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I Mondiali di calcio in corso negli Stati Uniti stanno regalando una sorpresa dopo l’altra. Diverse nazionali considerate tra le più forti del pianeta fanno fatica a battere squadre di paesi che nessuno avrebbe pensato potessero svolgere un ruolo da protagonista in un mondiale. A volte il pareggio è arrivato solo grazie a episodi fortunati e giocatori comprati decine di milioni di euro hanno mostrato limiti tecnici e atletici che pochi si aspettavano. Cosa sta succedendo? Alcuni hanno parlato di stanchezza accumulata dai giocatori, altri della crescita di nazionali emergenti, altri ancora di una evoluzione tattica del calcio mondiale. Esiste però un altro motivo, meno discusso ma supportato dai dati, che merita attenzione: la progressiva globalizzazione dei campionati nazionali. Secondo i dati forniti da Visual Capitalist, oggi il 72% dei calciatori presenti ai Mondiali gioca in un campionato diverso da quello del proprio Paese. Una situazione diversa da quella di qualche decennio fa: nel 1990 erano appena il 26%. In poco più di trent’anni il calcio professionistico è diventatouno dei mercati più globalizzati al mondo.
Oggi, circa il 75% dei giocatori che partecipano alla Coppa del Mondo gioca in club al di fuori del paese che rappresenta, rispetto a circa un quarto nel 1990. I principali campionati europei sono diventati il polo globale dei talenti di questo sport, attirando giocatori d’élite da quasi tutti gli Studi condotti da Phys.org e dal COMPAS Migration Observatory dell’Università di Oxford suggeriscono che i paesi con un maggiore accesso alle reti calcistiche internazionali beneficiano di un migliore sviluppo dei giocatori e di un bacino di talenti più ampio. Esaminando la migrazione internazionale nel calcio, i ricercatori hanno scoperto che la mobilità dei giocatori rafforza le squadre di alcune nazioni ma espone gli atleti a livelli di competizione più elevati e a una maggiore diversità tattica.
Premier League, Liga, Bundesliga, Serie A e League attirano talenti da ogni continente. Questo ha elevato il livello tecnico di alcuni tornei, ma, per contro, alcuni campionati sono giocato da squadre composte principalmente da giocatori stranieri. In questi casi inevitabilmente gli spazi per la crescita dei giovani talenti locali si riducono. Le società, spinte dalla necessità di ottenere risultati immediati, spesso preferiscono acquistare giocatori stranieri già formati piuttosto che investire anni nello sviluppo di promesse nazionali. Nel lungo periodo, la filiera può indebolirsi. Non è un caso che alcune delle nazionali europee che hanno mostrato qualche difficoltà sono proprio quelle i cui campionati sono altamente internazionalizzati. La Francia, per esempio, presenta una percentuale elevatissima di giocatori provenienti dall’estero. Lo stesso vale per Portogallo, Olanda, Argentina e Brasile, dove oltre il 70% dei convocati milita fuori dai confini nazionali. Diversa la situazione di nazioni come Inghilterra e Germania, che continuano a mantenere una quota significativa di giocatori provenienti dai campionati domestici. In Inghilterra, ad esempio, soltanto una minoranza dei convocati gioca all’estero. A questo si aggiunge un altro aspetto. Mentre alcuni paesi mostravano una stagnazione, il resto del mondo è cresciuto. Oggi le nazionali di calcio africane, asiatiche e nordamericane possono contare su giocatori che sono cresciuti sportivamente in alcuni dei migliori club europei. E la differenza tecnica che un tempo separava le grandi potenze tradizionali dalle squadre emergenti si è progressivamente ridotta. Uno dei modelli più evidenti che emerge dai dati riguarda le diverse modalità con cui i vari paesi sviluppano i talenti calcistici di élite. Le nazioni africane come il Senegal, il Marocco e il Camerun presentano alcune delle percentuali più alte di giocatori delle nazionali che militano all’estero, con molte stelle che costruiscono la propria carriera nei principali campionati europei. Il calcio internazionale si gioca tra nazioni, ma sempre più spesso i giocatori costruiscono la propria carriera all’estero. Paesi come l’Arabia Saudita, il Qatar e gli Emirati Arabi Uniti mantengono una quota molto maggiore dei loro talenti nelle competizioni nazionali, dopo aver investito massicciamente nei campionati locali.
La globalizzazione dei campionati nazionali ha distribuito conoscenze, metodologie di allenamento e competenze tecniche su scala mondiale. Le stesse leghe che hanno reso più forti i club europei potrebbero aver contribuito, indirettamente, a ridurre il vantaggio competitivo delle loro nazionali. Forse è eccessivo affermare che la presenza di stranieri nei campionati è la causa principale delle difficoltà viste in questo Mondiale. Il calcio è un fenomeno complesso, influenzato da fattori economici, culturali, tecnici e generazionali. Ma una riflessione appare inevitabile: mentre i club sono diventati sempre più globali, le nazionali continuano a dipendere dalla capacità di formare talenti locali. Quando il mercato internazionale offre soluzioni immediate e spesso più economiche, investire sul vivaio diventa più difficile. A sorprendere non è la difficoltà delle grandi nazionali europee quanto il fatto che nessuno si aspettava una simile incapacità di dominare il fenomeno.
Mentre in molti paesi si sta mette in discussione la globalizzazione e si parla (inutilmente) di nazionalismo e di chiusura delle frontiere, nel calcio come in molti altri sport (si pensi al tennis) i confini nazionali non sono più un ostacolo per le grandi società sportive molte delle quali, del resto di proprietà di miliardari stranieri. Resta da capire se, in questo scenario, ha ancora senso parlare di tornei in cui i giocatori vestono la maglia di una nazione.

