
[fonte foto: corriere.it]
Quando si tratta di sport o di eventi mediatici, Trump non ne azzecca una. Qualche me fa, alla finale degli USA Open di tennis, Trump venne accolto con fischi e insulti. Una sonora (in tutti i sensi) batosta che lo costrinse ad andare via prima della fine dell’incontro. Ad aprile, un giudice federale ha ordinato la sospensione dei lavori preannunciati da Trump che prevedevano la costruzione della ballroom la sala da ballo alla Casa Bianca. La motivazione: il progetto non può essere realizzato senza l’approvazione del Congresso. Nell’ordinanza firmata dal giudice distrettuale Richard Leon, che ha accolto la richiesta di ingiunzione preliminare presentata dal National Trust for Historic Preservation, un’organizzazione no profit istituita nel 1949 per tutelare e valorizzare il patrimonio storico-architettonico statunitense si ribadisce che “il presidente è il custode della Casa Bianca, non il proprietario”.
Più di recente anche i lavori per la costruzione all’interno dei giardini della Casa Bianca di un palco che doveva ospitare un incontro di Ultimate Fighting Championship sono stati bloccati. Presentati con grande clamore da Trump (che non perde occasione per sfruttare mediaticamente ogni singolo evento), hanno ricevuto critiche da molti. Alla fine un attivista politico e un veterano della guerra del Vietnam (rappresentati da un’organizzazione anticorruzione) hanno fatto ricorso presso il tribunale per impedire lo svolgimento alla Casa Bianca di in un match di lotta domenica prossima, giorno dell’80esimo compleanno di Donald Trump. Ma la decisione di costruire un palco da 600 tonnellate all’interno del giardino della Casa Bianca, il South Lawn, non era stata autorizzata dal Congresso.
Ieri, Trump ha incassato l’ennesima sconfitta mediatica legata ad una evento sportivo o mondano. Il tycoon della Casa Bianca è stato invitato dal proprietario dei Knicks, James Dolan, ad assistere alla partita. Invito che è stato accolto dal presidente che si è aggiunto al jet set nella suite 47 (a cui era stata aggiunta una paratia in vetro anti-proiettile) del Madison Square Garden. Ma non appena la figura del presidente è stata mostrata sui maxi-schermi mentre veniva cantato l’inno nazionale si sono levati cori di proteste e fischi da parte degli stessi tifosi dei Knicks. La decisione di fischiare il proprio presidente mentre veniva cantato l’inno nazionale vuol dire molto: negli USA, non c’è evento sportivo (anche a livello di scuola) che non sia preceduto dall’inno. Un momento, quello dell’inno, nel quale normalmente gli americani rimangono in silenzio, tutti in piedi, con la mano destra sul cuore. Il fatto che gli spettatori della squadra di casa abbiano deciso di fischiare Trump, ospite del padrone di casa (altro aspetto importante), proprio mentre veniva cantato l’inno nazionale ha un significato che va ben oltre la semplice manifestazione di disapprovazione di un personaggio politico. Ma il rapporto tra Trump e lo sport non si ferma a questo.
Nei giorni scorsi, Omar Artan, arbitro somalo di 34 anni incaricato di dirigere alcune partite dei mondiali di calcio che inizieranno tra pochi giorni negli USA (ma anche in Canada e Messico), appena sbarcato all’aeroporto di Miami, è stato fermato dalle autorità, trattenuto, interrogato per 11 ore (!) e, quindi, espulso dal paese. Artan è considerato forse l’arbitro più bravo di tutta l’Africa: nel 2025 è stato premiato come miglior direttore di gara africano. Aveva un visto valido, ma questo non è bastato: il Sudan è uno dei paesi inserti nella lista nera, la Black List per l’ingresso negli USA. Alle persone provenienti da questi paesi non è ammesso l’ingresso negli USA. Inutile dire che questa decisione ha sollevato molte polemiche. Non solo per la decisione della FIFA di lavarsene le mani. Ma soprattutto perché tra le squadre che partecipano ai mondiali alcune vengono proprio da paesi inclusi nella Black List ESTA. Paesi come l’Iran o Haiti: anche loro compaiono nella Black List. A queste squadre (e a tutto lo staff di contorno) sono state riservate misure di sicurezza anomale (per usare un eufemismo) e controlli che non sono stati effettuati sulle squadre di altri paesi. Ma nessuno ha mai pensato, nemmeno per un momento, di impedire loro di partecipare ai mondiali di calcio. Diverso, invece, il trattamento riservato ad uno dei migliori arbitri mondiali. Le autorità hanno detto che il motivo potrebbe essere stato un caso di omonimia. Ma nessuno, resosi conto dell’errore (peraltro evitabile: la lista degli arbitri è stata pubblicata da quasi due mesi), si è precipitato a scusarsi e chiedergli di tornare. Quella di rimandare a casa l’arbitro somalo appare come una decisione arbitraria e immotivata. E dimostra il rapporto che esiste tra la Casa Bianca e i grandi eventi.

