
[Herbert Kickl subito dopo la proclamazione della vittoria – fonte foto vaticannews.va]
Nei giorni scorsi i media hanno dato grande risalto alla vittoria del partito di estrema destra in una regione della Germania. Non si tratta di un fenomeno isolato: l’ennesima dimostrazione della crisi della democrazia liberale. Un fenomeno documentato da numerosi studi internazionali che riguarda la capacità della società moderna di continuare a credere nel pluralismo, nei diritti umani e sociali e nelle istituzioni costruite con grandi sforzi in decenni di lotte politiche.
La democrazia non muore in un solo giorno. Solo in casi estremi questo avviene in poco tempo, durante sommosse militari. Generalmente il percorso di indebolimento della democrazia è lungo. Poco a poco le istituzioni perdono la propria autonomia, la stampa viene delegittimata e le minoranze vengono presentate come un capro espiatorio. In questi casi, l’avversario politico smette di essere un concorrente e viene presentato come un nemico. Alla fine si finisce per rispettare le regole democratiche solo quando producono il risultato che ci piace a chi governa.
All’inizio, sembra che non stia accadendo nulla di irreparabile. Eppure ci sono segnali che è sempre più difficili ignorare. Diversi studi internazionali confermano un arretramento della democrazia e delle libertà politiche nel mondo. Uno dei più importanti è il Democracy Report 2026 realizzato dal V-Dem Institute. I ricercatori mostrano uno scenario preoccupante: alla fine del 2025 le autocrazie erano 92, contro 87 democrazie, mentre circa il 74% della popolazione mondiale viveva in Paesi classificati come autocratici. Secondo lo stesso rapporto, 44 paesi stavano attraversando un processo di autocratizzazione.
Pur utilizzando una metodologia diversa, anche Freedom House arriva a una conclusione simile: il rapporto Freedom in the World 2026 sottolinea che per il ventesimo anno consecutivo la libertà globale è in calo. Nel solo 2025, 54 Paesi hanno registrato un peggioramento dei diritti politici e delle libertà civili, mentre soltanto 35 hanno fatto progressi. La quota della popolazione mondiale che vive in Paesi classificati come liberi è scesa dal 46% di vent’anni fa al 21%. Si consiglia appunto, la lettura della recente pubblicazione: “Il crepuscolo della democrazia: Storia di un sogno irrealizzato, Ed. Indipendente (2026). .Unica voce in parte discordante quella dell’Economist Intelligence Unit: nel 2025 il Democracy Index ha registrato una stabilizzazione dopo otto anni consecutivi di declino. Ma si tratta di una stabilizzazione fragile caratterizzata da forti differenze tra Paesi.
In generale, però, tutti gli studi concordano sul fatto che nel mondo la democrazia non aumenta più come è avvenuto per decenni dal secondo dopoguerra in poi. Anzi, in molti Paesi sta arretrando. È fondamentale non trascurare un aspetto: la destra democratica non è l’estrema destra. Difendere i confini, sostenere politiche restrittive sull’immigrazione, valorizzare le tradizioni nazionali, essere conservatori sui temi sociali o criticare l’Unione Europea sono posizioni perfettamente compatibili con una democrazia pluralista.
L’estremismo è diverso: comincia quando il pluralismo viene presentato come una debolezza da eliminare, quando alcuni cittadini vengono ritenuti meno degni di altri di essere … cittadini. In questi casi l’avversario politico viene rappresentato come un nemico della nazione e la violenza viene considerata uno strumento legittimo. Ad essere messa in discussione è l’idea stessa che persone con opinioni diverse possano avere gli stessi diritti.
Le società contemporanee sono pregne di mille paure. Precarietà economica, costo delle abitazioni, le guerre, immigrazione irregolare, criminalità, trasformazioni tecnologiche, perdita di posti di lavoro e crescente sfiducia verso le istituzioni sono tutti fenomeni che trasmettono insicurezza. Questi sentimenti non devono essere derisi né negati. Se lo si fa, il rischio è che qualcuno possa proporre soluzioni semplicistiche e strumentalizzate: trovare un colpevole per far sfogare l’insoddisfazione del popolo. In queste condizioni è facile scaricare la colpa di tutto sugli immigrati, sulle minoranze, anche sui giornalisti che non dicono quello che si vuole, sugli oppositori politici o sulle istituzioni internazionali. In questo scenario profondamente deformato, la complessità sistemica viene presentata in modo fin troppo superficiale: “noi siamo le vittime e loro sono i responsabili”. Un modo di deformare la realtà che ha un effetto devastante: offre alla gente comune una spiegazione apparentemente immediata a problemi che invece hanno spesso cause economiche, sociali e geopolitiche molto più profonde e complesse. Il rischio è portare milioni di persone a non fidarsi più delle istituzioni. A pensare che la politica non sia più in grado di risolvere i loro problemi. A vedere le élite come un mondo separato e autoreferenziale. In questo scenario le forze radicali possono gettare le proprie radici. Non perché sono in grado di fornire risposte migliori, ma perché per loro è facile trasformare la frustrazione in programma politico. Il messaggio diventa: “il sistema è corrotto, le istituzioni sono inutili, gli altri sono il problema e soltanto noi possiamo salvarvi”.
La storia ha già conosciuto eventi simili. Oggi, però, la propaganda estremista dispone di uno strumento che le generazioni precedenti non avevano: la possibilità di raggiungere milioni di persone grazie a strumenti di comunicazione digitali sempre più efficaci e potenti. Così la radicalizzazione non ha più bisogno di un’organizzazione strutturata, può svilupparsi attraverso comunità online, video, meme, influencer politici, teorie del complotto e contenuti prodotti automaticamente. Anche Europol nei suoi rapporti più recenti ha evidenziato la crescente importanza degli ambienti online nei processi di radicalizzazione e la difficoltà di prevedere quando un individuo isolato possa trasformare convinzioni estremiste in violenza. L’agenzia ha segnalato l’utilizzo dell’intelligenza artificiale generativa per creare e diffondere propaganda estremista. Il confine tra informazione, propaganda e manipolazione è oggi sempre più difficile da riconoscere. E da controllare. Il pericolo maggiore forse è un altro: è cominciare a pensare che tutto questo sia normale. Un linguaggio razzista che viene considerato soltanto una provocazione. Una minoranza che viene descritta come una minaccia per la società. Una sentenza dei giudici che diventa considerata legittima soltanto se dà ragione a chi vuole comandare. Un giornalista che può essere attaccato non per ciò che ha scritto, ma perché ritenuto vicino al “nemico”. E un politico eletto democraticamente che può essere presentato come un nemico da eliminare.
Con l’estremismo (indipendentemente che sia di destra o di sinistra) la prima cosa che cambia è il confine tra normalità e quello che le persone sono disposte ad accettare. È questo che i dati dei ricercatori sottolineano. Democrazia non è soltanto il voto presso elezioni temute con sistemi elettorali discutibili: è pensare che un Paese rimanga democratico semplicemente perché continua a organizzare elezioni. Le elezioni sono indispensabili, ma da sole non bastano. La democrazia richiede magistratura indipendente, libertà di stampa, libertà di associazione, opposizione politica, diritti delle minoranze, separazione dei poteri e possibilità concreta di cambiare governo. Il voto senza libertà di informazione non è sufficiente. Senza una reale competizione politica andare alle urne non è sufficiente (si pensi a ciò che avviene in paesi come Russia e Cina). La democrazia è un modo di considerare la “cosa comune”, non è la giornata per andare a votare. È sapere che anche per la maggioranza esistono dei limiti che non devono essere oltrepassati. È proteggere chi è più debole, chi è minoranza, chi dissente da ciò che pensa chi è al governo. Il rischio è che la tendenza all’estremismo possa diventare repressione indiscriminata del dissenso.
È necessario ricostruire la fiducia nelle istituzioni. Una democrazia che non riesce ad affrontare il costo della vita, la precarietà, l’insicurezza, le disuguaglianze o la crisi abitativa lascia spazio a chi offre spiegazioni semplicistiche. Difendere la democrazia significa anche farla funzionare. Significa istituzioni più trasparenti. Politiche pubbliche più efficaci. Informazione indipendente. Educazione civica. Alfabetizzazione digitale. E una classe politica capace di parlare dei problemi reali senza trasformare le paure dei cittadini in odio verso altre categorie di cittadini. La democrazia non si difende soltanto scendendo in piazza dopo la comparsa di un dittatore. Si difende quando qualcuno prova a indebolire un tribunale. Quando viene intimidito un giornalista. Quando una minoranza viene trasformata in un capro espiatorio. Quando una sconfitta elettorale viene dichiarata illegittima senza prove. Quando l’avversario politico viene trattato come un nemico. Ma soprattutto quando cominciamo a pensare che, pur di vincere, “le regole possano essere sacrificate”.
Oggi la domanda non è se l’estremismo di destra sta diventando un pericolo. È se siamo ancora disposti a difendere le condizioni che rendono possibile la gestione democratica della cosa comune.

