
[fonte foto: spazio50.org]
Nei giorni scorsi un gruppo di esperti delle Nazioni Unite ha pubblicato un rapporto nel quale sostiene che le operazioni militari israeliane a Gaza hanno colpito deliberatamente i bambini palestinesi con l’obiettivo di distruggere, in tutto o in parte, la popolazione palestinese della Striscia. Il documento, pubblicato il 18 giugno, concentra l’attenzione sui bambini rimasti senza arti o senza genitori, sulla diffusione della fame, sulla distruzione dei reparti neonatali e delle scuole, dove da oltre due anni non è più garantita un’istruzione regolare. Non è la prima volta che gli esperti delle Nazioni Unite formulano accuse di questo tipo: già nel settembre 2025 la Commissione aveva parlato di possibili atti riconducibili al genocidio. Secondo il rapporto, il sistema descritto avrebbe come effetto quello di compromettere il futuro di un’intera generazione di bambini palestinesi.
Colpire le persone più vulnerabili non è una novità. Chi pensa che queste pratiche siano soltanto l’ennesima prova di un recente genocidio o l’eredità di un passato oscuro, legato alle politiche eugenetiche del Novecento o agli orrori dei regimi totalitari, si sbaglia. I programmi governativi di pianificazione familiare emersi alla fine del 1800 non sono mai stati del tutto debellati. Dopo il periodo nazista, negli anni Settanta, i programmi di controllo della popolazione si concentrarono sul “terzo mondo”: la scusa fu contribuire a ridurre la sovrappopolazione delle aree povere che stavano iniziando a “svilupparsi” (Duden 1992). Nella seconda metà del XX secolo, alcuni governi adottarono un’ideologia neo-malthusiana che collegava direttamente lacrescita demografica all’aumento (incontrollabile) della povertà.
In molti paesi continuano a emergere casi di sterilizzazione forzata o politiche ispirate, direttamente o indirettamente, a logiche eugenetiche che violano i diritti umani. Le grandi campagne di sterilizzazione di massa appartengono ormai alla storia, ma la piaga non mai stata debellata. I programmi di pianificazione familiare sviluppatisi tra la fine dell’Ottocento e il Novecento non sono mai scomparsi del tutto. Dopo la condanna internazionale delle politiche eugenetiche naziste, negli anni Settanta molti programmi di controllo della popolazione si concentrarono sui paesi del cosiddetto Terzo mondo, sostenendo che la riduzione della crescita demografica avrebbe favorito lo sviluppo economico e limitato la povertà. In diversi paesi, i programmi di controllo della popolazione hanno fatto ricorso alla sterilizzazione come strumento per ridurre gli elevati tassi di natalità. Nella seconda metà del XX secolo alcuni governi adottarono un’impostazione di matrice neo-malthusiana, collegando direttamente l’aumento della popolazione all’espansione della povertà.
È importante distinguere tra sterilizzazione forzata ed eugenetica. La sterilizzazione forzata di donne e ragazze con disabilità èdefinita come la rimozione involontaria o coercitiva della capacità riproduttiva di un individuo, e farlo senza il suo consenso libero e informato oppure sulla base di un consenso ottenuto attraverso coercizione, inganno o decisioni assunte da altri. Spesso avviene per via farmacologica o attraverso procedure come la legatura delle tube di Falloppio, che vengono occluse o interrotte chirurgicamente.L’eugenetica, invece, è una teoria sviluppatasi tra la fine dell’Ottocento e l’inizio del Novecento secondo la quale sarebbe possibile “migliorare” la popolazione mondiale favorendo la riproduzione di alcuni gruppi e impedendo quella di altri ritenuti “inadatti”. Entrambi questi fenomeni hanno ricevuto un’attenzione mediatica limitata e, in diversi casi, sono emersi soltanto anni dopo grazie a inchieste giornalistiche o procedimenti giudiziari.
Negli Stati Uniti, per gran parte del XX secolo, decine di migliaia di persone considerate inadatte furono sterilizzate sulla base di leggi ispirate all’eugenetica. La sentenzaBuck v. Belldel 1927 rappresentò uno dei principali fondamenti giuridici di queste pratiche. Programmi analoghi furono adottati anche in Canada, in Giappone e in Perù, dove negli anni Novanta migliaia di donne, in prevalenza indigene, denunciarono di essere state sterilizzate senza un consenso valido. Più recentemente, il caso della Groenlandia ha riportato l’attenzione internazionale sulle violazioni dei diritti riproduttivi. Tra gli anni Sessanta e Settanta migliaia di ragazze e giovani donne inuit furono sottoposte all’inserimento di dispositivi intrauterini (IUD) senza un consenso adeguato. Pur non trattandosi di una sterilizzazione permanente, la vicenda ha sollevato interrogativi analoghi sul rispetto dell’autonomia e del consenso nelle decisioni riguardanti la salute riproduttiva.
La persistenza di queste pratiche nel XX e nel XXI secolo dimostra come forme di discriminazione sistemica continuino a colpire soprattutto donne e ragazze in condizioni di particolare vulnerabilità. Rapporti recenti indicano che le donne con disabilità sottoposte a tutela legale presentano un rischio significativamente maggiore di essere sterilizzate rispetto al resto della popolazione. “Molte volte si sente dire che è nel migliore interesse della donna”, ha dichiarato Catalina Devandas Aguilar, già Relatrice Speciale delle Nazioni Unite sui diritti delle persone con disabilità. “La realtà è che spesso è più comodo per la famiglia o per l’istituzione che se ne prende cura”.
Anche in diversi paesi europei sono emersi casi di persone sottoposte a interventi che hanno compromesso in modo permanente la loro capacità riproduttiva senza un consenso libero e pienamente informato. Il quadro normativo europeo non è privo di lacune. Nonostante l’Unione Europea abbia sviluppato nel tempo un articolato sistema di tutela dei diritti fondamentali, non esisterebbe una disciplina comune che vieta in modo esplicito e uniforme la sterilizzazioneforzata in tutti gli Stati membri. La regolamentazione della materia è affidata alle legislazioni nazionali, che presentano differenze significative. Nel 2023 María Eugenia Rodríguez Palop, allora membro del Parlamento europeo, ha definito la sterilizzazione forzata “una pratica estremamente crudele di controllo della sessualità e della riproduzione”. Secondo l’eurodeputata, si tratta di una grave violazione dei diritti fondamentali e di una forma di violenza di genere che continua a colpire soprattutto persone con disabilità, donne appartenenti alla minoranza rom e persone intersessuali.
La sterilizzazione forzata è vietata da numerosi strumenti internazionali di tutela dei diritti umani, tra cui la Convenzione di Istanbul del Consiglio d’Europa e, in determinati contesti, può rientrare anche tra le condotte perseguibili dallo Statuto di Roma della Corte Penale Internazionale. Tuttavia, secondo il rapportoForced Sterilisation of Persons with Disabilities in the European Union, pubblicato nel 2024 da European Disability Forum, almeno dodici Stati membri dell’Unione europea continuano a prevedere nella propria legislazione disposizioni che consentono, in circostanze specifiche, la sterilizzazione di persone con disabilità senza un consenso espresso direttamente dall’interessato. “Se non riesci a prenderti cura di te stesso, come potrai prenderti cura di un figlio?” è una delle argomentazioni più frequentemente richiamate per giustificare questi interventi. Si tratta di una domanda che apre quesiti inquietanti sul tema del diritto all’autodeterminazione.
Il nodo centrale resta quello del consenso libero e informato, principio riconosciuto come uno dei cardini dell’etica medica contemporanea. Quando una persona viene privata in modo irreversibile della possibilità di avere figli senza aver espresso una volontà consapevole e personale, non è in discussione soltanto una scelta sanitaria. Sono coinvolti diritti fondamentali quali il diritto all’autodeterminazione, il diritto di costruire una famiglia, l’integrità fisica e la dignità della persona. Finché continueranno a esistere norme che consentono di incidere irreversibilmente sulla capacità riproduttiva di una persona senza il suo consenso libero e informato, oppure continueranno a emergere casi di interventi effettuati in assenza di una reale comprensione da parte dell’interessato, il dibattito resterà aperto.
Ricordare gli errori del passato è importante, ma non basta. La vera sfida è impedire che persistano pratiche lesive dell’autodeterminazione. Anche quando vengono presentate come strumenti di protezione o di assistenza.

