
Trump continua a bullizzare mezzo mondo. Ma non è una novità. L’attacco al Venezuela, il rapimento del presidente e la decisione di portarlo negli USA, dove sarà sottoposto ad un processo (farsa) sotto l’accusa di traffico i stupefacenti e, addirittura, di terrorismo, è solo l’ultimo atto di prepotenza e di violenza di una politica internazionale che va avanti da anni (anche se il suo secondo mandato è iniziato ufficialmente solo a gennaio 2025).
Appena eletto, il nuovo presidente americano si è presentato come grande mediatore (al punto a dichiararsi offeso – a fine anno – di non aver ricevuto il premio Nobel per la pace nel 2025), ma fin dai primi giorni del suo mandato ha preferito l’opzione delle armi e della violenza. Dal Corno d’Africa al Golfo del Messico, dal Medio Oriente ai Caraibi fino al Venezuela. Già a febbraio 2025 gli aerei americani avevano attaccato presunte sedi dell’ISIS in Somalia. A marzo, l’aviazione militare made in USA, con il supporto dell’intelligence, ha colpito l’Iraq per eliminare Abdallah al Rifai. Lo stesso mese, il Pentagono ha bombardato con missili le installazioni degli Houthi filoiraniani nello Yemen. A giugno gli americani hanno sganciato le “superbombe” GBU-57 sui siti nucleari iraniani di Fordow e Natanz. Anche altri laboratori sono stati colpiti con attacchi missilistici. Il 19 dicembre, gli USA hanno attaccato lo Stato Islamico in Siria. E il giorno di Natale la Nigeria dove i Cruise lanciati da un’unità navale hanno centrato aree in cui si trovavano – si dice – militanti jihadisti (in questo caso l’attacco sarebbe stato giustificato dall’uccisione di alcuni cristiani). A questi si aggiungono gli attacchi in acque internazionali a navi e imbarcazioni accusate di trasportare droga. Ma al Congresso che aveva chiesto le prove di ciò, non è mai stato fornito nulla di concreto. E, ovviamente, di tutto questo non è mai stato fornita alcuna giustificazione presso le sedi competenti delle Nazioni Unite.
Un comportamento, quello di Trump, che va ben oltre il potere attribuitogli dagli elettori e dalle leggi vigenti nel suo paese. A chi chiedeva di far autorizzare queste decisioni dal Congresso, il presidente ha risposto che si trattava di azioni di “polizia internazionale” (che non esistono dato che la polizia ha la possibilità di agire solo sul suolo statunitense) e di lotta al narcotraffico. Una scusa pacchiana e priva di ogni fondamento: solo poche settimane fa Trump ha concesso la grazia all’ex presidente honduregno Juan Orlando Hernández, condannato a 45 anni di carcere da un tribunale USA per traffico di droga. Una decisione che contrasta fortemente con l’atteggiamento aggressivo di Trump verso il narcotraffico e che conferma – se mai ce ne fosse bisogno – che la droga non ha niente a che vedere con l’arresto del presidente venezuelano Maduro. Mentre bombardava navi in acque internazionali uccidendo sommariamente un centinaio di persone accusandole a posteriori di trasportare droga, Trump liberava Hernández, detenuto per aver contribuito a portare oltre 400 tonnellate di cocaina negli Stati Uniti. I giudici statunitensi lo avevano definito al centro di “una delle più grandi e violente cospirazioni al mondo per favorire il traffico di droga”. Ma questo a Trump non è importato.
Quella della droga è stata solo una scusa pacchiana riportata da Trump per prendere il controllo del Venezuela e delle sue immense riserve di petrolio (tra le maggiori al mondo). Una brama di acquisire il controllo su zone particolarmente ricche che, nei giorni scorsi, ha portato Trump a citare la dottrina Monroe, la teoria del “cortile di casa” che prevede la supremazia degli Stati Uniti d’America su tutto il continente americano, anche con l’uso della forza militare. Enunciata la prima volta nel 1823 dal presidente degli Stati Uniti d’America James Monroe rivendicava la supremazia USA in buona parte della regione occidentale e soprattutto nel continente americano, definito appunto il “cortile di casa”. Dopo aver parlato della dottrina Monroe, in conferenza stampa, Trump ha detto che gli Stati Uniti controlleranno il Venezuela in modo da poter “effettuare una transizione sicura, adeguata e oculata” del potere. Ovviamente, a patto che a comandare ci sia un nuovo capo di Stato, obbediente e ossequioso delle decisioni di Trump. Già, non degli USA ma di Trump.

Il Presidente della Repubblica Bolivariana del Venezuela, Nicolás Maduro
Quello che appare ogni giorno che passa sempre più evidente è che negli USA – come in molti altri Stati – si stanno diffondendo governi sempre più autocratici e sempre meno democratici (in Russia e in Cina i rispettivi leader hanno prolungato praticamente a vita il proprio mandato). I dati di numerosi studi (si pensi al rapporto V Dem e simili) confermano che, nel mondo, ormai sono più i governi autocratici che quelli democratici. E se si guarda alla popolazione e non ai singoli Stati, la situazione è ancora peggiore: oltre il 75% della popolazione mondiale vive in paesi autocratici. Un quadro preoccupante che rivela un’inversione di tendenza rispetto a quanto è avvenuto negli ultimi 80 anni. Il 10 gennaio 2026 si celebrerà l’ottantesimo anniversario dalla prima riunione dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite. Un soggetto nato dalle ceneri della Società delle Nazioni dopo la Seconda Guerra Mondiale e il cui obiettivo era garantire la pace e la democrazia tutelando il diritto internazionale e il diritto internazionale umanitario.
Oggi, queste parole sembrano non avere alcun significato: le guerre in corso sono un numero mai visto dalla metà del secolo scorso ad oggi. E molte non fanno più notizia. Pochi hanno parlato ella decisione di Gran Bretagna e Francia di attaccare militarmente una presunta struttura dell’ISIS nei pressi di Palmira, in Siria. A comunicarlo, a cose fatte e con estrema leggerezza, il ministero della Difesa britannico: “Gli aerei della Romallo Tir Force hanno completato con successo attacchi contro i terroristi in un’operazione congiunta con la Francia”, si legge nella nota. L’aviazione di Londra non si è fermata: ha continuato “a condurre pattugliamenti sulla Siria per aiutare a prevenire qualsiasi tentativo di rinascita del movimento terroristico”, prosegue la nota. Azioni militari in un paese sovrano (anche dopo la caduta del dittatore sostituito da un governo amico dell’Occidente) presentate dalle autorità dei paesi attaccanti come se si trattasse di un’azione qualunque.
Che fine hanno fatto le Convenzioni di Ginevra (e tutti i trattati che ne sono derivati)? E dove sta scritto che uno Stato può condurre una guerra “preventiva” (i trattati internazionali parlano solo di guerra di difesa)? E ancora. Dopo azioni simili, come dovremmo giudicare l’azione della Russia in Ucraina o le decine di guerre in corso nel mondo e delle quali i media preferiscono non parlare (la situazione nella Striscia di Gaza rimane diversa dato che in questo caso si parla di genocidio)? E chi potrebbe dire niente se, dopo quello che ha fatto Trump, la Cina decidesse di invadere Taiwan? Ma soprattutto, davanti a tutto questo, a cosa servono oggi le Nazioni Unite? Sin dalla creazione il loro potere è stato pensato per essere limitato: vincolato ai voti e ai veti di pochi Stati ai quali venne dato sin dall’inizio il potere di comandare sugli altri in un quadro profondamente antidemocratico. A questo si aggiunge che ormai è evidente che a governare non sono i governi, ma pochi soggetti, ai quali è concesso di decidere della vita di miliardi di persone, per il proprio tornaconto economico.
É per questo che la decisione di Trump di continuare a fare il bullo non ha sorpreso nessuno dei leader, nemmeno quelli occidentali. Non ha destato alcuna reazione neanche da parte della presidente della Commissione europea (scelta, non eletta, per governare l’unico gruppo in grado di opporsi ai governi autocratici a est e a ovest). La sua nota dopo l’azione di Trump in Venezuela è stata oltre ogni previsione deludente. E le poche eccezioni (come quella del leader spagnolo o del presidente del Brasile) non hanno fatto notizia sui media occidentali troppo impegnati a spiegare che, dopo tutto, rapendo e processando il leader di un paese straniero, Trump ha fatto un favore alla democrazia.

