Con 155 voti favorevoli, 86 contrari e 8 astensioni, la Camera dei Deputati ha approvato il disegno di legge sull’energia nucleare promosso dal governo.
Una decisione meramente politica e tutt’altro che tecnica. E che, come vedremo, merita una riflessione. Innanzitutto per la tempistica. Tutto è stato fatto in tempi sorprendentemente rapidi. Forse troppo rapidi. A sottolinearlo anche alcuni membri delle Commissioni riunite VIII (Ambiente, territorio e lavori pubblici) e X (Attività produttive, commercio e turismo). Durante la riunione del 26 maggio scorso, Francesca Ghirra (AVS) ha sottolineato che “l’esame del disegno di legge è stato comunque caratterizzato da un’accelerazione che ritiene ingiustificata, anche alla luce del fatto che il provvedimento non presentava particolari esigenze di urgenza”. Per lei, nonostante la promessa del Ministro Pichetto Fratin “circa la volontà di assicurare un ampio confronto parlamentare, nel corso dell’esame non vi è stato un effettivo dialogo con le opposizioni”. Anzi, “gli interventi delle opposizioni si sono limitati all’illustrazione delle proposte emendative, senza un reale contraddittorio nel merito e senza che alcuna delle proposte avanzate dalle opposizioni fosse accolta, se non con riformulazione”. Anche le correzioni suggerite dalla maggioranza “sono state di fatto ritirate, confermando l’assenza di un vero contributo parlamentare di miglioramento del testo”. Ma i problemi non sono solo formali. Sia la Ghirra che Dori hanno contestato “il merito del provvedimento, a partire dalla stessa nozione di «nucleare sostenibile», ritenuta priva di adeguato fondamento”. Per loro “il disegno di legge configura una delega in bianco al governo, formulata in termini estremamente generici e senza una chiara individuazione delle tecnologie che si in tenderebbe reintrodurre nel paese”. Per Dori, il governo avrebbe dovuto “indicare con chiarezza – anche in vista dell’esame in Assemblea – i siti nei quali si intenderebbe localizzare gli impianti nucleari e il deposito nazionale dei rifiuti radioattivi” dato che “solo una puntuale indicazione dei territori interessati” consentirebbe “un confronto trasparente con i cittadini”.
Tra le critiche presentate dalla Ghirra anche “l’assenza di sostenibilità economica del progetto” dato che “il Governo non ha fornito una quantificazione attendibile delle risorse necessarie per il ritorno al nucleare”. Potrebbero essere “insufficienti gli stanziamenti previsti, anche considerando che, secondo quanto emerso nel corso delle interlocuzioni svolte, lo sviluppo di un solo progetto di SMR richiederebbe risorse ben più consistenti, cui andrebbero aggiunti i costi di realizzazione degli impianti, di gestione, sicurezza, decommissioninge trattamento delle scorie”.
La fretta è stata giustificata dall’esecutivo parlano delle necessità di far fronte al caro petrolio. Ma la Commissione ha scritto che “la realizzazione di centrali nucleari in Italia richiederebbe comunque un orizzonte temporale molto lungo, difficilmente inferiore a quindici anni”. Le nuove centrali dovrebbero utilizzare gli Small Modular Reactor (SMR) e gli Advanced Modular Reactor (AMR), cioè reattori modulari di dimensioni ridotte. Il punto è che queste tecnologie non sarebbero già disponibili. Unrapporto dell’Institute for Energy Economics and Financial Analysis (IEEFA) del 2024 descriveva gli SMR ancora in una fase sperimentale. E i progetti sviluppati finora negli Stati Uniti d’America, in Argentina, in Russia e in Cina hanno registratoaumenti dei costi e ritardi significativi. Anche Roberta Tasca, presidente della società energetica A2a, ha detto che “non avremo possibilità di avere energia da nucleare almeno per 10 anni, e io credo che ce ne vorranno di più, non solo per problemi tecnici, ma per problemi culturali”. Ad ammettere che on sarà una risposta immediata anche il ministro dell’Ambiente e della Sicurezza energetica Gilberto Pichetto Fratin che ha previsto la realizzazione di questi impianti nel prossimo decennio. Questo significa che, dal punto di vista politico e giuridico, non sarebbe giustificata l’urgenza perqualcosa che non si sa ancora bene se e come dovrà funzionare.
Tornando ai lavori della Commissione e alla fretta di approvare il disegno di legge, Alberto Pandolfo ha segnalato che l’iter “seguito dalle Commissioni nell’esaminare il disegno di legge in titolo è stato piuttosto discutibile, soprattutto se confrontato alla qualità degli emendamenti presentati che, qualora accolti, avrebbero migliorato decisamente il testo poi licenziato”. Anche Pandolfo ha citato i due referendum sul nucleare. La Ghirra aveva parlato di “profili di legittimità costituzionale del provvedimento, richiamando gli esiti dei referendum del 1987 e del 2011, nei quali i cittadini italiani si sono espressi contro lo sviluppo del nucleare nel paese”. “In assenza di un reale mutamento del quadro politico e fattuale” ha detto “la reintroduzione del nucleare mediante una delega legislativa rischia di porsi in contrasto con la volontà popolare espressa attraverso lo strumento referendario e, di conseguenza, con la giurisprudenza costituzionale in materia”. Su questa materia, gli italiani si sono pronunciati non una, ma ben due volte. Il primo referendum si tenne nel 1987, poco dopo il disastro di Chernobyl. Il secondo, nel 2011, dopo l’ “incidente” a Fukushima. Due eventi che dimostrano i danni che può causare all’ambiente e alle persone il nucleare (Ucraina e Giappone sono ancora impegnati nel mantenimento dei siti danneggiati). E che dovrebbero far riflettere sull’importanza di non prendere decisioni affrettate. Dal punto di vista dell’indipendenza energetica alcuni membri della Commissione hanno definito “contraddittorio fondare tale obiettivo su una tecnologia che richiede l’approvvigionamento di uranio, risorsa non disponibile in Italia”. Per la Ghirra, “il ricorso al nucleare rischierebbe quindi di sostituire le attuali dipendenze energetiche con nuove dipendenze da paesi terzi (come la Russia), con profili di particolare criticità anche sul piano geopolitico”. Tradotto significa non si sa cosa fare come farlo e quanto costerà. E soprattutto non basterà a rendere l’Italia indipendente da paesi terzi (primo fra tutti la Russia).
Invece, iniziando la riunione della Commissione, il presidente Alberto Luigi Gusmeroli aveva annunciato che le Commissioni I, VI, VII, XI, XII e XIV, avevano emesso parere favorevole così come la II Commissione e il parere del Comitato per la legislazione (con condizioni e osservazioni). Pare che solo la Commissione per le questioni regionali non abbia (ancora?) fornito il proprio parere. Una situazione con molti lati oscuri e che non spiega la fretta del Governo di approvare questa legge. Lo stesso rapporto dell’IEEFA sottolinea che sarebbe meglio utilizzare le energie rinnovabili: il loro sviluppo le rende sempre più efficienti e più convenienti. Anche dal punto di vista economico. Per non parlare del vantaggio di liberare il paese dalla schiavitù dai fornitori esteri (dopo la chiusura dei rapporti con la Russia, il governo si era vantato di aver sottoscritto accordi con l’Algeria: che fine hanno fatto?). Il nucleare produrrebbe anche un altro problema: quello legato allo smaltimento delle scorie (e dal rischio legato alle emissioni di radiazioni: la Francia, il paese UE che da sempre copre una parte considerevole dei propri consumi con i nucleare, ha fatto registrare decine di “incidenti” e in alcune zone gli abitanti sono riforniti con pastiglie allo iodio per limitare i danni in caso di incidenti gravi).
Duro il commento di Chiara Braga, capogruppo del Pd alla Camera: “Ci impongono una legge delega sul nucleare spacciando tecnologie inesistenti sul mercato e soluzioni a 15-20 anni, mentre ogni giorno i cittadini si chiedono quanto ancora aumenterà un litro di benzina”. Per Bonelli (Avs): “Il governo racconta bugie agli italiani. Il nucleare di oggi presenta molti problemi: la lunghezza, la durata per poter realizzare le centrali, il costo”.
Anche la scusa di raggiungere gli obiettivi di neutralità carbonica e di sicurezza degli approvvigionamenti non regge. Le fonti rinnovabili consentirebbero la riduzione delle emissioni di CO2 (la neutralità carbonica) e garantirebbero in misura ben maggiore la sicurezza degli approvvigionamenti. Anzi, consentirebbero di raggiungere degli obiettivi previsti dal decreto legislativo 8 aprile 2026, n. 80, con cui l’Italia ha recepito il Regolamento (UE) 2024/1991 sul ripristino della natura, la Nature Restoration Law. Una norma che definisce le responsabilità amministrative e la governance nazionale per la redazione e l’attuazione del Piano Nazionale di Ripristino della Natura. Realizzare questi obiettivi i tempi rapidi non sarebbe facile con il nucleare. Con le rinnovabili, invece, sì.
La legge deroga del governo sul nucleare non risolverà il problema contingente dell’impennata del prezzo del petrolio, non ridurrà i tempi necessari per costruire una centrale, non abbatterà i costi di produzione in modo significativo e certamente non in tempi ragionevoli, non eliminerà il problema della gestione delle scorie radioattive. In una parola, non servirà a rendere il nucleare più conveniente rispetto ad altre fonti energetiche. L’unica cosa che farà sarà costringere i cittadini a dipendere per decenni dalle grandi imprese energetiche. Il massiccio ricorso alle rinnovabili e all’autoproduzione (ancora di più se in offgrid) sta già causando un calo considerevole delle entrate delle grandi imprese energetiche. E quindi, dello Stato, sia direttamente (alcune sono a compartecipazione statale) che indirettamente (con tasse e imposte). Potrebbe essere questo il vero motivo per cui il governo, dopo aver prolungato la dipendenza dai combustibili fossili stipulando accordi con diversi paesi esteri), ha improvvisamente deciso di riproporre il nucleare. Un errore tecnico, economico e sociale. Ma prima di tutto politico: viste le precedenti consultazioni popolari, sarebbe stato corretto prima di tutto indire un nuovo referendum e sentire cosa ne pensano i cittadini.
Dopo il fallimento incassato con l’ultima consultazione popolare, però, il governo ha preferito non rischiare di sentire “democraticamente” cosa ne pensavano i cittadini. …..

