Polonia: accuse di golpe e scontro per il controllo della Corte costituzionale

di C. Alessandro Mauceri

[fonte: ilpost.it – foto: Agata Grzybowska/Anadolu via Getty Images]

In Polonia è in atto una delle più gravi crisi istituzionali degli ultimi anni. Ora lo scontro tra il governo del premier Donald Tusk e il presidente della Repubblica Karol Nawrocki è arrivato a un punto di rottura. E la Corte costituzionale è diventata un campo di una battaglia che mette in discussione gli equilibri dello Stato.

La scintilla è esplosa venerdì 30 ottobre, quando la giudice Anna Korwin-Piotrowska ha disposto la sospensione temporanea dalle funzioni del presidente della Corte costituzionale Bogdan Święczkowski e del suo vice Bartłomiej Sochański, assumendo la guida dell’istituzione. La decisione è stata giustificata con presunte irregolarità nella gestione dell’organismo e con il rifiuto di insediare alcuni giudici eletti dalla maggioranza parlamentare. Esponenti del partito conservatore Diritto e Giustizia (PiS) hanno parlato apertamente di colpo di Stato, mentre davanti alla sede della Corte, a Varsavia, si radunavano manifestanti e sostenitori dell’opposizione. Le forze dell’ordine sono intervenute per garantire l’ordine pubblico e tre persone sono state fermate dopo aver tentato di superare le recinzioni.

La situazione è stata considerata grave al punto che il presidente Nawrocki ha interrotto il viaggio ufficiale in Senegal ed è rientrato nella capitale. Nella notte tra venerdì e sabato si è recato personalmente presso la sede della Corte, dove ha contestato la legittimità delle decisioni assunte dalla giudice Korwin-Piotrowska. Il presidente ha accusato il governo di Donald Tusk di aver favorito il tentativo di assumere forzatamente il controllo di un organo costituzionale. Dal canto suo, il premier ha difeso l’azione del proprio esecutivo sostenendo che il ripristino dello Stato di diritto richiede interventi difficili ma necessari.

Per comprendere le origini di quanto sta accadendo in Polonia, bisogna tornare al 2015, quando il partito Diritto e Giustizia conquistò il potere e avviò una serie di trasformazioni del sistema giudiziario. Le riforme suscitarono forti contestazioni interne e internazionali, soprattutto da parte delle istituzioni europee, che denunciarono un progressivo indebolimento dell’indipendenza della magistratura. Nel 2023, con la vittoria della coalizione guidata da Tusk, si è aperta una nuova fase politica. Il governo ha promesso di ripristinare le garanzie dello Stato di diritto e riformare gli organismi giudiziari. Ma il conflitto con il presidente Nawrocki, politicamente vicino al PiS, ha ostacolato diversi interventi. Al centro della controversia vi era proprio la nomina dei giudici costituzionali e il riconoscimento della loro legittimità. Le due parti sostengono interpretazioni differenti delle norme e rivendicano il diritto di difendere l’ordinamento costituzionale.

L’aspetto più delicato dal punto vista geopolitico è che quella polacca è una crisi che riguarda tutta l’Europa. Specie in un memento delicato come quello attuale. La Polonia è uno Stato strategico per l’Unione europea, sia per il suo peso politico nell’Europa centro-orientale sia per il suo ruolo nella sicurezza del continente. Quanto è avvenuto riporta in primo piano una questione fondamentale per tutte le democrazie europee: cosa succede quando le istituzioni chiamate a garantire il rispetto della Costituzione diventano esse stesse il centro di un conflitto politico? Non siamo di fronte, almeno sulla base dei fatti finora accertati, a un golpe militare o a una presa del potere attraverso le forze armate. Piuttosto si può parlare di uno scontro istituzionale nel quale la legittimità degli organi dello Stato viene contestata da entrambe le parti. Il rischio, tuttavia, è tutt’altro che remoto: quando governo, presidenza e magistratura non riconoscono più reciprocamente la propria autorità, la tenuta delle istituzioni democratiche entra in una zona di forte incertezza.

La Polonia si trova oggi davanti a una prova decisiva. Non soltanto per il futuro dei suoi equilibri politici, ma anche per la credibilità dello Stato di diritto nell’intera Unione europea.

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