
[fonte foto: lanuovabq.it]
Da quando sono iniziati i combattimenti con la Russia, in Ucraina sarebbero scomparsi quasi mezzo milione di armi leggere e oltre un miliardo di dollari di equipaggiamenti militari. È il quadro preoccupante che emerge da diversi rapporti e inchieste che, a distanza di quasi quattro anni dall’inizio del conflitto, pongono di fronte ad un problema non da poco: che fine fanno le armi che i governi occidentali si sono precipitati a fornire a Kiev?
Secondo un’analisi pubblicata ad ottobre 2025 da Analisi Difesa, da febbraio 2022 il Ministero degli Interni ucraino avrebbe perso le tracce di 491.426 armi portatili. Un numero spaventoso ma che non sorprende: già nel 2021, l’anno prima dell’inizio del conflitto, i casi di armi scomparse in Ucraina erano ufficialmente circa 270mila. Numeri che confermerebbero che nel paese che molti Stati si sono precipitati a rifornire di armi e armamenti c’era già un problema di controllo. Una situazione che dopo l’inizio degli scontri è considerevolmente peggiorata.
Il rapporto parla di oltre 149mila fucili d’assalto, 135mila fucili da caccia, più di 29mila mitragliatrici e quasi 19mila lanciagranate. Il 94% di queste armi sono classificate come “smarrite”. Solo per il 6% si parla di furti.
Questo pone di fronte ad una domanda legittima: in che modo i paesi che da anni continuano a mandare armi e armamenti in Ucraina controllano l’uso che ne viene fatto? Una parte significativa delle forniture internazionali destinate a Kiev per difendersi dalla Russia potrebbe risultare dispersa o irrintracciabile. Oltre il 58% delle armi scomparse infatti sarebbe di fabbricazione estera (solo il 17% sarebbe di produzione ucraina, per il 25% non sarebbe possibile determinarne la provenienza!).
Anche il Pentagono aveva sollevato la questione. Un rapporto dell’Office of Inspector General del Pentagono diffuso all’inizio del 2024, affermava che tra ottobre 2022 e febbraio 2023 non sarebbero stati adeguatamente monitorati 39.139 articoli militari di quelli consegnati all’Ucraina (per un valore complessivo di circa 1,69 miliardi di dollari). (Office of Inspector General, U.S. Department of Defense – Evaluation of End-Use Monitoring of Equipment Provided to Ukraine, gennaio 2024). Nel documento si dice anche che oltre il 59% del materiale analizzato non risultava accompagnato da una rendicontazione completa: circa un miliardo di dollari di equipaggiamenti potenzialmente non tracciabili. In quel caso gli ispettori americani avevano chiuso la questione affermando, forse troppo semplicisticamente, che i funzionari statunitensi non avevano potuto recarsi in prima linea per verificare l’utilizzo che veniva fatto dei materiali consegnati all’Ucraina proprio a causa della guerra in corso. Una situazione resa ancora più difficile dalla carenza di personale qualificato presso l’ambasciata americana a Kiev. Tuttavia, nel documento del Pentagono si faceva presente che la mancanza di tracciabilità poteva essere riconducibile al rischio di furto o di “diversione”, ovvero al fatto che queste armi potessero essere state vendute a soggetti non autorizzati. Un problema non da poco visto che si trattava di sistemi d’arma avanzati come missili anticarro portatili, visori notturni, droni kamikaze e attrezzature elettroniche sensibili.
Anche il documento recentemente diffuso dalle autorità ucraine ha cercato di giustificare la situazione facendo riferimento alle condizioni di guerra e alla distruzione delle infrastrutture. Tra le scuse anche la necessità di rapide consegne che avrebbe portato a bypassare i canali amministrativi regolari.
Il Pentagono ha ammesso che in Ucraina operano “condizioni logistiche e di sicurezza che limitano l’accesso ai magazzini e alle unità di frontiera”, e che “i dati registrati manualmente possono risultare incompleti o non aggiornati”. Analogamente, il Ministero degli Interni ucraino riconosce che la dispersione di armi è un effetto collaterale della guerra totale: “molti civili hanno ricevuto fucili e munizioni senza un adeguato registro di ritorno o verifica”. In assenza di controlli, però, esiste un pericolo concreto che parte di queste armi vengano vendute al mercato nero, sia locale che globale (come accaduto in altri conflitti) e finiscano nelle mani della malavita.
Secondo il vice-ministro Bohdan Drapyatyi, in Ucraina sarebbero tra 2 e 5 milioni le armi da fuoco non registrate. Il governo ha annunciato l’intenzione di introdurre una nuova legge sulla registrazione e sul controllo delle armi civili, con l’obiettivo di ridurre la dispersione post-bellica e prevenire fenomeni di criminalità armata. Ma finora non se ne è fatto niente.
In molti paesi usciti da guerre civili o conflitti regionali, le armi rimaste in circolazione hanno alimentato per anni la violenza criminale e l’instabilità politica. Per questo motivo, diversi analisti sottolineano la necessità di pianificare sin d’ora un programma di disarmo, smobilitazione e reintegrazione (DDR) che coinvolga tanto le autorità ucraine quanto i partner occidentali.
Un programma che richiederebbe censimenti, incentivi alla riconsegna volontaria delle armi, potenziamento dei controlli alla frontiera e azioni di cooperazione tra forze di polizia. Senza queste misure, il rischio è che il dopoguerra ucraino erediti un arsenale diffuso e incontrollato, con conseguenze imprevedibili sulla stabilità interna e regionale.
Il conflitto in Ucraina ha posto le democrazie occidentali di fronte a un dilemma: fornire tempestivamente armi per permettere la difesa del paese o garantire che quelle stesse armi non sfuggano al controllo e vengano utilizzate per altri scopi.
I dati mostrano che, accanto alla dimensione militare e geopolitica del conflitto, esiste un’altra guerra – meno visibile ma altrettanto cruciale: quella per la tracciabilità delle armi. Ma come in molte altre guerre moderne, il rischio è che a pagare il prezzo siano persone innocenti.

