
Polizia Postale a lavoro [fonte foto Rai News]
Negli ultimi giorni, un caso che ha scosso l’opinione pubblica ha rivelato una pratica purtroppo molto diffusa tra migliaia di utenti social: la condivisione senza consenso di immagini intime di donne, spesso le proprie mogli, all’interno di un gruppo Facebook seguito da oltre 32mila uomini. Questo episodio non è solo la denuncia di un illecito penale, ma la fotografia di un malessere culturale profondo, che vede la realtà superare la fantasia e la dimensione privata essere esposta al pubblico ludibrio senza alcun rispetto. L’indignazione e la vergogna non sono sufficienti: è necessario comprendere le ragioni di questo disorientamento etico e sociale, e riflettere su come la tecnologia abbia amplificato dinamiche di dominio e disumanizzazione.
Il gruppo Facebook denominato “Mia Moglie”, come riportato dal giornalista Roberto Cosentino sul Corriere della Sera, ha avuto un impatto immediato e vasto: “Il gruppo è oggetto di un’ondata di indignazione per l’uso a cui è destinato. Al suo interno venivano pubblicate immagini intime di donne perlopiù ignare, esposte agli occhi e ai commenti di altri partecipanti”. A segnalare il gruppo e a denunciarlo alla Polizia Postale sono stati profili Instagram come “No Justice no Peace” e “L’ha scritto una femmina”, dando il via a una mobilitazione generale che ha portato alla sua chiusura da parte di Meta. La società ha motivato la rimozione affermando: “Abbiamo rimosso il Gruppo Facebook per violazione delle nostre policy contro lo sfruttamento sessuale di adulti. Non consentiamo contenuti che minacciano o promuovono violenza sessuale, abusi o sfruttamento sulle nostre piattaforme”.
La portata del fenomeno è aggravata dal fatto che il gruppo era pubblico e attivo dal 2019, con 32mila iscritti, prevalentemente uomini, che condividevano foto di mogli, compagne, amiche e anche sconosciute, scattate di nascosto o con il consenso di una sola delle due parti. “Le immagini venivano poi commentate dagli altri componenti del gruppo. Chi segnala parla di stupro virtuale, di violenze vere e proprie”. Dal punto di vista legale, questo comportamento si configura come reato, poiché la diffusione di immagini sessualmente esplicite senza consenso è punita dall’articolo 612 ter del codice penale, noto come legge sul revenge porn.
Tuttavia, il problema non si esaurisce nel singolo gruppo Facebook. Come sottolinea l’agenzia ANSA, episodi analoghi si ripetono in molte altre piattaforme: “Foto di donne in costume da bagno, che cucinano o si rilassano sul divano, scattate di nascosto e condivise senza il loro consenso non in privato ma alla luce del sole su Facebook”. L’interesse mediatico si è acceso in un clima già scosso da altri episodi di violazione della privacy, come il recente furto e la diffusione di immagini personali di figure pubbliche. La campagna “not all men”, promossa da “No Justice no Peace”, ha portato alla luce un problema sistemico che travalica la singola vicenda, mettendo in discussione la cultura digitale e la corresponsabilità diffusa nella normalizzazione di simili abusi.
Dopo la chiusura del gruppo Facebook “Mia moglie”, come riportato dallo stesso Roberto Cosentino in un aggiornamento sempre su Corriere della Sera, sono nati decine di nuovi gruppi e canali alternativi che cercano di raccogliere la discutibile eredità. Questi spazi però, a differenza del gruppo originale che aveva 32mila membri, sono molto meno popolati — alcune centinaia di persone al massimo, o una trentina in un canale Telegram.
Il gruppo “Mia moglie 2.0”, per esempio, è stato reso privato e accessibile solo su invito, segnando un tentativo di spostarsi verso piattaforme più “blindate”. Questo cambiamento, forse, riflette una consapevolezza parziale del rischio legale e una maggiore cautela da parte degli utenti, ma non la fine del fenomeno. Il gruppo originario, creato nel 2019 e rimasto inattivo fino a maggio 2025, ha visto negli ultimi mesi un’impennata nella pubblicazione delle foto illecite che poi sono diventate virali.
Una delle vittime ha rotto il silenzio raccontando la sua esperienza attraverso la community Facebook “Alpha Mom”: “Oggi ho scoperto di essere nel gruppo “mia moglie”. Non sapendone assolutamente nulla. Lui si è giustificato dicendo che fosse soltanto un gioco… Abbiamo 2 figli…e 10 anni di matrimonio alle spalle. Foto nostre, private di momenti di vita quotidiana. Mi sento spezzata in due”. La donna spiega come abbia scoperto il gruppo tramite sua sorella, che ha ricevuto gli screenshot da un amico iscritto al gruppo, e che alcune foto erano state anche inoltrate su Telegram. Ha lasciato la casa, rifugiandosi dai genitori, temendo l’impatto che questa violazione possa avere sui figli.
La polizia postale, con la vicedirettrice Barbara Strappato, ha confermato che sono in corso indagini e che molte donne si stanno riconoscendo e denunciando. La gravità dei commenti e delle immagini condivise ha portato a un lavoro incessante da parte delle forze dell’ordine per bloccare la pagina, ricevendo in poche ore oltre mille segnalazioni.
Questo caso rappresenta un drammatico esempio di come la digitalizzazione e la cultura social abbiano modificato radicalmente i confini del privato, erodendo quel senso di rispetto e tutela che dovrebbe accompagnare ogni relazione intima e sociale. Una “democratizzazione del privato” che però si trasforma in una violenza, quando la condivisione diventa esposizione, e la persona amata viene ridotta a oggetto di un pubblico voyeuristico.
L’evoluzione del fenomeno dopo la chiusura del gruppo “Mia moglie” — con la nascita di nuovi canali meno popolati ma ancora attivi — mostra come il problema non si risolva con un semplice “click” di blocco o rimozione. Al contrario, la frammentazione delle comunità e la migrazione verso spazi più chiusi e meno visibili può rendere più difficile il controllo e l’intervento. Questa diaspora digitale dimostra un tentativo di sopravvivenza di pratiche devianti, che continuano a nutrirsi della mancanza di una cultura fondata sul rispetto e sulla responsabilità.
La testimonianza della vittima, spezzata nella sua intimità e nel suo ruolo familiare, evidenzia l’impatto umano devastante di queste violazioni, che non riguardano solo il singolo momento, ma si riflettono sulle relazioni familiari, sull’identità e sulla vita quotidiana. Non è solo una questione legale o tecnologica, ma una ferita sociale che mette in crisi la fiducia tra le persone e la percezione stessa della sicurezza nelle relazioni private.
Dal punto di vista sociologico, quanto emerso attorno al gruppo “Mia moglie” e alla sua eredità mostra la profondità di un disorientamento culturale e morale, che potremmo definire come una crisi del senso comune nell’era digitale. Se da un lato la tecnologia ha ampliato le possibilità di connessione e condivisione, dall’altro ha amplificato dinamiche di dominio, misoginia sistemica e disumanizzazione. Le piattaforme, con i loro algoritmi, spesso tollerano o addirittura premiano contenuti che alimentano questo circuito perverso, finché non si arriva a vicende eclatanti che scuotono l’opinione pubblica.
Occorre quindi un impegno comune e strutturato, che coinvolga non solo le istituzioni e le forze dell’ordine, ma anche la società civile e le piattaforme digitali, affinché si costruisca una nuova etica della tutela e del rispetto della centralità dell’essere umano. L’indignazione deve diventare azione consapevole e culturale, perché dietro ogni immagine divulgata senza consenso ci sono vite, storie e sofferenze che non possono essere cancellate né banalizzate. Solo così potremo riconquistare un’etica solida che metta al centro la dignità umana e la responsabilità collettiva, nel rispetto della complessità delle relazioni umane.

