Da quando Trump ha deciso di ricandidarsi, ha fatto di tutto per far parlare di sé, per creare il caos nei paesi di mezzo mondo, minacciando chiunque non gli andasse a genio (anche quelli che solo pochi giorni prima elogiava). La domanda è: cui prodest? A chi fa comodo tutto questo?
Per comprenderlo è bene analizzare quanto è avvenuto (e continua ad avvenire) nello Stretto di Hormuz. Prima Trump ha deciso di attaccare l’Iran. Causando il panico con il prezzo del petrolio che ha avuto una impennata senza precedenti. Poi ha deciso di voler fare una tregua “senza scadenza”. Un atteggiamento che ha lasciato molti senza parole. Chi ha beneficiato di tutto questo? Certo non i paesi europei che oltre a dimostrare per l’ennesima volta l’incapacità di far sentire la propria voce hanno avuto danni incalcolabili. Anche i cittadini americani non sono certo contenti vista l’impennata dei prezzi: la situazione interna negli USA sta diventando insostenibile, con un costo della vita che cresce giornalmente e un debito pubblico che ha raggiunto livelli mai visti prima. Tutto questo ha messo in discussione la credibilità di Trump. A furia di fare e dire qualcosa e il giorno dopo fare e dire l’opposto non gli crede più nessuno. Anche i suoi elettori, i MAGA (dallo slogan lanciato per la campagna elettorale del 2024 Make America Great Again) cominciano a dubitare di lui. E i sondaggi dimostrano che la sua credibilità è costantemente in calo. Eppure, ogni giorno, il tycoon della Casa Bianca si ostina a dire l’esatto opposto di quello che diceva il giorno prima. Prima pubblica su Truth Social che gli Stati Uniti d’America e l’Iran hanno tenuto “conversazioni molto buone e produttive” negli ultimi giorni riguardo a “una risoluzione completa e totale delle nostre ostilità”. Poi, il giorno dopo, che è pronto a radere al suolo il paese (e invia navi da guerra a poche decine di chilometri). Annuncia la sospensione per cinque giorni di ogni attacco contro le centrali elettriche e le infrastrutture energetiche iraniane. E poi manda le navi militari ad abbordare le petroliere.
Ormai è più di un anno che va avanti così. Trump ha appoggiato Israele e ha creato il Board of Peace ma nella Striscia di Gaza la strage di civili continua e a lui sembra non interessare più nulla. Ha attaccato i membri della Corte di Giustizia delle Nazioni Unite, ma i membri godono di extraterritorialità e le decisioni del presidente degli USA non valgono nulla su di loro. Ha deciso di chiamare il Golfo del Messico “Golfo d’America” e i cartografi hanno fatto una risata e non lo hanno tenuto in considerazione. Ha mandato un commando a rapire il presidente venezuelano Maduro e lo ha portato negli USA (senza che nessuno dei paesi occidentali dicesse nulla per questa gravissima violazione del diritto internazionale), ma poi non ha fatto nulla di concreto per portare la “democrazia” nel paese. E della notizia non si parla più. Ha chiesto di avere il Nobel per la Pace. Ma questo è stato dato ad una dissidente venezuelana (che aveva chiesto il suo aiuto per diventare presidente del Venezuela ma lui non ha voluto). Ha promesso di fermare la guerra tra Repubblica Democratica del Congo e Ruanda, ma dopo aver firmato (è andato il suo vice) alcuni accordi commerciali non ha fatto nulla. E gli scontri sono ripresi. Ha attaccato una delle più famose università americane accusandola di non aver detto quello che piaceva a lui e ha tagliato i finanziamenti, ma il tribunale ha bloccato questa decisione definendola illegittima. In realtà, pare che da quando Trump è tornato alla Casa Bianca il lavoro per i tribunali sia aumentato vertiginosamente: le procedure per fermare le decisioni azzardate e illegittime dell’ospite della Casa Bianca hanno avuto un’impennata senza precedenti. E agni volta c’è stato un cambio di direzione senza precedenti. Le ultime sono quelle che riguardano la decisione di costruire l’arco di Trump e quella di non concedere il pass per il Pentagono ai giornalisti accreditati che non accettassero di far approvare prima il loro articolo alle autorità del Pentagono. Le cause per i balzelli dei dazi sono un numero impressionante. Anche quelle intentate da aziendemade in the USA. Per mesi, Trump ha imposto arbitrariamente dazi agli Stati che non gli stavano simpatici. Ma la Corte Suprema ha stabilito che Trump non ha questo potere (gli stessi giudici nominati da Trump hanno votato contro di lui). Stando a quanto si legge nella sentenza, l’International Emergency Economic Powers Act (IEEPA) non autorizza il presidente a imporre i dazi. “Il presidente non dispone di alcuna autorità di imporre dazi durante i tempi di pace”, si legge nel testo diffuso dalla Corte Suprema. E come sempre Trump ha risposto adirato: “Una vergogna” ha detto. Intanto, subito dopo la sentenza, il 20 aprile scorso, è stato avviato un sistema basato su una nuova funzionalità digitale integrata nella piattaforma doganale ACE, denominata Cape (Consolidated Administration and Processing of Entries) attraverso la quale, aziende americane, europee e anche italiane possono accedere ai rimborsi. E c’è chi ha stimato che, ad oggi, si tratterebbe di una cifra superiore a 160 miliardi di dollari. Un danno, l’ennesimo, spaventoso per le casse americane. Ma non per lui. A parte il danno d’immagine.
Ma perché Trump fa tutto questo? Alcuni sospettano che dietro ogni dichiarazione di Trump ci sia un piano speculativo di dimensioni mai viste. Gli analisti hanno fatto i calcoli e anno notato che in un solo giorno alcuni indicatori(i futures sull’S&P 500) hanno avuto variazioni di diversi punti percentuali in pochi minuti proprio in corrispondenza con alcune dichiarazioni rilasciate da Trump sul proprio network. Secondo l’autorevole rivista Fortune, il cambio repentino di alcuni prezzi avrebbe generato circa 1.700 miliardi di dollari di valore di mercato in pochi minuti. Chi ha comprato e venduto futures nel modo giusto, in quindici minuti, ha incassato profitti che la maggior parte dei fondi solitamente non riesce a realizzare in un trimestre. Questo, non una volta ogni tanto, ma diverse volte al giorno. Basta che Trump, Teheran o Israele dicano il contrario di quello che gli altri avevano detto prima, per generare miliardi di dollari di utili per chi aveva investito nel modo “giusto”. Molti analisti si sono accorti di questo fenomeno. FXStreet ha detto che uno schema identico era stato rilevato con un precedente annuncio, anch’esso rivelatosi infondato, che aveva prodotto analoghi movimenti di prezzo. La stessa fonte nota che “circolano voci secondo cui posizioni enormi sono state prese sul mercato nei minuti precedenti il rilascio della dichiarazione di Trump su Truth Social”. Le sparate di Trump, in altre parole, non sarebbero un incidente. Ma un metodo. C’è anche chi ha coniato un acronimo per descrivere il metodo Trump: lo ha chiamato TACO – Trump Always Chickens Out. Il termine, nato dalla penna di un giornalista del Financial Times, descrive il ciclo ormai codificato: minaccia catastrofica, panico di mercato, retromarcia improvvisa, commento di sollievo. E chi acquista o vende nel momento giusto guadagna a ogni passaggio. Dai dazi del Liberation Day alla minaccia sulla Groenlandia, ogni crisi fabbricata ha seguito lo stesso schema: distruzione di valore, ricostruzione, trasferimento di ricchezza. Al punto che Public Citizen, organizzazione di vigilanza con oltre un milione di sostenitori, ha inviato una lettera formale alla Commodity Futures Trading Commission (CFTC) chiedendo un’indagine per insider trading. Nella lettera si parla di scommesse sospette piazzate su alcune piattaforme di prediction market proprio pochi istanti prima dell’attacco del 28 febbraio, quello che ha dato inizio alla guerra in Iran. E ogni volta con profitti stratosferici. Un esempio per tutti: un account aperto a fine febbraio, aveva piazzato due scommesse sull’attacco all’Iran (rispettivamente di 7.600 dollari e 11.283 dollari). In poche ore ha vinto oltre 85.000 dollari. Naturalmente non manca la ciliegina sulla torta: Dietro queste società ci sarebbero alcuni soggetti vicinissimi al presidente (che, guarda caso, li ha mandati in Pakistan per i negoziati, pur non avendo alcun ruolo istituzionale all’interno del Governo o del Congresso). Se tutto questo venisse confermato, si tratterebbe di un caso di conflitto d’interesse senza precedenti nella storia finanziaria moderna.
Ma non basta. Si tratterebbe di un nuovo modo di vedere e gestire le guerre. Un tempo, si andava in guerra per conquistare un territorio o le sue risorse (MAI per motivi ideologici o religiosi, MAI). Poi, si è capito che vendere armi era più conveniente che mandare i propri soldati a combattere. Ora, la frontiera più avanzata è la “finanziarizzazione” della guerra. Non i profitti dell’industria bellica o i contratti per la ricostruzione o le risorse del territorio. Ma l’informazione, la notizia. É sufficiente pubblicare un post su un social network (magari il proprio) ad una certa ora e un presidente, che è contemporaneamente azionista della piattaforma su cui pubblica, advisor dell’industria che scommette sugli esiti delle sue decisioni, e comandante in capo di una guerra che può esplodere o placarsi, scatena giri d’affari miliardari. Alcuni si sono domandati come mai, visto che lo schema si è ripetuto identico così tante volte, finora nessuna autorità di regolamentazione internazionale ha fatto nulla.
La risposta forse è la parte più preoccupante dell’intera vicenda: se tutto questo fosse vero, si tratterebbe di un sistema in cui il responsabile è al tempo stesso proprietario del canale su cui si trasmette l’informazione e beneficiario indiretto dell’ecosistema che monetizza quella notizia. E per questo non esisterebbe istituzione internazionale indipendente che ha l’autorità (o la volontà politica) di indagare.

