Bangladesh: il prezzo nascosto della moda globale

di C. Alessandro Mauceri

[fonte foto: thedailystar.net]

Dietro molti capi d’abbigliamento venduti a basso prezzo nei negozi europei o sulle piattaforme online spesso si nasconde lo sfruttamento di lavoratori sottopagati in Bangladesh. Il Paese è uno dei più importanti distretti produttivi dell’industria mondiale dell’abbigliamento. Ma per milioni di persone questo non significa necessariamente avere la possibilità di lavorare e vivere meglio.

È una condizione che, nei giorni scorsi, ha spinto migliaia di lavoratori delle principali aree industriali del Bangladesh a scendere in piazza per chiedere un aumento del salario minimo mensile da 12.500 a 30.000 taka, pari a circa 241 dollari. Si tratta di un incremento superiore al 140% rispetto alla retribuzione minima attuale, ma è una richiesta, secondo i lavoratori, legata all’aumento reale del costo della vita.

Nel novembre 2023, dopo una precedente stagione di mobilitazioni, il salario minimo del settore era stato portato a 12.500 taka. Da allora, l’aumento dei prezzi degli alimenti, degli affitti, dei trasporti e delle altre necessità quotidiane ha progressivamente eroso il potere d’acquisto delle famiglie. Anche i dati della Bangladesh Bank confermano questa tendenza: nel periodo luglio-settembre 2026 l’inflazione media annua si è attestata all’8,31%, mentre quella alimentare ha raggiunto il 7,13%. Ma la richiesta di 30.000 taka non è soltanto una rivendicazione sindacale: è una domanda di sopravvivenza economica e di riconoscimento del valore del lavoro.

Per comprendere la portata internazionale della protesta bisogna considerare anche il peso dell’industria tessile nell’economia bengalese. Secondo i dati della Bangladesh Garment Manufacturers and Exporters Association (BGMEA), nell’anno fiscale 2025-2026 le esportazioni di abbigliamento hanno raggiunto circa 38,7 miliardi di dollari, rappresentando oltre l’80% delle esportazioni complessive del Paese. Il settore occupa circa quattro milioni di persone, in larga maggioranza donne, e costituisce uno dei principali poli mondiali di produzione per il mercato occidentale della moda. Un sistema produttivo che collega migliaia di fabbriche locali ai grandi marchi internazionali.

Le manifestazioni iniziate il 31 ottobre nelle aree di Dhaka, Savar, Ashulia e Gazipur, si sono protratte fino ai giorni scorsi. I lavoratori hanno organizzato blocchi stradali e cortei inizialmente pacifici. Solo in un secondo momento la mobilitazione ha raggiunto le principali arterie utilizzate per il trasporto delle merci e sono scoppiati gli scontri con le forze dell’ordine, che hanno utilizzato lacrimogeni e granate stordenti per disperdere i manifestanti. In alcune zone si sono verificati incendi, danneggiamenti e aggressioni. Secondo Associated Press, durante le proteste si sono registrati numerosi feriti e arresti. La tensione è ulteriormente aumentata quando, secondo quanto riportato da Human Rights Watch, gli scontri hanno provocato la morte di un lavoratore tessile. L’organizzazione ha denunciato anche l’impiego della forza da parte di gruppi legati ai proprietari delle fabbriche e ad ambienti politici. HRW ha quindi chiesto alle autorità bengalesi di garantire che ogni intervento delle forze di sicurezza rispetti i principi di necessità e proporzionalità e che le responsabilità per le violenze vengano accertate.

L’1 novembre il governo ha istituito un nuovo comitato salariale composto da sei membri, con rappresentanti dei lavoratori, degli imprenditori e delle istituzioni. Il 4 novembre è stato raggiunto un accordo sul calendario della revisione retributiva: la nuova struttura salariale dovrebbe essere introdotta a dicembre, con i primi stipendi aggiornati a gennaio 2027. L’importo del nuovo salario minimo, tuttavia, non è stato ancora definito. Come hanno riferito sia Reuters che AFP, l’intesa riguarda il percorso che dovrebbe portare alla revisione delle retribuzioni, ma non comporta l’accoglimento della richiesta di fissare a 30.000 taka il salario minimo.

La vicenda riporta al centro il tema della tutela dei diritti dei lavoratori in un settore e in un Paese dove la possibilità di organizzarsi sindacalmente e di protestare incontra ancora forti ostacoli. Oltre alla questione salariale, le rivendicazioni riguardano infatti anche la cancellazione delle cosiddette blacklist, le liste nere utilizzate per escludere alcuni lavoratori dal mercato del lavoro, e il reintegro delle persone licenziate. Per chi è stato allontanato da uno stabilimento, finire in una di queste liste può rendere estremamente difficile trovare un nuovo impiego nello stesso comparto produttivo. I lavoratori denunciano inoltre licenziamenti arbitrari e pratiche discriminatorie che, secondo le loro testimonianze, colpiscono anche chi partecipa alle mobilitazioni o cerca di organizzare forme di rappresentanza sindacale.

Le proteste dei giorni scorsi rischiano di avere conseguenze anche sulle catene di approvvigionamento globali. Le chiusure temporanee degli stabilimenti e i blocchi stradali potrebbero infatti provocare ritardi nelle consegne e difficoltà nel rispettare i calendari di commercializzazione delle nuove collezioni. Ma al di là delle ripercussioni sulla produzione e sulla distribuzione, questa vicenda riporta in primo piano una questione di cui i media parlano ancora troppo poco: quanto costa realmente produrre un capo d’abbigliamento e quale parte di quel costo arriva a chi lo realizza?

I fornitori bengalesi operano in un mercato caratterizzato da forti pressioni sui prezzi, sulla richiesta di consegne sempre più rapide e sulla concorrenza con altri Paesi produttori. Grazie a queste reti produttive, molte grandi aziende internazionali possono realizzare enormi quantità di abbigliamento a costi contenuti, mantenendo prezzi competitivi sul mercato finale. In questo contesto, non sarebbe corretto attribuire automaticamente a un singolo marchio la responsabilità delle condizioni di lavoro che hanno alimentato le proteste in Bangladesh. Human Rights Watch ha tuttavia richiamato esplicitamente la responsabilità dei marchi internazionali, invitandoli ad adottare pratiche di approvvigionamento responsabili e contratti.

 

Fonti:

https://www.reuters.com/world/asia-pacific/bangladesh-wage-board-meets-garment-worker-protests-continue-2026-11-04/

https://www.reuters.com/world/asia-pacific/bangladesh-garment-protests-continue-despite-wage-board-move-2026-11-05/

https://apnews.com/article/eca550eb2285e98040778d280600c900

https://www.hrw.org/news/2026/11/05/bangladesh-labor-protests-turn-violent

https://www.thedailystar.net/news/bangladesh/news/wage-unrest-paralyses-rmg-hubs-4313296

https://www.bb.org.bd/pub/quaterly/inflation/july_sept2026.pdf

https://www.bgmea.com.bd/page/Export_Performance

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