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L’autostima è una delle parole più ricorrenti nel discorso pubblico su adolescenza, educazione e crescita. Se ne parla spesso come di una risorsa individuale, come di una forza interiore da coltivare quasi in solitudine, come di un’energia privata da accumulare per affrontare il mondo. Eppure questa lettura, per quanto diffusa, rischia di essere parziale. Ogni processo di costruzione del sé prende forma dentro legami, scambi, sguardi, conferme e delusioni. Nessuno impara davvero a riconoscere il proprio valore fuori da una trama di rapporti significativi.
In questo quadro risulta particolarmente interessante l’articolo pubblicato suAvvenireda Luigi Ballerini, dal titolo “L’autostima nasce dalla stima altrui”. È un testo che merita attenzione perché rovescia un luogo comune molto radicato nella cultura contemporanea: l’idea che la fiducia in sé sia soltanto un fatto interiore, un esercizio di volontà, una sorta di allenamento psicologico separato dal mondo sociale. Al contrario, Ballerini mostra come la considerazione di sé prenda forma nel rapporto con gli altri, nella qualità dell’apprezzamento ricevuto, nella possibilità di sentirsi visti, ascoltati e presi sul serio. Parlare oggi di questo tema significa infatti interrogarsi sui modi in cui la società costruisce soggettività, distribuisce riconoscimento, produce inclusione oppure marginalità. Significa chiedersi quali ambienti, quali parole, quali istituzioni e quali tecnologie accompagnino davvero la crescita delle nuove generazioni e quali invece finiscano per renderla più esposta e vulnerabile.
Non basta ripetersi di valere, non basta alimentare un’immagine gratificante di sé, se questa immagine non incontra il limite, il confronto, la prova della realtà. Una consapevolezza matura di sé non coincide né con l’esaltazione narcisistica né con l’illusione dell’autosufficienza.
Molto efficace è il richiamo di Ballerini al fatto che “una buona stima di sé non coincide con l’idea di essere migliori degli altri o privi di difetti e attiene alla capacità di formulare un giudizio sufficientemente realistico sulla propria persona”. Qui emerge un aspetto sociologico importante: l’identità non è mai una costruzione astratta, ma un processo situato, continuamente negoziato tra percezione soggettiva e riconoscimento sociale. L’autostima, in questa prospettiva, è una forma di equilibrio tra interiorità e mondo, tra aspirazioni individuali e riscontro relazionale.
Uno dei passaggi più intensi del testo riguarda l’adolescenza, fase della vita nella quale il giudizio degli altri pesa in maniera spesso determinante. Ballerini osserva che ragazze e ragazzi parlano dei “commenti negativi che possono abbattere, della paura di essere derisi, del timore che i propri risultati vengano svalutati o ridicolizzati”. In queste parole c’è tutta la forza del legame sociale: l’io non si percepisce mai in isolamento, ma attraverso il filtro degli altri. Charles Horton Cooley, sociologo statunitense, parlava dellooking-glass self, il “sérispecchiato”, per descrivere il modo in cui ciascuno costruisce la propria identità immaginando come viene visto dagli altri. George Herbert Mead, filosofo, sociologo e psicologo statunitense, avrebbe poi approfondito ulteriormente questa intuizione, mostrando come il sé nasca attraverso l’interazione simbolica e l’assunzione del punto di vista altrui. Non diventiamo persone da soli: diventiamo noi stessi attraverso la relazione. In questo senso l’autostima è un prodotto sociale prima di essere una conquista individuale.
Ballerini lo afferma con grande chiarezza: “nessuno costruisce la stima di sé in uno stato di isolamento”. E ancora: “prima di diventare un giudizio che il soggetto formula su di sé, la stima è un’esperienza che si riceve dagli altri”. Sono frasi che andrebbero meditate a lungo, soprattutto in un tempo come il nostro, segnato da una forte individualizzazione. Da anni la cultura occidentale tende a insistere sull’autorealizzazione, sull’autonomia, sulla performance personale, talvolta fino a dimenticare che ogni soggetto cresce dentro cornici sociali precise. Pensarsi come individui completamente autonomi è una finzione moderna che produce spesso frustrazione, senso di inadeguatezza e solitudine. C’è poi un altro passaggio molto significativo: “prima dell’autostima viene la stima. Prima della fiducia in sé viene l’esperienza di qualcuno che ha avuto fiducia in noi”. Siamo davanti a una vera e propria grammatica del riconoscimento.
Questo tema diventa ancora più attuale se lo leggiamo alla luce delle trasformazioni introdotte dalle tecnologie digitali e dall’intelligenza artificiale. Oggi una quota crescente dell’approvazione sociale passa attraverso piattaforme, reti, ambienti mediali e sistemi algoritmici. I più giovani fanno esperienza di sé anche mediante like, visualizzazioni, commenti, condivisioni, classifiche implicite ed esplicite. Il rischio è che la percezione del proprio valore venga sempre più legata a metriche immediate, instabili, spesso opache, governate da logiche di visibilità e di competizione. In un ecosistema del genere, il confine tra riconoscimento e approvazione è sottile, e quello tra fiducia personale e dipendenza dal consenso ancora più fragile. Le piattaforme selezionano, gerarchizzano, amplificano, premiano alcuni comportamenti e ne marginalizzano altri. In questo processo, anche il modo in cui gli adolescenti valutano se stessi viene inevitabilmente influenzato.
Per questa ragione il ragionamento di Ballerini è prezioso: riporta l’attenzione sulla profondità del legame umano, sul valore di uno sguardo non sostituibile da alcun dispositivo. Quando scrive che “all’origine dell’auto-stima c’è sempre una etero-stima”, ci ricorda che nessun algoritmo potrà surrogare davvero il peso di una parola vera, di un ascolto sincero, di un adulto capace di vedere possibilità dove un ragazzo vede soltanto incertezza. L’intelligenza artificiale può offrire supporti, occasioni, strumenti; non può però diventare il luogo fondativo della dignità personale. In questo senso, il nodo decisivo chiama direttamente in causa la responsabilità degli adulti, delle famiglie, della scuola e delle istituzioni culturali.
Prima ancora di chiedersi quanta fiducia abbiano i ragazzi in se stessi, bisognerebbe domandarsi quanta stima venga loro realmente riconosciuta. Troppo spesso, infatti, il mondo adulto continua a descrivere gli adolescenti soprattutto attraverso le loro mancanze: fragili, distratti, dipendenti, immaturi. Ma questo tipo di linguaggio pubblico finisce per impoverire proprio quel terreno simbolico dal quale dovrebbe nascere la fiducia. Occorre allora un cambio di sguardo, capace di riconoscere che il pensiero dei giovani è già un lavoro sul mondo, una ricerca di orientamento, un tentativo continuo di dare forma ai desideri e di trovare un posto nella società. Bisogna aiutare le nuove generazioni a non confondere la visibilità con il valore, il consenso con il riconoscimento, l’esibizione di sé con la costruzione profonda della propria identità.
Solo chi si è sentito davvero visto, ascoltato e riconosciuto può imparare, a sua volta, a riconoscersi. È dentro questa trama di legami, e non nell’illusione di un io autosufficiente, che prende forma una fiducia autentica: una fiducia capace di aprirsi al futuro e di attraversare con consapevolezza la complessità del presente.

