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Le trasformazioni più profonde spesso arrivano in silenzio. Non sempre hanno il rumore delle grandi riforme o la teatralità delle rivoluzioni annunciate. Talvolta si insinuano nei gesti quotidiani, nei moduli compilati online, nelle code eliminate da uno sportello, nei tempi di risposta ridotti da un sistema automatizzato. È dentro questa normalità solo apparente che si gioca oggi una delle sfide decisive del nostro tempo: il rapporto tra intelligenza artificiale, istituzioni pubbliche e centralità della persona.
Il dibattito non riguarda soltanto la tecnologia, né si limita all’efficienza amministrativa. In gioco vi sono la qualità della democrazia, il modo in cui il cittadino incontra lo Stato, la fiducia nei processi decisionali e il futuro del lavoro pubblico. Per questa ragione è interessante l’articolo pubblicato su “Rai News” dal titolo “Nonnis: ‘Con l’AI il 60% dei dipendenti pubblici diventeranno operatori di call center’”, perché sposta l’attenzione dal fascino degli strumenti alla questione decisiva dell’organizzazione umana e della governance.
Le parole di William Nonnis, analista tecnico per la digitalizzazione e l’innovazione presso la Presidenza del Consiglio dei Ministri, pronunciate nell’ambito del panel Impatto dell’IA e le nuove competenze di Fare Impresa in Italia 2026, colpiscono per la loro chiarezza. L’ipotesi secondo cui una larga parte dei dipendenti pubblici potrebbe trasformarsi in un supporto operativo dell’automazione, simile a un call center, non va letta come una provocazione. È piuttosto la fotografia di un passaggio storico in cui il lavoro amministrativo cambia natura. Mansioni ripetitive, attività standardizzate, procedure seriali possono essere affidate a sistemi intelligenti capaci di processare dati, smistare richieste, generare risposte preliminari, individuare anomalie. Ciò che resta in capo alla persona è essenziale. Validare informazioni, interpretare eccezioni, assumere responsabilità, correggere errori, ascoltare bisogni complessi, gestire conflitti, riconoscere fragilità sociali: sono tutte attività che richiedono giudizio umano. Da questo punto di vista, il riferimento al “call center” va compreso in senso sociologico: non come svalutazione del lavoro pubblico, ma come segnale di una riconversione verso funzioni di interfaccia, mediazione e accompagnamento.
Il cuore dell’intervento di Nonnis sembra però un altro. Quando sostiene che il vero tema non è lo strumento ma la governance, tocca il nodo spesso rimosso del dibattito contemporaneo. L’intelligenza artificiale viene presentata frequentemente come una soluzione pronta all’uso: basta installarla, integrarla, comprarla, addestrarla. In realtà nessun sistema tecnologico è neutrale. Ogni algoritmo riflette obiettivi, criteri, priorità, gerarchie di valori. Se manca una regia politica e amministrativa, la tecnologia non semplifica: amplifica il disordine già esistente.
Nella Pubblica Amministrazione questo vale ancora di più. Un processo inefficiente, se digitalizzato male, diventa un’inefficienza automatizzata. Una banca dati incompleta, se affidata a strumenti predittivi, produce errori più rapidi e più opachi. Una procedura poco trasparente, se delegata a sistemi automatici, rischia di diventare impenetrabile al cittadino. Per questo la governance precede l’innovazione: significa definire responsabilità, controlli, criteri etici, verifiche, accountability, tutela dei dati. La questione riguarda anche il lavoro. Per anni si è parlato dell’intelligenza artificiale soprattutto in termini di sostituzione occupazionale: quanti posti spariranno, quali professioni verranno cancellate, quali competenze diventeranno obsolete. È una lettura parziale. Più spesso il cambiamento non elimina immediatamente il lavoro, ma lo trasforma. Nascono ruoli nuovi, si ridefiniscono competenze, aumenta il peso delle capacità relazionali e interpretative.
Il sociologo Zygmunt Bauman descriveva la modernità liquida come una stagione in cui le strutture diventano mobili e instabili. Il lavoro pubblico non sfugge a questa dinamica: figure professionali nate per amministrare pratiche cartacee devono oggi orientarsi tra dati, piattaforme, interazioni multicanale. La rigidità burocratica novecentesca incontra la fluidità digitale del XXI secolo. Se questa transizione non viene accompagnata, produce ansia, resistenza, impoverimento professionale. Se invece viene governata, può restituire senso e valore al servizio pubblico. In tale prospettiva è utile richiamare il pensiero di Luciano Floridi, tra i principali studiosi internazionali dell’etica digitale. Floridi insiste da anni su un punto decisivo: la domanda non è se le macchine diventeranno come noi, ma come noi stiamo diventando in un ambiente sempre più informazionale. Applicato alla Pubblica Amministrazione, ciò significa chiedersi quale modello di cittadinanza stiamo costruendo. Un cittadino ridotto a pratica numerica? Oppure una persona messa nelle condizioni di accedere ai diritti con maggiore semplicità, rapidità e giustizia? La differenza la fa l’uomo. O meglio, la qualità dell’umano dentro i sistemi. Nessun algoritmo possiede empatia reale verso l’anziano che non comprende una procedura online. Nessuna interfaccia prova responsabilità morale verso chi resta escluso da un beneficio per un errore di classificazione. Nessun chatbot percepisce il disagio di chi, davanti a un linguaggio amministrativo incomprensibile, rinuncia a un diritto. Per questo la centralità della persona è una necessità funzionale e democratica.
Riscoprire un nuovo umanesimo significa allora progettare tecnologie che aumentino le capacità delle persone. Significa formare dipendenti pubblici non solo all’uso dei software, ma al discernimento critico. Significa premiare competenze trasversali: ascolto, mediazione, problem solving, cultura del dato, sensibilità etica. Significa ricordare che la macchina eccelle nel calcolo, mentre l’essere umano resta insostituibile nel significato.
Il riferimento alla governance, inoltre, richiama il ruolo della politica e delle classi dirigenti. Non basta affidarsi al mercato delle piattaforme o importare modelli standardizzati. Servono visione strategica, investimenti continui, norme chiare, valutazioni indipendenti. Servono dirigenti capaci di comprendere tanto i processi amministrativi quanto gli impatti sociali delle tecnologie. Servono università e centri di ricerca che dialoghino con le istituzioni. Servono sindacati e corpi intermedi coinvolti nella transizione del lavoro pubblico. Vi è anche una questione culturale più ampia. In molti casi il cittadino percepisce lo Stato come distante, lento, impersonale. L’intelligenza artificiale potrebbe accentuare questa distanza, se trasformasse il rapporto con l’amministrazione in una sequenza fredda di automatismi. Ma potrebbe anche ridurla, liberando tempo umano da incombenze ripetitive e restituendolo all’ascolto, all’accompagnamento, alla soluzione dei casi complessi. Il bivio è tutto qui: tecnologia come muro oppure tecnologia come ponte. Un Paese moderno non è quello che possiede più algoritmi, ma quello che sa metterli al servizio della dignità, dell’equità e della partecipazione. La Pubblica Amministrazione, in questo senso, rappresenta un banco di prova decisivo: dove si incontrano dati e diritti, procedure e persone, velocità ed equità.
Le parole di William Nonnis, riportate da “Rai News”, meritano attenzione e approfondimento. Non basta introdurre l’AI per essere innovativi. Non basta automatizzare per essere efficienti. Non basta digitalizzare per essere giusti. Occorre invece una bussola umana, culturale e istituzionale capace di guidare il cambiamento. Forse il futuro del lavoro pubblico non sarà fatto di impiegati sostituiti dalle macchine, ma di professionisti liberati dalle mansioni più meccaniche e chiamati a esercitare competenze più alte. Forse il vero progresso non consisterà nel togliere l’uomo dai processi, ma nel restituirlo a ciò che conta davvero. E se sapremo comprendere questa lezione, allora l’intelligenza artificiale non sarà la fine di un’epoca, ma l’inizio di una stagione più consapevole, dove innovazione e umanità finalmente camminano insieme.

