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Viviamo in un mondo in cui il confine tra online e offline non esiste più. Identità, corpo, relazioni e affetti passano attraverso gli schermi, si plasmano nei social e si riflettono nella vita reale. In questo scenario, l’articolo del ricercatore Enzo Risso, pubblicato su Il Domani e intitolato “Botte, controllo e minacce. Così i giovani giustificano la violenza sulle donne”, assume un valore significativo. Basato su un’indagine CAWI condotta da Ipsos per il Centro Studi Legacoop nell’ottobre 2025 su un campione di 800 italiani maggiorenni, l’articolo mette in luce un quadro allarmante: una parte dei ragazzi italiani considera accettabili comportamenti di dominio, prevaricazione e aggressività nei confronti delle donne.
L’importanza del contributo di Risso sta nel mostrare come il problema non sia solo episodico o legato a singole devianze, ma profondamente radicato nella nostra società. I dati riportati, lontani dall’essere marginali, descrivono un clima di normalizzazione delle sopraffazioni che attraversa il Paese e si insinua con maggiore forza proprio nelle nuove generazioni.
Dai risultati dell’indagine emerge con chiarezza una differenza generazionale nella percezione delle aggressioni. Risso sottolinea che “se per il 78 per cento delle donne i femminicidi sono un’emergenza da fermare al più presto, tra i giovani il tasso di allarme scende al 63 per cento”. Una riduzione che evidenzia come la consapevolezza del fenomeno sia attenuata proprio in quella fascia che dovrebbe rappresentare il futuro del Paese.
Ancora più preoccupante è la soglia di tolleranza verso la violenza fisica: “se nella media nazionale il 10 per cento degli uomini ritiene giustificabile che un uomo picchi una donna, tra i giovani la quota sale al 15 per cento”. Un dato che denuncia una normalizzazione inquietante del gesto violento come strumento di gestione del conflitto. A questo si aggiunge l’accettazione di forme di violazione mediate dalla tecnologia: Risso evidenzia che “mettere in rete o inviare ad amici foto esplicite di una donna (revenge porn) è ritenuto scusabile dal 33 per cento dei giovani”.
Non meno allarmanti sono i comportamenti di intimidazione e pressione psicologica. Minacciare una donna che respinge un corteggiamento è considerato “ammissibile per il 34 per cento degli under 30”, mentre “toccare, baciare o abbracciare una donna senza che lo desideri è una cosa che si può fare per il 33 per cento”. E il linguaggio sessualizzato? È ritenuto innocuo da oltre metà dei giovani: “fare commenti o scherzi a sfondo sessuale su una donna è tollerabile per il 54 per cento”.
L’indagine indica chiaramente come la cultura del controllo sia profondamente radicata: “per il 29 per cento degli under 30 si può impedire alla donna di uscire di casa”, “per il 41 per cento si può controllare il cellulare, la mail o le telefonate”, e il “42 per cento si arrabbia se la propria compagna parla con altri uomini”. Una visione della relazione che confonde l’amore con il possesso, la cura con il dominio.
Infine, l’analisi tocca le forme più estreme di aggressività. Risso riporta che “il 12 per cento ritiene ammissibile che il partner o il marito possa costringere a un rapporto sessuale la sua compagna”, mentre “il 9 per cento arriva addirittura a giustificare la possibilità di procurare delle ustioni a una donna in un momento di rabbia”. Questi numeri non fotografano semplicemente un disagio sociale: rappresentano una vera e propria emergenza civile.
La lettura sociologica di queste percentuali porta a un’unica, inevitabile conclusione: l’abuso non nasce nei singoli gesti, ma molto prima, nelle rappresentazioni sociali che legittimano quei comportamenti. La società digitale ha amplificato dinamiche già presenti offline, trasformando il corpo femminile in un oggetto esposto, condiviso e valutato. L’iper-individualismo online, che misura il valore delle persone attraverso visibilità e approvazione, ha reso più fragile l’identità dei giovani, spesso alla ricerca di conferme nelle comunità virtuali.
In questo contesto, fenomeni come il revenge porn, i gruppi maschili di esposizione non consensuale o la teen dating violence non sono eccezioni, ma espressioni estreme di un immaginario che normalizza la prevaricazione. La ricerca di Risso conferma che una parte delle nuove generazioni interpreta il controllo come una forma di relazione accettabile e l’aggressione come reazione comprensibile. È il segnale evidente di una carenza educativa profonda: non si è insegnato a distinguere la libertà dall’imposizione, l’affetto dal possesso, il desiderio dal diritto. La rete amplifica questi divari, fornendo modelli tossici e comunità che alimentano la legittimazione della sopraffazione attraverso dinamiche di conferma reciproca.
Affrontare tutto questo significa innanzitutto riconoscere che la repressione, da sola, non basta. Le norme sono essenziali ma intervengono sempre dopo, quando il danno è già avvenuto. Serve un investimento educativo molto più profondo e capillare. Oggi è indispensabile una vera alfabetizzazione digitale, che insegni non solo a utilizzare la tecnologia, ma anche a comprenderne le implicazioni etiche, emotive e relazionali.
Le piattaforme online hanno un ruolo decisivo, perché sono spesso il luogo in cui le forme più sottili di ostilità e discriminazione vengono normalizzate. Non possono più considerarsi spazi neutri: moderazione, prevenzione e tutela delle vittime devono diventare priorità strutturali. Anche le famiglie e gli adulti hanno un compito cruciale: riconoscere i segnali di manipolazione, le forme di pressione psicologica e le dinamiche relazionali distorte che spesso precedono la violenza fisica. Una cultura del rispetto si costruisce ogni giorno, attraverso linguaggio, esempi, relazioni quotidiane e istituzioni capaci di guardare oltre l’emergenza.
Le evidenze raccolte da Risso non sono solo un campanello d’allarme: sono la prova che la violenza di genere non è un fenomeno marginale né una semplice questione giudiziaria. È una questione sociale, educativa e simbolica. L’ambiente digitale non crea la violenza, ma la amplifica, la diffonde, la rende più accessibile, trasformandola spesso in intrattenimento o rituale identitario.
Per contrastarla davvero dobbiamo smettere di trattarla come un problema di pochi e iniziare a riconoscerla come una responsabilità collettiva. Solo con una nuova educazione al rispetto, con relazioni più consapevoli e con un impegno condiviso tra istituzioni, scuole, famiglie e piattaforme sarà possibile invertire la rotta.
La violenza è una costruzione sociale. E come tale, possiamo – e dobbiamo – decostruirla.

