“La deriva del mondo inizia quando chi è al potere decide di essere al di sopra della legge”. È Lo slogan pubblicitario di un’associazione per i diritti umani. Dal punto di vista geopolitico, “la deriva del mondo inizia quando uno Stato (o un popolo) agisce senza rispettare i diritti degli altri Stati (o degli altri popoli)”. In altre parole, quando viene leso il diritto all’autodeterminazione.
Ma cos’è l’autodeterminazione?
Il diritto all’autodeterminazione costituisce una norma di diritto internazionale generale. Produce effetti giuridici (diritti e obblighi) per tutta la comunità degli Stati. Nessuno escluso. E una norma di ius cogens: un diritto inderogabile, un principio supremo e irrinunciabile che non può essere abrogato né con una convenzione internazionale né, tanto meno con una decisione unilaterale. Storicamente la sua classificazione viene fatta risalire al secondo decennio del secolo scorso. Nel 1919, poco dopo la fine della Prima Guerra Mondiale, in occasione della firma del Trattato di Versailles, Woodrow Wilson enunciò i 14 punti in cui articolare questo concetto. Da allora, questo principio è (o meglio dovrebbe essere) la base per tracciare e rispettare i confini degli Stati e le regole di convivenza. Fu sulla base di questo principio che vennero definiti i nuovi confini della Triplice Alleanza dopo la Prima Guerra Mondiale. Vennero indetti dei plebisciti in Alta Slesia, Prussia Orientale, nello Schleswig, nella regione di Eupen-Malmedy, nella Carinzia meridionale e a Sopron. A volte gli esiti di queste consultazioni popolari furono contestati e furono causa di successive tensioni internazionali. In alcuni casi, come nella Posnania e nella Prussia Occidentale, nel territorio di Memel e nell’Alsazia-Lorena, questi territori vennero staccati dalla Germania senza interpellare le rispettive popolazioni (per la maggior parte di lingua tedesca). Di autodeterminazione dei popoli si tornò a parlare dopo la fine della Seconda Guerra Mondiale. Il Capitolo I, articolo 1, paragrafo 2 della Carta delle Nazioni Unite individua comeobiettivo: “Sviluppare tra le nazioni relazioni amichevoli fondate sul rispetto e sul principio dell’eguaglianza dei diritti e dell’autodeterminazione dei popoli…”.
Nel 1966, il diritto di autodeterminazione dei popoli venne ribadito nel Patto internazionale sui diritti civili e politici (l’Italia l’ha recepito con la legge n.881 del 1977). Con la Dichiarazione relativa alle relazioni amichevoli ed alla cooperazione fra Stati (risoluzione 2625 XXV adottata dall’Assemblea Generale delle Nazioni Unite nel 1970), venne ribadito che “la costituzione di uno Stato sovrano e indipendente, la libera associazione o l’integrazione con uno Stato indipendente, o l’acquisizione di qualsiasi altro status politico liberamente determinato da un popolo costituiscono modalità di attuazione del diritto all’autodeterminazione”. Ne deriva il divieto di ricorrere a qualsiasi forma coercitiva il cui scopo sia privare i popoli del proprio diritto all’autodeterminazione. Successivamente questo principio è stato riconosciuto norma di carattere consuetudinario dalla Corte Internazionale di Giustizia, nel 1971 e 1975. Lo stesso anno questo concetto venne ribadito anche a livello europeo: nel 1975, durante l’Atto Finale di Helsinki della Conferenza per la Sicurezza e la Cooperazione in Europa (CSCE) si parlò del diritto per tutti i popoli di stabilire in piena libertà, quando e come lo desiderano, il loro regime politico senza ingerenza esterna e di perseguire come desiderano il loro sviluppo economico, sociale e culturale
Per alcuni decenni, questo principio è stato considerato fondamentale per permettere ai paesi in via di sviluppo di indire libere elezioni, darsi una costituzione propria, scegliere la forma di governo, senza subire pressioni esercitate dagli Stati più sviluppati o più potenti. Ma spesso l’apparenza celava situazioni che poco o niente avevano a che fare col diritto all’autodeterminazione (si pensi alla situazione di molti Stati africani). Spesso le regole dell’autodeterminazione dei popoli vengono disattese. Questo porta ad una grave destabilizzazione. Sia a livello internazionale che per ciò che riguarda la gestione interna dei singoli Stati. Per gruppi etnici e minoranze non viene rispettato il diritto a decidere del proprio destino. Oggi il concetto di autodeterminazione dei popoli è forse l’aspetto più diffuso e al tempo stesso meno curato dagli studiosi.
Gli attacchi, gli omicidi, le stragi che stanno avvenendo nella Striscia di Gaza, in Libano, in Venezuela, a Cuba, in Iran e in decine di altri Stati sono tutti esempi evidenti del mancato rispetto del diritto di un popolo o di una nazione di decidere per sé e da sè. Qualche mese fa, gli USA hanno attaccato il Venezuela e hanno rapito il presidente Maduro. Chi ha dato loro questo diritto? Qualche giorno fa, il presidente Trump, nel discorso tenuto al Lincoln Memorial Reflecting Pool, a Washington, ha dichiarato: “Qualcuno mi ha chiesto: «Qual è il tuo piano?», ho risposto: «Il piano è molto semplice: l’Iran non può avere un’arma nucleare. Non può avere una bomba atomica e non l’avrà»”.Gli USA hanno firmato il trattato di non proliferazione di queste armi. Ma la Conferenza per il rinnovo degli accorsi che si è tenuta solo poche settimane fa (dal 27 aprile al 22 maggio) si è conclusa senza giungere ad un formale rinnovo. Ancora peggiore la situazione del CTBT, il Trattato per la messa al bando di tutti gli esperimenti nucleari (sia civili che militari). Questo Trattato non è mai stato né firmato né ratificato dagli USA (e da quasi tutti gli altri Stati dotati di armi nucleari). Come può uno Stato che non ha firmato questo accordo pensare di imporre ad un altro Stato sovrano cosa fare o non fare? Una decisione anomala anche da un altro punto di vista:gli USA non hanno detto nulla agli altri Stati(Pakistan, India, Israele, Cina e molti altri) che dispongono già di queste armi e che da decenni sono in guerra (con il rischio di un’escalation che potrebbe portare a scelte estreme). Chi dà a Trump o agli USA (le due cose spesso non coincidono, visto che molte delle decisioni prese dal tycoon della Casa Bianca non sono state ratificate dal Congresso) il diritto di decidere chi può o non può avere un’arma nucleare? O chi deve governare il Venezuela? E chi dà a lui e ad altri il diritto di attaccare in acque internazionali navi battenti bandiera di altri Stati? Questi attacchi ormai non fanno più notizia. Non solo quelli degli USA contro le navi al largo del Venezuela (ma pur sempre in acque internazionali). E nemmeno quelli di Israele: in realtà ne sono stati registrati anche nel 2010, quindi ben prima dell’attacco terroristico del 2023. Recentemente, anche il governo francese ha attaccato una nave in acque internazionali accusandola di essere una nave “fantasma” russa. Da millenni, la storia dell’uomo è caratterizzata da scontri, guerre, conflitti armati per il controllo del territorio. Quasi sempre sono state addotte scuse politiche, religiose, a volte addirittura umanitarie. Ma mai come negli ultimi decenni si sono registrate così tante violazioni del diritto all’autodeterminazione dei popoli.
L’elenco è interminabile. Solo nel XXI secolo sono state decine. Dal Libano e dalla Striscia di Gaza per mano di Israele (e i suoi alleati) all’invasione dell’Ucraina da parte della Russia. Nel 2022, Al-Shabaab ha invaso parte dell’Etiopia. Nel 2017, Senegal Nigeria, Mali, Ghana e Togo hanno invaso parte del Gambia. Nel 2011, il Kenya ha annesso parte della Somalia. Nel 2008, la Russia aveva invaso parte della Georgia. Lo stesso anno, Senegal, Sudan, Tanzania, Francia, Libia e Stati Uniti hanno invaso lo Stato di Anjouan, un paese non riconosciuto sull’isola di Anjouan, parte dell’arcipelago delle Comore. Nel 2003, sempre gli Stati Uniti d’America con Regno Unito, Australia, Polonia, Kurdistan (e altri) hanno invaso l’Iraq. E prima ancora una coalizione ancora più estesa l’Afghanistan (già vittima di attacchi da parte della Russia). Tutto questo in poco più di un ventennio. E ogni volta incalcolabili i danni alle persone e al territorio: gli invasori hanno bombardato e distrutto tutto. In molti casi non sono bastati decenni (e decine di miliardi di dollari) per rimuovere, almeno in parte, i detriti causati dai conflitti armati (si pensi alla condizione attuale di paesi come Yemen o Siria o la Striscia di Gaza).
In tutti questi casi, la domanda è sempre la stessa: chi da ai paesi invasori il diritto di violare il principio di autodeterminazione di un popolo? La risposta è sempre la stessa: nessuno. La sovranità dei popoli è un diritto naturale e universale. É il diritto, supremo e indipendente, di una comunità di autogovernarsi senza subire ingerenze esterne e potendo prendere decisioni autonome in materia politica, economica e sociale. A ribadirlo è anche la Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo: l’Articolo 21 afferma che “la volontà del popolo è il fondamento dell’autorità dei governi”. La realtà è che mai come negli ultimi anni questo diritto naturale e universale sembra essere in pericolo. La comunità internazionale avrebbe il dovere di intervenire per proteggere questi diritti fondamentali. L’Assemblea Generale delle Nazioni Unite ha adottato numerose risoluzioni che condannano l’occupazione militare e chiedono il rispetto del diritto all’autodeterminazione dei popoli. Ma non sono servite a molto. Spesso, chi ha deciso di violare questo diritto (e molti altri) ricorre a cavilli come quello secondo il quale nessuna norma giuridica internazionale prevederebbe la definizione di “popolo”. Esemplare quanto è avvenuto in Crimea o tra Scozia e Regno Unito o in Canada o in Spagna o in Cina o in Myanmar. Anche la decisione della Corte Internazionale di Giustizia di riconoscere questi principi una norma consuetudinaria non è servito a molto. Nel 2024, vista la reazione del governo israeliano all’attacco di ottobre 2023 attribuito ai terroristi di Hamas, la Corte Internazionale di Giustizia pubblicò un documento nel quale la parola autodeterminazione è ripetuto ben 73 volte! Ma come si è visto, non è servito a nulla: Israele (con l’aiuto di molti altri Stati) ha continuato a violare il principio di autodeterminazione del popolo palestinese e anche di quello libanese e di quello iraniano. Con conseguenze geopolitiche che non è facile prevedere.
Secondo alcuni, l’autodeterminazione dovrebbe viaggiare parallelamente al principio di integrità territoriale degli Stati. Dovrebbe servire ad evitare conflitti con la sovranità statale. Ma non esistono strumenti pratici per imporre a uno Stato l’adozione di un regime democratico (governato da chi piace a pochi) o per garantire l’acquisizione di parte di un territorio (salvo, forse, casi eccezionali riconosciuti dalla comunità internazionale). Altri hanno cercato di fornire una definizione di autodeterminazione basata sul singolo individuo: il diritto di esercitare il controllo su aree della vita ritenute importanti, la libertà di un individuo di fronte a influenze esterne e alle influenze per prendere decisioni basate su se stessi e non su pressioni esterne e, infine, nella capacità di agire per plasmare il corso della propria vita. Ma anche questo non è servito a molto.
Per tanti decenni il principio di autodeterminazione dei popoli è stato uno dei cardini del diritto internazionale. Oggi, lo scenario geopolitico è caratterizzato da crisi internazionali, conflitti armati e occupazioni territoriali che evidenziano una costante violazione di questo principio. La distanza tra il riconoscimento del diritto all’autodeterminazione (la teoria) e la sua attuazione appare enorme. Questo dovrebbe far riflettere sull’efficacia di questo e di altri meccanismi di garanzia. In un mondo alla deriva, è necessario adottare strumenti, sia giuridici o istituzionali che pratici, in grado di tutelare il diritto dei popoli a decidere indipendentemente il proprio futuro politico, economico, sociale e culturale.

