma gli Stati Uniti d’America non sono tra questi: dopo pressioni internazionali non indifferenti, l’hanno firmata ma mai ratificata (nonostante siano state apportate delle modifiche proprio per soddisfare le loro richieste in termini di sfruttamento delle risorse marine)! Il punto è che la Convenzione di Montego Bay prevede meccanismi per la risoluzione delle controversie: ad occuparsene dovrebbero essere il Tribunale internazionale per il diritto del mare o la Corte Internazionale di Giustizia. Ma non un singolo Stato. Tanto meno uno che non ha mai ratificato questo trattato e che, ora, vorrebbe avvalersi del diritto di decidere chi bombardare e dove. Non per chiedere il rispetto di un diritto internazionale condiviso, ma per un mero interesse economico.

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