
[fonte foto: .lautomobile.aci.it]
Con la pubblicazione del decreto-legge in Gazzetta Ufficiale, il governo ha ufficializzato l’esenzione dalla tassa automobilistica per l’anno d’imposta 2027. La misura prevede la cancellazione del bollo auto, ma solo per un anno – il 2027 – e solo per le vetture fino a 80 kW (circa 109 CV), nonché per motocicli e ciclomotori intestati a persone fisiche. Secondo le stime del governo, l’intervento dovrebbe riguardare circa 14,5 milioni di veicoli.
Sono molti i dubbi riguardanti questa misura. Il primo riguarda il risparmio stimato per i contribuenti. Secondo i calcoli del governo, dovrebbe essere compreso tra i 110 e i 140 euro a testa. Un beneficio che, tuttavia, rischia di essere più che compensato dal costante e ingiustificato aumento del costo dei carburanti.
Per rendersene conto, basta guardare al costante aumento del prezzo del carburante e agli utili miliardari registrati dalle maggiori compagnie petrolifere negli ultimi trimestri. Un aumento del costo del petrolio che è conseguenza diretta della guerra intrapresa da Trump e Israele nei confronti dell’Iran. Un’azione che – è bene ricordarlo – viola le norme di diritto internazionale umanitario vigenti e sta danneggiando prima di tutto i Paesi europei, non l’Iran né i Paesi arabi, molti dei quali sono tra i principali produttori di petrolio.
Ma non basta. Il dibattito tra economisti e addetti ai lavori riguarda anche il “come”.
Per compensare le Regioni – che per legge incassano il bollo auto e ne destinano una parte consistente alla spesa sanitaria – lo Stato ha attivato una complessa manovra di riallocazione contabile che prevede, stando a quanto riportato nell’articolo 7 del decreto-legge, di prelevare 660 milioni di euro dai Ministeri e la restante parte – ovvero ben 1,7 miliardi di euro, circa il 70% delle coperture – dalle economie di spesa del Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza (PNRR).
Nel presentare la misura, il ministro dell’Economia si è affrettato a dichiarare che non graverà sulle tasche degli italiani e che quelle derivanti dal PNRR sarebbero somme non impegnate o risparmi derivanti dai progetti europei legati a vari capitoli d’investimento.
Il decreto n. 162 richiama una procedura molto precisa, prevista dall’articolo 30 del decreto-legge n. 19/2026, attraverso la quale vengono individuate risorse PNRR non più necessarie perché prive di obbligazioni giuridicamente vincolanti e non necessarie al raggiungimento degli obiettivi del Piano.
A questo si aggiungono altri aspetti non secondari. Le risorse del PNRR dovrebbero essere destinate a riforme e infrastrutture e non a misure di sostegno immediato ai consumi.
Come ha sottolineato più volte la Corte costituzionale, la copertura finanziaria delle misure deve essere credibile, sufficientemente sicura, non arbitraria o irrazionale e deve mantenere un rapporto equilibrato con la spesa prevista. La Corte costituzionale ha inoltre ribadito che tale obbligo non riguarda soltanto le spese certe e immediate: anche quando una disposizione può produrre nuovi oneri in via ipotetica, il legislatore deve indicare i mezzi per farvi fronte.
La legge n. 196 del 2009 prevede che la copertura delle spese non possa essere ridotta alla semplice formulazione della clausola finanziaria: ciò che conta è la sostanza, vale a dire che l’onere sia quantificato e che siano individuati mezzi effettivi per sostenerlo.La disciplina prevista dalla leggestabilisce, infatti, che le norme che comportano oneri, anche sotto forma di minori entrate, debbano quantificare l’onere e indicare la relativa copertura.
La Corte costituzionale ha inoltre sottolineato l’importanza della relazione tecnica quando una disposizione produce conseguenze finanziarie. In una recente pronuncia ha ribadito che la dimostrazione della sostenibilità degli oneri deve essere adeguatamente documentata e che la relazione tecnica costituisce uno strumento essenziale per verificare la consistenza della copertura.
Quello che il ministro non ha detto, però, è che i fondi del PNRR non sono aiuti a fondo perduto: sono, in parte, prestiti. Quindi finiranno comunque per gravare sulle finanze pubbliche e, indirettamente, sui contribuenti. E in modo rilevante: poco meno di due miliardi di euro in un solo anno non sono pochi.
La misura sbandierata dal governo non riguarda automaticamente le fasce più povere della popolazione. È quindi discutibile dal punto di vista del contrasto alla povertà o all’aumento del costo dei carburanti e delle conseguenti spese di mobilità.
Il testo non fa alcun riferimento al reddito o all’ISEE del beneficiario: il criterio è esclusivamente tecnico, ovvero la potenza del veicolo, che deve essere inferiore o pari a 80 kW. Questo significa che il beneficio viene riconosciuto indistintamente sia a famiglie a basso reddito sia a contribuenti benestanti che possiedono una seconda o una terza auto di piccola cilindrata, senza un vero orientamento alla redistribuzione sociale.
Inoltre, l’esenzione non affronta in alcun modo il nodo del caro carburante, che continuerà a pesare in maniera strutturale sui costi di percorrenza quotidiani degli automobilisti. Tutti indistintamente.
A questo si aggiunge un concetto che è bene sottolineare, visto quanto è stato detto in modo troppo semplicistico: il bollo non scompare dal punto di vista della finanza pubblica. È semplicemente sospeso per un anno – proprio quello delle elezioni – e solo per una parte della popolazione.
Trattandosi di un’esenzione limitata al solo anno d’imposta 2027, la misura non risolve il problema della pressione fiscale sul lungo periodo. Una scadenza che, peraltro, coincide proprio con l’anno in cui sono previste le elezioni.
Un aiuto “una tantum”, finanziato con risorse che sollevano interrogativi, che rischia di configurarsi come uno spot elettorale a scadenza immediata, lasciando al governo che verrà il compito di individuare oltre 2,3 miliardi di euro all’anno per evitare il ritorno della tassa dal 2028.
Il taglio del bollo auto per il 2027 si presenta, dunque, come un’operazione contabile complessa. Una misura che garantisce un sollievo immediato, ma temporaneo, alle tasche di milioni di automobilisti, rinviando al futuro le risposte sui problemi strutturali della mobilità e del fisco in Italia.

