
[fonte foto: lanuovaecologia.it]
Alcuni giornali hanno riportato la notizia secondo cui gli USA avrebbero abbandonato non uno ma diverse decine di enti di cui fanno parte, molti dei quali collegati alle Nazioni Unite. In realtà, secondo alcuni esperti, questa decisione potrebbe non avere alcun valore legale (come del resto molte di quelle sbandierate dal tycoon della Casa Bianca). “Secondo il mio parere legale, non ha l’autorità necessaria”, ha dichiarato Harold Hongju Koh, ex avvocato capo del Dipartimento di Stato americano, al Guardian.
Come sempre, è fondamentale leggere bene i documenti ufficiali. Il memorandum presidenziale dice che gli Stati Uniti “si ritireranno” dalla Convenzione quadro delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici (UNFCCC) e da altre 65 organizzazioni, agenzie e commissioni ritenute “contrarie agli interessi degli Stati Uniti”. Ma non dice né come né quando. In una nota, il Dipartimento di Stato ha confermato che il promemoria di Trump dice che l’agenzia avrebbe adottato tutte le misure necessarie “per rendere effettivo il ritiro degli Stati Uniti dalle organizzazioni il prima possibile”. Lo stesso Segretario di Stato, Marco Rubio, ha dichiarato che l’ amministrazione Trump sta abbandonando istituzioni e trattati che ritiene “ridondanti nella loro portata, mal gestiti, inutili, dispendiosi, mal gestiti, presi in ostaggio dagli interessi di attori che perseguono i propri obiettivi contrari ai nostri, o una minaccia alla sovranità, alle libertà e alla prosperità generale della nostra nazione”. Ma non ha fornito tempistiche e modalità.
Quello che nessuno ha detto è che, per quanto riguarda l’UNFCCC, l’organismo delle Nazioni Unite per il clima, il suo regolamento prevede un preavviso di un anno per il ritiro. Questi significa che gli Stati Uniti non cesseranno di essere parte dell’accordo. Almeno per tutto il 2026.
A questo si aggiunge un altro aspetto, tutt’altro che secondario: il diritto del presidente di decidere arbitrariamente. Secondo alcuni, la decisione di uscire o meno dall’UNFCCC ( e dagli altri enti) non rientrerebbe tra i poteri del presidente: dato che l’annessione a queste organizzazioni è avvenuta con la consultazione e l’approvazione del Senato, la decisione finale spetterebbe al Congresso. “C’è una questione aperta” se il presidente possa o meno recedere unilateralmente dall’accordo, ha scritto Michael Gerrard, esperto di diritto climatico presso la Columbia University. “Il presidente George H.W. Bush ha presentato la Convenzione quadro delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici (UNFCCC) al Senato, che l’ha ratificata all’unanimità nel 1992, per poi firmarla”.
“I presidenti hanno da tempo rivendicato l’autorità di ritirare gli Stati Uniti dai trattati e da altri accordi internazionali senza chiedere l’approvazione né del Senato né del Congresso”, ha detto Curtis Bradley, professore di giurisprudenza presso l’Università di Chicago ed ex consigliere di diritto internazionale presso il Dipartimento di Stato. Ma secondo alcuni esperti di diritto internazionale presso l’Università di Yale, il silenzio del Congresso non potrebbe essere interpretato come un consenso in caso di uscita da un trattato. Secondo il senatore del Rhode Island, il ritiro di Trump dall’UNFCCC “non è solo corrotto, è illegale”. “Questa farsa guidata dagli inquinatori dimostra la piena portata del controllo che questi inquietanti inquinatori esercitano sull’amministrazione Trump. Gli interessi corrotti di Trump sui combustibili fossili minacciano il benessere di milioni di persone in tutto il mondo, in prima linea nel disastro climatico, sfidano la volontà del popolo americano e danneggiano la competitività economica degli Stati Uniti”, si legge in una dichiarazione.
La Costituzione degli Stati Uniti specifica che il presidente ha “il potere, su parere e consenso del Senato, di stipulare trattati, a condizione che due terzi dei senatori presenti siano d’accordo”. Ma questo non è quasi mai avvenuto. Nel 1979, quando l’allora presidente Jimmy Carter si ritirò da un trattato che istituiva relazioni diplomatiche con la Cina, i giudici della Corte Suprema “si divisero e non sono giunsero a una motivazione univoca”, lasciando un vuoto normativo sulla materia. Anche Jean Galbraith, esperta di diritto internazionale presso la facoltà di giurisprudenza dell’Università della Pennsylvania Carey, ha detto che la questione del recesso unilaterale è “difficile” e “complessa”. Secondo Carey, il presidente avrebbe la facoltà discrezionale di non seguire il consiglio del Senato sulla stipula di trattati. Resta però l’obbligo di chiedere il parere. E questo non è stato fatto.
Gli esperti non sono concordi nemmeno su cosa sarebbe necessario praticamente per consentire, in futuro, agli Stati Uniti di rientrare nella UNFCCC e negli altri enti citati da Trump. “Il disprezzo di Trump per gli sforzi internazionali volti a costruire pace e solidarietà continua a incrinare la credibilità internazionale della nazione e causerà danni irreparabili alle generazioni attuali e future, sia in patria che all’estero”, ha affermato la direttrice del Global Trade Watch di Public Citizen, un’organizzazione per la difesa dei consumatori.
Su un punto, però, sembra che tutti siano d’accordo: quanto sta avvenendo dimostra che gli Stati Uniti sono, come ha affermato Galbraith, “un partner inaffidabile per impegni a lungo termine”.

