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Quante volte avete sentito il bisogno di far parte di un gruppo per sentirvi completi? In un’epoca in cui appartenenza e connessione sembrano diventate quasi indispensabili, c’è chi sceglie di camminare da solo, senza sentirsi meno realizzato. Questi individui, definiti ‘otroversi’ dallo psichiatra Rami Kaminski, offrono uno spunto originale per riflettere sul rapporto tra individuo e collettività e introducono una categoria di personalità che sfida le consuete classificazioni.
L’articolo pubblicato da Il Fatto Quotidiano, dal titolo “‘L’unica fedeltà è a sé stessi’: ecco chi sono gli ‘otroversi’, la nuova personalità individuata dallo psichiatra Rami Kaminski”, mette in luce una realtà spesso trascurata. Come sottolinea il pezzo, gli otroversi rappresentano “persone che non sentono il bisogno di fondere la propria identità con quella di un gruppo” e che non provano quel senso di “legame sacro” che spinge la maggioranza degli individui a unirsi a squadre, partiti politici o club sociali.
Secondo Kaminski, “nasciamo tutti otroversi, prima che il condizionamento culturale dell’infanzia consolidi le nostre affiliazioni con varie identità e gruppi”. Ciò significa che la tendenza a seguire le dinamiche collettive non è innata, ma il risultato di un processo culturale e sociale che modella le inclinazioni personali.
Sebbene vivere in una società che premia l’appartenenza possa sembrare sfidante per un otroverso, questo tratto comportamentale porta con sé vantaggi significativi: originalità e autonomia emotiva. Kaminski osserva che gli otroversi “sono liberi di pensare e creare in modo unico”. La loro capacità di distinguere la propria “gravità interiore” — cioè il senso di sé e dei propri valori — dalla spinta del consenso di gruppo permette di generare idee innovative, senza essere contaminati dal “pensiero del gregge”.
Non si tratta solo di creatività: il distacco dall’influenza dei gruppi porta anche a maggiore autosufficienza emotiva. L’articolo sottolinea come “la loro autostima non dipende dalla convalida altrui”, liberandoli dal bisogno di convincere altri del proprio valore. Questo li rende capaci di creare relazioni vere, basate sulla compatibilità individuale piuttosto che su convenzioni sociali o appartenenze.
Da un punto di vista sociologico, la figura dell’otroverso si inserisce nel dibattito classico sull’equilibrio tra individuo e comunità. Già Émile Durkheim, uno dei padri della sociologia moderna, sottolineava come la società imponga vincoli normativi che modellano il comportamento individuale, generando coesione ma anche conformismo.
Nella sociologia contemporanea, il concetto di network society, o società delle reti, è utile per interpretare la posizione degli otroversi. La network society, teorizzata tra gli altri da Manuel Castells, descrive una struttura sociale in cui le relazioni non dipendono più solo da gruppi fisici o territoriali, ma sono mediate da connessioni digitali e virtuali.
Gli otroversi, grazie alla loro capacità di non fondersi emotivamente con un gruppo fisico o ideologico, incarnano una soggettività adatta alla società delle reti. Riescono a restare fedeli a sé stessi — seguendo la propria ‘gravità interiore’ — pur muovendosi tra connessioni liquide e relazioni digitali.
Per comprendere appieno la rilevanza degli otroversi oggi, è utile considerare il fenomeno del tribalismo digitale. Si tratta della nascita e del rafforzamento di “tribù” virtuali attorno a ideologie, interessi, stili di vita o identità condivise. Questo tribalismo non è solo retorico: ha radici evolutive molto profonde. Come spiega un articolo su Il Foglio, le piattaforme digitali “amplificano i nostri istinti tribali” perché il cervello umano, plasmato da millenni di vita in piccoli gruppi, fatica ad adattarsi all’ambiente globale e reticolare della rete.
Così come riporta l’ANSA, sociologi e teorici sociali osservano che sui social media tendiamo a formare “tribù digitali” non per vincoli geografici, ma per affinità tematiche o ideologiche.
I rischi di queste tribù digitali sono concreti. Numerose ricerche mostrano come stiano emergendo le echo chamber, cioè vere e proprie camere d’eco in cui gli utenti sono esposti principalmente a opinioni simili alle loro. La predisposizione a questo fenomeno deriva anche dalla omofilia, cioè la naturale tendenza a circondarsi di persone che la pensano come noi. Nei social network, questa dinamica può amplificare la polarizzazione, generando comunità chiuse e auto-confermatrici, favorendo l’auto-radicalizzazione e la coesione tribale.
Il tribalismo digitale non è solo un fatto psicologico o tecnologico: ha implicazioni sociali e politiche. I gruppi online estremisti o tossici possono radicalizzare i membri e propagare odio anche al di fuori della loro nicchia digitale. Inoltre, la società digitale contemporanea è ormai descritta come una platform society, cioè un ambiente in cui le piattaforme modellano spazi di aggregazione, visibilità e interazione sociale, influenzando anche la costruzione dell’identità individuale.
In questo scenario, gli otroversi emergono come attori peculiari: non ignorano le tribù digitali, ma le attraversano e partecipano con una soggettività più genuina e meno condizionata dalle dinamiche di massa. Il concetto di otroverso, lungi dall’essere un invito alla solitudine, suggerisce un modello di esistenza in cui la libertà di scelta e l’autenticità personale sono centrali.
Vivere senza dipendere dal giudizio altrui permette di coltivare la creatività, costruire legami profondi e affrontare le sfide della vita con una prospettiva più serena e consapevole. In particolare, in un tempo di tribù digitali polarizzate e di echo chamber che alimentano divisioni, gli otroversi possono essere un antidoto. Non sono disimpegnati, ma partecipanti critici e consapevoli, capaci di promuovere un dialogo più ricco e meno influenzato dalla mentalità del gregge.
L’articolo de Il Fatto Quotidiano offre uno spunto stimolante per ragionare sul ruolo dei gruppi sociali e sull’importanza dell’autonomia individuale.
Gli otroversi, con la loro capacità di pensare liberamente e di relazionarsi con gli altri senza condizionamenti, rappresentano un modello affascinante per ripensare il concetto di comunità e appartenenza.
In un mondo in cui la pressione sociale è sempre più presente e in cui le tribù digitali possono rafforzarsi fino a escludere il dissenso, forse la lezione più importante che possiamo trarre è semplice ma potente: conoscere e rispettare la propria ‘gravità interiore’ è la chiave non solo per costruire una vita creativa e pienamente libera, ma anche per navigare con responsabilità le reti sociali contemporanee.

