
[fonte foto: lastampa.it]
L’idea di un’assessora virtuale potrebbe sembrare, a prima vista, una curiosità destinata a far sorridere per un giorno. E invece il caso di Eva Statiella, nominata ad Acqui Terme, ha il merito di aprire una riflessione molto più ampia sul rapporto tra politica, comunicazione pubblica e intelligenza artificiale. Non siamo soltanto davanti a un esperimento tecnologico. Siamo davanti a uno specchio che restituisce, con una certa ironia, le fragilità della comunicazione politica contemporanea: il gusto per il pettegolezzo, la tendenza alla spettacolarizzazione, la fatica di restare sui contenuti.
Mi ha colpito l’articolo pubblicato sul “Corriere della Sera”, edizione Torino, scritto da Sergio Talamo, dal titolo “Acqui Terme, la prima assessora virtuale realizzata con l’intelligenza artificiale, il confronto con i politici reali: chi è davvero più umano?”, perché affronta il tema con intelligenza e leggerezza, ma senza smarrire la profondità delle domande in gioco. Mi ha colpito soprattutto il passaggio iniziale, quando alla domanda “lei è sposata?”, Eva Statiella risponde: “I fatti personali lasciamoli da parte. L’unica cosa che qui interessa è lo sviluppo di Acqui Terme”. In poche parole, l’assessora virtuale rimette al centro ciò che spesso la politica dimentica: i problemi reali dei cittadini. E Talamo coglie perfettamente il senso della scena quando scrive che l’IA “inizia con il fare le pulci alle nostre domande”. Non è poco, in un tempo in cui spesso gli interrogativi pubblici si fermano alla superficie delle persone invece di interrogare la qualità delle risposte. Il punto centrale dell’editoriale è proprio questo rovesciamento di prospettiva. Talamo osserva che “la politica farebbe bene a divorziare dal gossip” e che, mentre all’assessora si chiedono dettagli privati, lei “ribatte con i servizi pubblici”. È una battuta, certo, ma è anche un piccolo manifesto. Perché nel tempo della comunicazione continua, dei talk show permanenti e dei social che trasformano tutto in narrazione personale, il rischio è che la politica smarrisca la sua funzione di servizio e si riduca a rappresentazione.
Il caso di Acqui Terme è interessante perché mette in scena uno dei grandi nodi del nostro presente: la relazione tra esseri umani e sistemi intelligenti in una società sempre più interconnessa. Luciano Floridi parlerebbe di condizione “onlife”: un contesto in cui la distinzione tra reale e digitale è sempre meno netta e le tecnologie non sono più semplici strumenti esterni, ma ambienti dentro cui viviamo. In questo scenario, una figura come Eva Statiella va letta come il segno di un cambiamento culturale. L’intelligenza artificiale entra nello spazio pubblico e ci costringe a ridefinire ruoli, linguaggi e responsabilità. Anche il sociologo Manuel Castells, studiando la società in rete, ha mostrato come il potere contemporaneo passi sempre più attraverso i flussi dell’informazione e la capacità di orientare la comunicazione. Se questo è vero, allora un’assessora virtuale non è soltanto un prodotto tecnologico: è anche un dispositivo simbolico che mette in crisi vecchie liturgie della politica. Talamo lo dice bene quando scrive che “l’IA e la robotica non ci minacciano. Possono migliorarci” e che non cancellano la nostra intelligenza, ma “la innalzano verso vette più alte” liberandoci da attività ripetitive e puramente meccaniche.
Naturalmente le domande restano tutte aperte, e l’articolo non le elude. “Chi risponde delle sue indicazioni? Chi controlla i dati su cui si fonda? Chi decide quali valori debba incorporare?”. Sono interrogativi decisivi, che richiamano il tema della responsabilità democratica. L’IA non può diventare una scorciatoia dietro cui la politica si nasconde. Ma può essere, se ben governata, un’opportunità concreta per rendere la pubblica amministrazione più efficiente, più accessibile, più capace di ascolto. È forse qui il passaggio più bello dell’editoriale, quando Talamo scrive che la vera scommessa non è “la macchina che diventa umana, ma l’umano che, grazie a lei, finalmente smette di comportarsi da macchina”. È una frase che va oltre il caso specifico. Vuol dire meno burocrazia cieca, meno moduli inutili, meno risposte automatiche da parte di persone che finiscono per assomigliare a sportelli impersonali. E vuol dire, al contrario, più tempo per guardare in faccia i cittadini, capire i problemi complessi, accompagnare le fragilità, esercitare discernimento.
L’intelligenza artificiale non è interessante quando si limita a stupire. Diventa davvero importante quando aiuta a ripensare il modo in cui organizziamo il vivere comune. Se l’esperimento di Acqui Terme servirà a rimettere al centro i servizi, la trasparenza, la qualità delle decisioni e il rispetto per il tempo delle persone, allora avrà avuto un senso che va ben oltre valore simbolico dell’esperimento. E forse ci avrà ricordato una verità semplice: il futuro non appartiene alle macchine che parlano come noi, ma agli esseri umani che sapranno tornare a comunicare meglio, e con più responsabilità, tra loro.

