Lo Spessore https://www.lospessore.com Opinioni, cultura e analisi della società Sun, 25 Oct 2020 17:34:18 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=5.5.1 https://i2.wp.com/www.lospessore.com/wp-content/uploads/2020/04/AVATAR.jpg?fit=32%2C32&ssl=1 Lo Spessore https://www.lospessore.com 32 32 169809475 Convocato il Consiglio Supremo di Difesa https://www.lospessore.com/25/10/2020/convocato-il-consiglio-supremo-di-difesa/ Sun, 25 Oct 2020 09:53:27 +0000 https://www.lospessore.com/?p=4391 L'articolo Convocato il Consiglio Supremo di Difesa proviene da Lo Spessore.

“Il Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, ha convocato il Consiglio Supremo di Difesa, al Palazzo del Quirinale, per martedì 27 ottobre 2020, alle ore 17.00”. E’ il comunicato che è…

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Il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella

“Il Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, ha convocato il Consiglio Supremo di Difesa, al Palazzo del Quirinale, per martedì 27 ottobre 2020, alle ore 17.00”. E’ il comunicato che è possibile leggere sulle pagine web del Quirinale.

Due i punti all’ordine del giorno: 1) conseguenze dell’emergenza sanitaria sugli equilibri strategici e di sicurezza globali, con particolare riferimento alla NATO e all’Unione Europea. Aggiornamento sulle principali aree di instabilità e punto di situazione sul terrorismo transnazionale. Prospettive di impiego delle Forze Armate nei diversi teatri operativi; 2) prontezza, efficienza, integrazione e interoperabilità dello Strumento Militare nazionale. Bilancio della Difesa e stato dei programmi di investimento in relazione alla fluidità del contesto di riferimento e agli obiettivi capacitivi di lungo periodo.

Immediata la reazione di complottisti e chi gongola nel creare panico tra la gente. Le pagine di blog e siti web (ma anche di qualche giornale poco attento) sono state riempite di annunci e articoli allarmanti. Secondo alcuni il vero motivo della convocazione potrebbero essere i movimenti di mezzi e militari statunitensi e di altri membri dell’Alleanza Atlantica, in alcuni paesi chiave dell’est Europa, tra cui Polonia e altre nazioni europee del Baltico e orientali. Altri hanno trasformato il “lockdown” in “coprifuoco” e hanno riempito pagine internet di consegne ai militari (deformando la decisione del Presidente del Consiglio dei Ministri di chiudere i locali dopo una certa ora), fingendo di non sapere che già durante il lockdown dei mesi scorsi le forze armate sono state coinvolte attivamente – per fortuna. Altri hanno parlato di “ordine perentorio” dicendo che “il coprifuoco è stato decretato” e che le coseguenze che attendono chi lo viola sarebbero “la consegna in caserma, ovvero una punizione”, citando l’“articolo 1362 del codice dell’ordinamento militare “e la “consegna di rigore”. 

Niente di più sbagliato. Prima di “gridare al lupo” alcune persone (specie se svolgono il mestiere di giornalisti) dovrebbero sapere che, in base a quanto previsto dal Decreto Legislativo n. 66 del 2010, il Consiglio Supremo di Difesa viene convocato dal Presidente della Repubblica almeno due volte l’anno (ma in caso di necessità potrebbero essere di più), con un ordine del giorno che tiene conto anche delle indicazioni fornite dall’organo stesso ovvero dal Presidente del Consiglio dei Ministri. Niente di cui avere paura, quindi.

Previsto dall’art. 87 della Costituzione, “Il Consiglio Supremo di Difesa”, si legge tra le pagine del Quirinale, è “il principale strumento attraverso il quale il Capo dello Stato acquisisce circostanziate conoscenze degli orientamenti del Governo in materia di sicurezza e difesa, per poter svolgere adeguatamente il complesso ruolo di equilibrio e garanzia attribuitogli dalla Costituzione”. Tale organo “costituisce sede istituzionale permanente per la discussione e l’approfondimento multidisciplinare delle problematiche relative alla sicurezza ed alla difesa.

Le attività condotte nel suo ambito e quelle che da esse conseguono concorrono a porre i suoi componenti nelle condizioni di esercitare, in maniera sinergica rispetto a linee d’azione condivise, i rispettivi ruoli istituzionali, sia in rapporto alla propria specifica area di competenza sia a supporto di quella di ciascuno degli altri. Attraverso esso i suoi componenti possono concorrere a definire criteri per il migliore esercizio delle rispettive singole competenze”. Presieduto dal Presidente della Repubblica, è composto dal Presidente del Consiglio dei ministri, dai ministri per gli Affari Esteri, dell’Interno, dell’Economia e delle Finanze, della Difesa e dello Sviluppo Economico, dal Sottosegretario di Stato alla Presidenza del Consiglio dei ministri, dal Segretario generale della Presidenza della Repubblica, dal Capo di Stato Maggiore delle FFAA e dal Segretario del Consiglio supremo di difesa. Ma la legge prevede che “a seconda delle circostanze e della materia trattata, possono essere chiamati a prendere parte alle riunioni anche altri ministri, i Capi di stato maggiore delle Forze armate, il Comandante generale dell’Arma dei Carabinieri, il Presidente del Consiglio di Stato, nonché ulteriori soggetti e personalità in possesso di particolari competenze in campo scientifico, industriale ed economico ed esperti in problemi militari”.

Creare allarmismi è sempre sbagliato. Ma lo è ancora di più in un momento come quello attuale.

Se non del fatto che c’è gente che, approfittando della poca conoscenza della materia, sfrutta alcuni eventi per evocare scenari apocalittici e diffondere il panico. Scelta che, mai come in un momento delicato come quello attuale, potrebbe avere conseguenze pericolose.

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Il coronavirus e il primo festival della letteratura da viaggio interamente online https://www.lospessore.com/25/10/2020/il-coronavirus-e-il-primo-festival-della-letteratura-da-viaggio-interamente-online/ Sun, 25 Oct 2020 09:19:38 +0000 https://www.lospessore.com/?p=4388 L'articolo Il coronavirus e il primo festival della letteratura da viaggio interamente online proviene da Lo Spessore.

La capacità di reinventarsi e di rielaborare le proprie scelte programmatiche non è da tutti. La cultura manageriale dell’adattarsi e di affrontare le sfide nonostante una pandemia sanitaria non è…

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La capacità di reinventarsi e di rielaborare le proprie scelte programmatiche non è da tutti. La cultura manageriale dell’adattarsi e di affrontare le sfide nonostante una pandemia sanitaria non è scontata e sorprende ancora di più quando a divenire protagonisti di tale scelta sono editori e case editrici. I protagonisti di tale coraggio sono i fratelli Mazzanti, Carlo e Andrea.

Dal 23 al 25 ottobre le città di Musile di Piave e San Donà di Piave hanno ospitato “Sì. Viaggiare”, il festival della letteratura di viaggio curato dai Mazzanti Editore e dall’Associazione Editori Veneti con la collaborazione dei due Comuni, di Atvo, di Confindustria Venezia e Rovigo e della Regione Veneto.

Molti gli eventi che sono stati al centro del programma nei tre giorni del festival con la presenza di noti scrittori, docenti e giornalisti quali Simonetta Agnello Hornby, Elena Dak, Daniela Tagliafico, Sergio Frigo, Angela Giustino, attori e registi e sociologi.

A causa della diffusione inarrestabile della pandemia sanitaria e in osservanza delle vigenti e più recenti disposizioni in materia di prevenzione da contagio, non è stato più possibile partecipare agli eventi con la modalità in presenza, ma le iniziative si sono svolte lo stesso, attraverso le modalità dello streaming dal sito internet del Festival e nelle pagine Facebook del Festival e dei Comuni interessati.

Il sogno dei fratelli Mazzanti è quello di promuovere e valorizzare un territorio, come il Veneto Orientale, ricco dal punto di vista storico, antropologico, etnico, paesaggistico e culturale, tanto da aver ispirato e ispirare tutt’ora scrittori, registi e poeti. Un territorio meta di viaggiatori e punto di partenza di tanti emigranti che ha proposto per l’ultimo fine settimana di ottobre una serie di iniziative online e da remoto per le persone che amano la letteratura, la poesia, la scrittura, l’arte e la cultura del viaggio.

L’evento è stato anche l’occasione per lanciare online la bellissima presentazione del “Premio Dispatriati quinta Edizione 2020” per un’opera inedita dedicata al tema dell’emigrazione, in collegamento con Filadelfia (Usa), con l’ente che raggruppa le associazioni degli Italiani nel Mondo.

D’altronde, migranti e migrazioni sono al centro dell’idea stessa del viaggio. Si è ritenuto di non rinunciare al conforto delle belle lettere, oggi più che mai fonti di speranza e di avvenire. Tre magnifiche giornate di immersione nella letteratura di viaggio passata e presente ma anche e soprattutto Letteratura come viaggio nella realtà sociale di un territorio, come ricostruzione di un rapporto Nord-Sud più che mai essenziale e, infine, come confronto tra i soggetti che “preparano e fanno” la letteratura.

Imprenditori, manager, diplomatici, esperti in geopolitica, storici dell’arte, professori universitari del Nord e della Federico II di Napoli, giornalisti e altre figure a confronto, per comprendere come il viaggio possa rappresentare una rinascita per lo spirito, per l’economia e per l’occupazione del futuro.

Un impegno da perseguire nonostante tutte le difficoltà e le incertezze del virus e della crisi economica. Un Festival che lascerà il segno, un balzo in avanti alla cultura e all’imprenditoria, un segnale importante che i “Mazzanti Docet” lanciano a tutto il mondo della cultura e dell’editoria.

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Giovanni Paolo Pannini ritrae la città eterna https://www.lospessore.com/25/10/2020/giovanni-paolo-pannini-ritrae-la-citta-eterna/ Sun, 25 Oct 2020 09:10:15 +0000 https://www.lospessore.com/?p=4379 L'articolo Giovanni Paolo Pannini ritrae la città eterna proviene da Lo Spessore.

Il 1700 vede gli albori della pittura vedutista. La società urbana, con la costruzione di edifici nuovi, con la ritrovata bellezza delle grandi chiese, che hanno affrontato secoli di storia…

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Giovanni Paolo Pannini (1691-1765)

Il 1700 vede gli albori della pittura vedutista. La società urbana, con la costruzione di edifici nuovi, con la ritrovata bellezza delle grandi chiese, che hanno affrontato secoli di storia e la costante crescita delle città, vive un momento di grandiosità. Attirati dalla bellezza dei paesaggi e da queste città in evoluzione, un gruppo di artisti inizia a dare vita a una serie di meravigliosi dipinti ritraenti i paesaggi cittadini. Nei grandi capolavori del passato il paesaggio era considerato come un particolare che doveva ricondurre la nostra attenzione (sempre e comunque) all’uomo ed ai protagonisti. Con la nascita del vedutismo, la storia cambia e gli scorci della città non sono più un semplice dettaglio decorativo, ma per gli artisti, per i pittori in particolare, ora costituiscono il nucleo stesso del quadro.

Una parte di questi artisti, quasi come fotografi di quelle bellezze antiche e nascenti, vogliono dipingere i paesaggi proprio come sono nella realtà, “vedute prese dai luoghi”, servendosi, come già visto con Bellotto, della camera ottica e facendo leva sulle teorie della filosofia illuminista. L’altro invece si dedica a vedute più idealizzate, “vedute ideate”, che sono paesaggi fittizi, immaginari, combinati con costruzioni autentiche, quelle che sono più note come “capriccio” e che diventano molto in voga in questo periodo.

Giovanni Paolo Pannini (o Panini), il più celebrato e popolare pittore della Roma del diciottesimo secolo nasce a Piacenza il 17 giugno del 1691. Nonostante frequenti il seminario per abbracciare la vita ecclesiastica, si appassiona alla prospettiva e ai dipinti con tema architettonico nella città natale. Sebbene fosse già noto come pittore di paesaggi e vedute prospettiche e architettoniche, al suo arrivo a Roma nel 1711, studia disegno con Benedetto Luti fino al 1717-18. Il suo stile è fortemente influenzato dai dipinti delle rovine di Giovanni Ghisolfi, i paesaggi di Jan Van Bloemen e Andrea Locatelli e dalle vedute topografiche di Gaspar Van Wittel.

Nei primi anni Pannini si distingue principalmente come decoratore di ville e palazzi dell’intelligentia ecclesiastica e dell’aristocrazia romana. Nel 1718 Pannini è eletto alla Congregazione dei Virtuosi al Pantheon e nel 1719 all’Accademia di san Luca a Roma di cui diviene Principe nel 1755. Le collaborazioni con i Francesi a Roma aiutano la sua carriera in modo significativo particolarmente quando nel 1724 sposa la cognata di Nicholas Vleughels, direttore dell’Académie de France a Roma, dove Pannini insegna la prospettiva. Nel 1732 ha il raro onore per un artista romano di diventare membro dell’Académie royale de peinture et de sculpture a Parigi. Tra gli artisti che hanno subito la sua forte influenza ci sono Hubert Robert e Jean-HOnoré Fragonard che hanno terminato la loro educazione a Roma.

Sebbene Pannini lavori come architetto della villa del Cardinal Valenti e della Cappella a Santa Maria della Scala e produca numerose decorazioni architettoniche, gli ultimi trenta anni della sua vita si specializza nelle vedute di Roma nelle quali il pittore combina elementi della Roma antica e moderna, senza rappresentazioni idealizzate e simboliche della grandiosità della Città Eterna, ma ritratti oggettivi e accurati delle vedute più famose, pittoresche e memorabili di Roma. Tra il 1740 e il 1750 Pannini produce, infatti un gran numero di vedute anche per soddisfare la grande richiesta commerciale del Grand Tour, molto amati dal popolo britannico.

Fra le sue vedute più celebri c’è L’interno del Pantheon in cui popola la scena con visitatori stranieri e un misto di Romani e visitatori di tutti i ceti sociali, riuniti nel Pantheon per pregare. Esagera la prospettiva per donare una visione degli interni più ampia grazie anche alla visione del portale che apre alle colonne colossali del portico. Il dipinto offre uno scorcio dell’obelisco nella piazza davanti alla chiesa. Dall’Oculus Pannini fa intravedere un cielo blu contornato da nuvole.

Interno del Pantheon (1734)

Un’altra meravigliosa veduta è il “Capriccio Romano” nel quale riunisce una scelta di antichi monumenti romani in un’unica immagine a celebrazione del passato della città: sulla sinistra il Colosseo, con la Colonna Traiana e la statua di Galatea morente, mentre sulla destra l’arco di Costantino è affiancato da tre colonne corinzie in primo piano.

Capriccio Romano

Insieme a Giacomo Zoboli nel 1747 compila l’inventario della raccolta Sacchetti acquistata da papa Benedetto XIV per formare il nucleo iniziale della nascente della Pinacoteca Capitolina, di cui il cardinale Silvio Valenti Gonzaga è considerato il fondatore. Ed è molto interessante, infatti, il dipinto di Pannini che nel 1749 ritrae la “Galleria del Cardinale Silvio Valenti Gonzaga” che è spettacolare per impostazione della scena, per l’accuratezza dei particolari e per dimensioni. Sono raffigurati 220 dipinti di cui 144 leggibili e dei quali 70 sono stati sono stati identificati. Pannini ha fuso realtà e fantasia. La monumentalità architettonica del dipinto è un’invenzione del Pannini. Accanto al cardinale Pannini si è autoritratto insieme al pittore Pietro Navarro. A sinistra si vedono due personaggi, forse François Jaquier e Ruggero Giuseppe Boscovich. Il personaggio in livrea rossa con la parrucca è il fisico Louis Wood, il nano Giambattista Mamo è con il cardinale Luigi Valenti Gonzaga, nipote e pupillo del cardinale Silvio.

La Galleria del Cardinale Valenti-Gonzaga (1749)

Oltre alle vedute per cui è famoso, Pannini produce anche scene religiose e storiche, testimonianze di scene storiche, pezzi architettonici reali e fittizi e vedute fantasiose delle rovine romane.

La vocazione di San Matteo (1752)

La magnifica produzione di Giovanni Paolo Pannini ci ha regalato degli scorci di una Roma che non aveva certo bisogno di abbellimenti, ma che sono comunque testimonianze della imperitura magnificenza della Città Eterna. È il più celebrato e amato pittore della Roma del Settecento. E non è in discussione.

Giovanni Paolo Pannini muore a Roma il 21 ottobre 1765

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Presidenziali USA 2020. Cosa non hanno detto Trump e Biden https://www.lospessore.com/24/10/2020/presidenziali-usa-2020-cosa-non-hanno-detto-trump-e-biden/ Sat, 24 Oct 2020 09:25:20 +0000 https://www.lospessore.com/?p=4375 L'articolo Presidenziali USA 2020. Cosa non hanno detto Trump e Biden proviene da Lo Spessore.

Con l’avvicinarsi della data delle elezioni presidenziali, non passa giorno senza che i telegiornali parlino degli Stati Uniti d’America. Tutti sembrano concentrati sulle previsioni, su chi sarà l’inquilino della Casa…

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Presidenziali USA 2020 (AFP or licensors)

Con l’avvicinarsi della data delle elezioni presidenziali, non passa giorno senza che i telegiornali parlino degli Stati Uniti d’America.

Tutti sembrano concentrati sulle previsioni, su chi sarà l’inquilino della Casa Bianca per i prossimi anni, su chi avrà il compito di guidare gli USA, il paese che, agli occhi di molti, appare come il paradiso in Terra, pieno di ricchezze e di belle ragazze come quelle che si vedono nei film e nei telefilm che si vedono in televisione.

La realtà è completamente diversa. Oggi l’America è un paese con mille problemi. Alcuni dei quali così gravi che nessun presidente è stato in grado di risolvere.

A cominciare dalla tanto sbandierata ricchezza degli USA. La realtà è che, oggi, nel paese ci sono oltre 40 milioni di poveri. Una percentuale altissima. Come ha confermato il rapporto di Philip Alston, relatore speciale delle Nazioni Unite sulla povertà estrema e sui diritti umani, più della metà dei poveri americani vive in povertà “estrema” o “assoluta”. “Gli Stati Uniti hanno la più elevata disparità di reddito nel mondo occidentale, e questo può essere aggravato solo dai nuovi massicci tagli delle tasse a beneficio schiacciante dei ricchi”, ha detto Alston.

Una povertà che ha molte conseguenze dal punto di vista sociale e geopolitico. Ad esempio, per molti cittadini curarsi è un lusso che non possono permettersi. Un problema che è cresciuto durante il periodo della pandemia: negli Stati Uniti si continua a morire di Covid-19 ma è la comunità afro-americana quella più colpita. A Chicago, ad esempio, i neri sono il 30 per cento della popolazione ma rappresentano il 70 per cento delle morti per coronavirus – e circa la metà dei casi di contagio. In Lousiana, meno di un terzo della popolazione è nera, ma il 70 per cento dei morti sono neri. Stessa cosa in Alabama dove il 27 per cento dei residenti è afro-americano, ma i morti sono per metà afro-americani.  “Le diseguaglianze che hanno piagato questa città, questa nazione, stanno ancora causando dolore e colpiscono le vite di innocenti”, ha detto il sindaco di New York City, Bill de Blasio, “È disgustoso. È preoccupante. È sbagliato”.

Ed è ancora più sbagliato che nessuno ne parli. Nessuno dei contendenti alla presidenza osa mai prendere questo discorso. Del resto non sorprende: si tratta sempre di membri di famiglie benestanti, spesso con una tradizione politica pluridecennale (si pensi ai Kennedy, ai Bush e a molti altri), soggetti che con le fasce più povere della popolazione che andranno a governare non hanno alcun rapporto.

Ma non finisce qui. La gestione della “cosa comune” degli ultimi decenni ha portato gli Stati Uniti d’America ad essere “poveri” loro stessi: ad accumulare un debito pubblico spaventoso. Sotto la presidenza Obama, in parte a causa della crisi del 2008, il debito pubblico USA è quasi raddoppiato passando da 10.600 miliardi di dollari a circa 19.000. Ma questo trend non si è arrestato sotto la presidenza di Donald Trump. Nei giorni scorsi, i media si sono concentrati sulla notizia (emersa dopo l’ultimo scontro per le presidenziali) del conto corrente di Trump in Cina. Ma forse sarebbe stato meglio parlare di un altro problema: i 6.500 miliardi di dollari nelle mani di paesi esteri. A cominciare proprio dalla Cina (1.100 miliardi), seguita dal Giappone (con 1.060). Gli USA sono il paese con il debito pubblico più alto del pianeta in termini assoluti (seguiti proprio da Giappone e Cina!). Un debito che, anno dopo anno, continua a crescere in maniera esponenziale e che qualcuno, prima o poi, dovrà pur pagare (e con gli interessi). A meno di non rimanere schiavo delle banche. Ma di questo, nel confronto Trump-Biden, non si è parlato.

Così come nessuno ha parlato di un altro dato: il tasso di criminalità e soprattutto la sua evoluzione nell’ultimo periodo. Fino al 2013 c’era stato un leggero costante calo della criminalità. Ma dal 2014 i numeri dei reati e delle violenze sono tornati a crescere.  E ancora una volta quello di cui parlano i media non è che la punta dell’iceberg: secondo l’FBI nelle grandi città, come Los Angeles, la criminalità è diffusa ma esistono grandi differenze tra le zone ricche (più sicure) e quelle più povere (pericolose).

Negli ultimi mesi a questi dati si sono aggiunti gli scontri razziali. Un fenomeno strettamente legato alla vendita di armi. Già durante la passata campagna per le presidenziali, Trump aveva cercato di convincere gli americani che avrebbe fatto di tutto per favorire la vendita di armi (addirittura per corrispondenza). Una dichiarazione assurda (tanto che non se ne fece più nulla). Ciò nonostante è sorprendente l’impennata della vendita di armi durante la pandemia. Rivendicando il diritto al Secondo Emendamento molte persone hanno preferito comprare armi piuttosto che cibo e medicinali: dal 1° gennaio al 13 marzo 2020 allo stesso periodo del 2019, i background checks, i controlli preventivi su chi compra un’arma, sono aumentati del 300 per cento!

Del resto lo stesso Trump ha invitato i suoi sostenitori a recarsi ai seggi “armati” per controllare le votazioni. Se a rivolgere lo stesso invito fosse stato uno dei dittatori africani le reazioni internazionali sarebbero state ben diverse. Invece dopo la dichiarazione di Trump, nessuno, a livello internazionale, ha detto una sola parola.

Se poi si guarda alla vendita di armi e armamenti per le “missioni di pace” di cui gli USA si vantano da decenni, i dati del Sipri lasciano a bocca aperta: il 38% della vendita di armi e armamenti in tutto il mondo viene dagli USA (più del doppio rispetto al secondo paese, la Cina con il 14%). Un giro d’affari spaventoso. Centinaia di volte superiore alla somma che, secondo i dati della FAO, basterebbe ad eliminare la fame nel mondo. Ma di fame nel mondo i candidati alla Casa Bianca non hanno parlato.

A ben guardare, sembra che tutto, in America, ruoti intorno al denaro. Ricchezza, povertà, salute (con le assicurazioni private: se ce l’hai vieni curato, se non ce l’hai vieni lasciato morire), guerre in tutti i continenti, vendita di armi anche a costo di un aumento delle violenze. Anzi proprio quest’ultimo dato per alcuni potrebbe essere visto positivamente: molti istituti penitenziari americani sono privati e gestiti da grosse aziende.

Del resto, è stato lo stesso Trump ad ammetterlo, nell’ultimo incontro/scontro con il rivale, quando ha detto che molte delle sue scelte ambientali (a cominciare dal ritiro dagli accordi della COP di Parigi che stanno causando danni enormi a tutto il pianeta) sono stati dettati da ragioni economiche.

C’è un argomento, però, di cui né Trump né Biden hanno parlato (e che nessun giornale ha fatto rilevare in un momento così delicato). Proprio ieri, Trump ha attaccato la Cina per il modo di gestire gli Uiguri una minoranza etnica oggetto di persecuzioni e spesso richiusa in campi di “rieducazione”. Peccato che abbia dimenticato di Guantanamo e degli altri campi di detenzione segreta degli USA sparsi in tutto il pianeta. Veri e propri lager dove neanche i rappresentanti riescono ad entrare per verificare il rispetto dei diritti umani dei prigionieri.

Già, i diritti umani: secondo i dati dell’OHCHR delle Nazioni Unite, gli USA hanno ratificato solo 5 dei 18 trattati internazionali dei diritti umani oggi vigenti. In tutto il mondo, solo cinque paesi hanno fatto peggio: Butan, Niue, Palau, Tonga e Tuvalu. 

Una situazione che potrebbe sembrare una mera formalità (in molti dei paesi che pure hanno ratificato questi accordi, le violazioni sono frequenti), ma che non lo è. A dimostrarlo alcuni dati che caratterizzano gli USA (ma anche di questi, i candidati alla Casa Bianca e i media preferiscono non parlare mai).

A cominciare dalla pena di morte: gli USA sono l’unico paese “sviluppato” (con il Giappone) a riconoscerla e farvi ricorso. O l’uso delle pene corporali sugli studenti: se autorizzato dai genitori, questo metodo obsoleto e in palese violazione della Convenzione dei Diritti del Fanciullo (non è un caso se gli USA sono l’unico paese delle Nazioni Unite a non averla mai ratificata!) è ancora ammesso in alcuni stati americani.

Ma ciò che dovrebbe sorprendere di più sotto il profilo dei diritti umani è un altro dato. Un fenomeno del quale giornali, televisioni e candidati alla presidenza degli USA non hanno parlato: in 23, quasi la metà, degli Stati che compongono gli USA, non esiste un’età minima per il matrimonio.

Questo significa che, se entrambi i genitori e un giudice acconsentono, può essere sposato o sposata un/a bambino/a di qualsiasi età. Una mancanza che mette i bambini, molto spesso ragazze giovani, a rischio di abusi sessuali, violenze e una infinità di problemi spesso documentate (dall’impossibilità a continuare gli studi a gravidanze precoci e molto altro ancora).

Chi pensasse che, in realtà, potrebbe trattarsi solo di pochi, sporadici casi, farà bene a ricredersi: da uno studio del 2018 che ha analizzato le licenze di matrimonio in quasi tutti gli USA, è emerso che, tra il 2000 e il 2015, sono stati più di 200.000 i matrimoni con minori (l’87% di ragazze e il 13% di ragazzi).

Ma di tutto questo, non parla mai nessuno quando parla degli USA. Un paese agli occhi di molti un paradiso. Ma forse non per quelli che ci vivono.

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Adesso c’è anche lo scudo spaziale anti Covid-19 https://www.lospessore.com/24/10/2020/adesso-ce-anche-lo-scudo-spaziale-anti-covid-19/ Sat, 24 Oct 2020 07:23:39 +0000 https://www.lospessore.com/?p=4372 L'articolo Adesso c’è anche lo scudo spaziale anti Covid-19 proviene da Lo Spessore.

Chi non ha seguito, e non ha sognato, seguendo le avventure di Star Trek. Chi non ricorda la magica frase che apriva la serie televisiva: “Spazio: ultima frontiera. Questi sono…

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Chi non ha seguito, e non ha sognato, seguendo le avventure di Star Trek. Chi non ricorda la magica frase che apriva la serie televisiva: “Spazio: ultima frontiera. Questi sono i viaggi della nave stellare Enterprise. La sua missione è quella di esplorare strani nuovi mondi alla ricerca di nuove forme di vita e di nuove civiltà per arrivare coraggiosamente là dove nessuno è mai giunto prima!”.

Chi avrebbe immaginato che molti scenari, rappresentati nelle serie televisive, sarebbero diventati realtà.

A quanto pare non bastano gli orologi e le cravatte/mascherine per combattere il Covid19, ma servono gli scudi facciali in versione spaziale. Esistono modelli progettati per il mercato di massa che sfiorano il triplice confine tra moda, fantascienza e difesa personale dagli agenti patogeni.

Il New York Times avverte: “anche se questi caschi sembrano super high-tech non ci sono ancora prove certe del fatto che siano più efficienti di una mascherina. Alcuni non ne hanno le pretese e sono progetti artistici privi di vere capacità protettive, come iSphere, la bolla di plastica da astronauta anni Cinquanta pensata da un collettivo berlinese. Poi però c’è il modello della VYZR Technologies”.

Sempre secondo il New York Times, ne sono stati venduti 50 mila per 18 milioni di dollari di incassi: ogni casco costa 498 dollari, ma al momento è scontato a 379 dollari.

L’abito è in neoprene, pesa 2,2 kg ed è resistente alle intemperie. Per toccarsi la faccia ci sono due tasche laterali che fanno da guanto in cui infilare la mano in tutta sicurezza e grattarsi la punta del naso. All’interno, ci sono due ventole per far circolare l’aria, alimentate da una batteria che dura fino a otto ore consecutive e si ricarica via USB.

È perfetto per chi cerca un look da pandemia in stile Virus Letale, il film del 1995 per regia di Wolfgang Petersen, con Dustin Hoffman, Rene Russo e Kevin Spacey.

Al momento il prodotto di VYZR, pensato per essere adatto a tutte le tasche, è andato a ruba. Tornerà a novembre e si potrà ordinare anche tramite la piattaforma di crowd funding IndieGoGo, dove il progetto è nato ad aprile, diventando presto virale. I sostenitori della campagna di finanziamento sono stati più di duemila e ad oggi i fondi versati superano i 636 mila euro.

Lo scudo BIOVYZR 1.0 potrebbe andare bene a chi non può fare a meno di incontrare il pubblico, come i politici, gli insegnanti e il personale che assiste gli anziani.

Ma non basta. Già da qualche mese possiamo godere di un tocco retro futuristico grazie un duo di designer berlinesi ha realizzato uno scudo facciale a forma di boccia per i pesci.

L’iSphere è una semplice sfera in PVC con un foro per permettere di inserirvi la testa. Il progetto è opera di Marco Canevacci e Yena Young, fondatori del collettivo artistico Plastique Fantastique.

Per iSphere, Canevacci e Young si sono ispirati ai fumetti di fantascienza degli anni Cinquanta e Sessanta, come alle avanguardie del periodo e ai loro surrealismi utopici: si vedano i londinesi Archigram, ad esempio. La loro Walking City era una città ambulante robotica, che ammiccava alla pop art e verso cui, forse, ha qualche debito il castello errante di Howl scritto e diretto da Hayao Miyazaki.

“Proteggersi e proteggere dal coronavirus con un design che ricorda i fumetti di fantascienza degli anni ’50 e alle creazioni dei movimenti utopici degli anni ’60. L’iSphere è un oggetto divertente e serio che stimola come affrontare questa situazione eccezionale”, si legge sul sito di Plastique Fantastique. “Il coronavirus sta cambiando sta cambiano le nostre relazioni personali e influenzando la nostra percezione della realtà. È un virus molto democratico: si diffonde oltre i confini, non ha preferenze per genere, status sociale, culturale o economico. In questo periodo di blocco, ci chiediamo della mutazione della nostra vita sociale e degli effetti della privazione del tocco fisico”.

Il viaggio in metropolitana della coppia in tenuta da astronauti anti-Covid, così come è stato ripreso, ricorda la puntata “Un pesce fuor d’acqua” di Bojack Horseman (Netflix, terza stagione).

Del resto, questo tipo di discesa nell’assurdo accompagna giorno dopo giorno anche la costruzione della nostra nuova normalità. Con le mascherine e con i guanti giriamo come marziani per la città. L’iSphere potrebbe aggiungervi il fascino dell’astronauta che visita un pericoloso pianeta extraterrestre. Mi ricorda tanto la copertina di un vecchio Urania di Arthur C. Clarke.

Insomma la tecnologia, in un modo o nell’altro, sta cambiando le nostre vite ed è diventata una componente chiave in questa pandemia al punto tale che difficilmente smetteremo di ripeterci la famosa frase: “Ho visto cose che voi umani…” derivata dal monologo pronunciato dal replicante RoyBatty nel film di fantascienza Blade Runner.

Abert Einsten aveva ragione: “E’ nella crisi che sorge l’inventiva, le scoperte e le grandi strategie”.

Agli italiani non manca la capacità di reinventarsi anche nei momenti più difficili, mostrando una grande capacità di resilienza.

Foto di Marco Girotti

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Covid-19: le multinazionali dell’abbigliamento non hanno pagato i capi invenduti durante il lockdown https://www.lospessore.com/23/10/2020/covid-19-le-multinazionali-dellabbigliamento-non-hanno-pagato-i-capi-invenduti-durante-il-lockdown/ Fri, 23 Oct 2020 10:37:40 +0000 https://www.lospessore.com/?p=4363 L'articolo Covid-19: le multinazionali dell’abbigliamento non hanno pagato i capi invenduti durante il lockdown proviene da Lo Spessore.

Che i capi d’abbigliamento venduti dalle grandi aziende di moda statunitensi ed europee sono prodotti nelle fabbriche in paesi come il Bangladesh, la Cambogia e il Myanmar non è una…

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Bangladesh, industria di abbigliamento (Clean Clothes Campaign, Kristof Vadino)

Che i capi d’abbigliamento venduti dalle grandi aziende di moda statunitensi ed europee sono prodotti nelle fabbriche in paesi come il Bangladesh, la Cambogia e il Myanmar non è una novità.

Pochi sanno, però, che per limitare i danni derivanti dal lockdown, molti dei giganti della moda hanno deciso di non pagare le merci già acquistate e spesso rimaste invendute. Il mercato dell’abbigliamento è strettamente legato alle stagioni. Ciò significa che la maggior parte dei capi non venduti nel periodo marzo-luglio ovvero quello della chiusura della maggior parte dei negozi è rimasta invenduta e invendibile.

La decisione che molte multinazionali del tessile hanno preso è stata semplicisticamente quella di non pagare i fornitori. A confermare che non si è trattato di una caso singolo ma di un fenomeno generalizzato la ricerca condotta dal Center for Global Workers ‘Rights (CGWR) e del Worker Rights Consortium (WRC): utilizzando database inediti, i ricercatori hanno scoperto che i produttori di abbigliamento hanno perso almeno 16,2 miliardi di dollari tra aprile e nel giugno 2020; per la maggior parte dovuti all’annullamento degli ordini o, peggio, al rifiuto delle grandi aziende  di pagare gli ordini di abbigliamento effettuati prima dello scoppio del coronavirus.

Una decisione che ha avuto conseguenze devastanti su milioni di lavoratori già costretti ad affrontare orari ridotti e salari da fame. Secondo il rapporto almeno 60 milioni di lavoratori di questo settore, di cui l’80% donne (spesso sottopagate rispetto ai colleghi uomini), sono rimasti senza stipendio o con salari così bassi da non permettere la sopravvivenza. In Bangladesh, ad esempio, il 72% dei lavoratori sono stati licenziati e l’80% di loro è stato mandato a casa senza preavviso e senza retribuzione già a marzo. Nello Sri Lanka, il governo ha imposto il lockdown e la chiusura di tutte le fabbriche e gli uffici del paese ad eccezione di quelli che forniscono servizi essenziali.

L’industria dell’abbigliamento in questo paese offre lavoro a 275.000 persone, la maggior parte donne migranti provenienti dalle zone rurali. Analoga la situazione in Sud Africa: oltre 725.000 richieste di sussidi da parte di lavoratori del settore sono state congelate a causa della mancanza di documentazione dei datori di lavoro. Al punto che il Fondo di assicurazione contro la disoccupazione ha incaricato alcuni revisori dei conti di indagare sui datori di lavoro per accertare se i salari fossero stati reali pagamenti a beneficio dei lavoratori.

“Si presume che ci siano aziende che non hanno pagato ai lavoratori quanto dovuto. Siamo a conoscenza di alcune società che presumibilmente prestano i soldi ai dipendenti e ciò non è legale. Siamo anche a conoscenza di altre società che stanno presumibilmente pagando parte del denaro e non l’intero importo, nonché società che utilizzano il denaro per qualcos’altro oltre allo scopo previsto. Se tutte queste accuse sono vere, ci appelliamo alle aziende a fare ancora la cosa giusta”, ha detto in una nota il ministro del Lavoro e del Lavoro Thulas Nxesi.

Clean Clothes Campaign ha stimato che, durante i primi tre mesi della pandemia, non sarebbero stati pagati tra 3,2 e 5,8 miliardi di dollari ai lavoratori dell’abbigliamento, tra salari non pagati, bonus legalmente dovuti e risarcimenti. Per questo ha lanciato una campagna chiamata “Pay Your Workers” destinata principalmente a far sì che alcuni grandi nomi dell’abbigliamento decidano di pagare ai propri dipendenti gli stipendi concordati. “Questa campagna si rivolge ad alcune delle catene di fornitura di abbigliamento più ricche del mondo”, ha detto Ineke Zeldenrust di Clean Clothes Campaign, citatndo tra i nomi più famosi dell’abbigliamento sportivo. “Marchi che hanno realizzato profitti per decenni sulla base di salari di povertà e responsabilità esternalizzate senza contribuire a nessuna forma di protezione sociale nei paesi produttori di abbigliamento. La nostra campagna mira a reclamare fondi per i lavoratori, convincendo i marchi ad assumersi la responsabilità per le persone che hanno consentito grandi profitti attraverso il loro lavoro sottopagato”.

Alcune grandi aziende hanno cercato di giustificarsi affermando che tutte le parti della filiera dell’abbigliamento hanno subito danni dal Covid-19 e che i produttori spesso operano con “margini sottili come un rasoio” e “hanno molta meno capacità di assumersi un tale peso rispetto ai clienti”.

A smentirli sono i dati. Nonostante il periodo di crisi (che ha lasciato fornitori e lavoratori in rovina), molte di queste multinazionali hanno versato milioni di dividendi ai propri azionisti: a marzo, Kohl’s, uno dei maggiori rivenditori di abbigliamento degli Stati Uniti, ha pagato dividendi per ben 109 milioni di dollari. Lo ha fatto poche settimane dopo aver annullato ordini alle fabbriche in Bangladesh, Corea e altrove che hanno lasciato centinaia di migliaia di lavoratori senza salario e senza speranza di poter trovare un altro lavoro a causa della pandemia.

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La Francia dichiara guerra all’Islam radicale e vieta i certificati di verginità https://www.lospessore.com/22/10/2020/la-francia-dichiara-guerra-allislam-radicale-e-vieta-i-certificati-di-verginita/ Thu, 22 Oct 2020 10:57:01 +0000 https://www.lospessore.com/?p=4352 L'articolo La Francia dichiara guerra all’Islam radicale e vieta i certificati di verginità proviene da Lo Spessore.

La Francia potrebbe essere vicina ad un cambiamento epocale. L’assassinio di Samuel Paty, l’insegnante francese decapitato il 16 ottobre è solo la scintilla che ha scatenato una reazione che covava…

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La Francia potrebbe essere vicina ad un cambiamento epocale.

L’assassinio di Samuel Paty, l’insegnante francese decapitato il 16 ottobre è solo la scintilla che ha scatenato una reazione che covava già da tempo. La polizia ha effettuato perquisizioni in una cinquantina di associazioni, scuole religiose e moschee. Il governo ha deciso di chiudere per sei mesi la moschea di Pantin, nel sobborgo parigino di Seine-Saint-Denis. Chiusa anche Cheikh Yassine, un’associazione accusata di essere vicina a Hamas, il gruppo radicale palestinese e secondo il presidente francese “implicata direttamente” nell’omicidio di Paty (il suo cofondatore, Abdelhakim Sefrioui, è stato arrestato qualche giorno prima). E oltre 200 persone (con il passaporto francese, ma doppia cittadinanza) sono state espulse.

In realtà questo è solo l’ultimo di una lunga serie di eventi che hanno portato il presidente Macron, pochi giorni fa, a convocare un “consiglio di difesa” con ministri e rappresentanti delle forze dell’ordine. Un cambio di rotta radicale che, in una nota pubblicata sul Wall Street Journal, il ministro dell’Interno Gérard Darmanin ha definito la decisione di “smettere di essere naïf”. “Non c’è riconciliazione con l’Islam radicale” ha aggiunto Darmanin. 

Qualche settimana fa, lo stesso Darmanin, accompagnato dalla sottosegretaria alla cittadinanza Marlene Schiappa, aveva risposto ad una nota dell’Ordine dei Medici annunciando la volontà di voler presentare una legge per vietare i “certificati di verginità” emessi dai medici spesso prima di matrimoni islamici. Pesanti le sanzioni inserite nella proposta di legge: i medici che dovessero rilasciare il certificato rischiano la reclusione fino a un anno di carcere e una multa di 15mila Euro. La nuova norma, secondo Marlene Schiappa, dovrebbe servire a ridurre la poligamia in Francia e a limitare i matrimoni forzati. Al di là delle Alpi, sembra che questi “certificati” siano più comuni di quanto si possa pensare: secondo France 3TV, a un medico francese su tre sarebbe stato chiesto un certificato che “dimostra” la verginità di una donna.

Diverse le reazioni da parte dei medici: un gruppo di ginecologi francesi e alcune associazioni (tra i quali il direttore del reparto ostetricia-ginecologia dell’ospedale Bicêtre di Parigi, la presidente del collettivo femminista Cfcv Emmanuelle Piet e il presidente di Gynécologie Sans Frontières Claude Rosenthal) hanno condannato la proposta di legge definendola una politica votata al “separatismo” (in particolare islamico) che potrebbe mettere in pericolo molte ragazze. “Siamo decisamente contrari ai test di verginità” hanno dichiarato, “È una pratica barbara, retrograda e totalmente sessista. In un mondo ideale, tali certificati dovrebbero naturalmente essere rifiutati”. Ciò nonostante, “ci capita di dover fornire questo certificato a una giovane donna per salvarle la vita, per proteggerla perché è indebolita, vulnerabile o minacciata”.

Secondo ANCIC, un’organizzazione francese che fornisce consigli su aborto e contraccezione, sarebbero più efficaci azioni di informazione dato che questo “divieto negherebbe semplicemente l’esistenza di tali pratiche, senza farle sparire”.  In realtà, sono in molti a ritenere che la pratica dei certificati di verginità violi i diritti umani. La stessa Organizzazione Mondiale della Sanità l’ha definita inutile dato che non dimostrerebbe se una donna o una ragazza ha avuto o meno rapporti sessuali.

Resta da capire quale sia realmente il fine ultimo del governo francese. Macron ha annunciato quella che per il suo governo dovrebbe essere una sorta di riforma dell’Islam per renderlo conforme ai principi della società francese. Un cambiamento che prevede la formazione di imam francesi certificati e controllati dalle istituzioni islamiche in Francia (a occuparsene potrebbe essere il Consiglio francese del culto musulmano, centro relazionale tra l’apparato politico francese e l’Islam). Un esperimento importante che potrebbe avere pesanti ripercussioni in tutta l’Europa (dove la popolazione musulmana cresce giorno dopo giorno e dove non sono mancati – si pensi a ciò che accade periodicamente nella pur accogliente Svezia – gli scontri spesso violenti). Oggi la Francia è il Paese europeo con il più elevato numero di cittadini di fede musulmana.

Ieri, in una celebrazione alla Sorbona, alla presenza del presidente Macron, è stata consegnata a Samuel Paty (postuma) la Legione d’onore, la massima onorificenza francese.

Foto: Kristoffer Trolle

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La scomparsa di Giorgio Chinnici, presidente della più fertile stagione consiliare di Palermo https://www.lospessore.com/22/10/2020/la-scomparsa-di-giorgio-chinnici-presidente-della-piu-fertile-stagione-consiliare-di-palermo/ Thu, 22 Oct 2020 07:52:15 +0000 https://www.lospessore.com/?p=4329 L'articolo La scomparsa di Giorgio Chinnici, presidente della più fertile stagione consiliare di Palermo proviene da Lo Spessore.

Mai come oggi i consigli comunali sono considerati luoghi rissosi dove maggioranza ed opposizione si confrontano sui temi scottanti della città, influendo poco o niente sulle scelte dell’amministrazione attiva. La…

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Mai come oggi i consigli comunali sono considerati luoghi rissosi dove maggioranza ed opposizione si confrontano sui temi scottanti della città, influendo poco o niente sulle scelte dell’amministrazione attiva. La maggioranza ha, ob torto collo, una funzione spesso di presidio e difesa degli atti della Giunta, l’opposizione, invece,  sovente abbaia alla luna cercando di contrastarli, pur dichiarando di volerli migliorare. La consiliatura 1993/1997 fu la prima dopo l’istituzione dell’elezione diretta del Sindaco, introdotta in Sicilia con la legge regionale n.7 del 1992.

L’assemblea, fino a poco prima presieduta dal Primo Cittadino, diventava un soggetto nuovo ed autonomo con un proprio Presidente eletto dai consiglieri a maggioranza qualificata. Si chiudeva l’epoca in cui i singoli partiti potevano far decadere sindaco e giunta ritirando i propri assessori,  ruolo compatibile, allora,  con quello di consigliere e riducendo a una farsa il valore della necessaria stabilità del governo locale.  I numerosi componenti, oggi ridotti a quaranta, disponevano di una facoltà di interdizione assoluta e ciò comportava un potere individuale, talvolta palesemente condizionante sul piano politico,  che si esprimeva in una serie d’intromissioni dirette nella gestione dei fatti amministrativi,di decisiva influenza sugli uffici ,  di privilegi personali e di visibilità cittadina,  spesso preludio ad ulteriori evoluzioni del peso politico dell’interessato.

Con la stagione delle Autonomie Locali, si apriva una nuova pagina. Il ruolo del Consiglio ne risultava fortemente ridimensionato: restava determinante nella produzione di atti di grande rilievo richiesti dalla nuova normativa quali lo statuto, il piano regolatore generale con le relative varianti, i regolamenti di settore, i bilanci di previsione e consuntivo, gli atti ispettivi attraverso interpellanze ed interrogazioni. L’attività residua riguardava la presentazione di mozioni, vincolanti per l’amministrazione e di ordini del giorno a carattere di indirizzo, di raccomandazione o di auspicio. A differenza del passato,  la gestione dell’aula e la  rappresentanza ufficiale del Consiglio era ora appannaggio del Presidente e non più dei singoli consiglieri che mantenevano tuttavia lo status di rappresentanti dei cittadini con i poteri ispettivi connessi. E tale ne è la rappresentazione scenografica che, come in Parlamento, vede gli scranni di governo essere posti al di sotto della presidenza dell’aula.

Il Consiglio Comunale veniva a dotarsi di un proprio Ufficio di Presidenza composto dal titolare e da due vicari cui era demandato il compito di fissare il calendario dei lavori d’aula e  l’inserimento dei punti all’ordine del giorno di propria iniziativa o, più frequentemente, su richiesta del sindaco e degli assessori. Per lo svolgimento di tali funzioni l’ Ufficio era, ed è,  destinatario di una dotazione finanziaria, di personale addetto, di locali e di risorse logistiche proprie.

La prima e più alta sfida per il nuovo Organo fu la stesura e l’approvazione dello Statuto Comunale, reso obbligatorio dal Nuovo Ordinamento degli Enti Locali  per tutti i comuni italiani al fine di valorizzarne la storia, definirne e potenziarne le vocazioni specifiche, stabilire le regole generali per il funzionamento della macchina comunale affidata esclusivamente a sindaco e giunta,  unitamente a tutte le scelte gestionali.

In teoria, l’occasione della stesura dello statuto avrebbe dato ad ogni singolo comune, dal più piccolo al più popoloso, l’opportunità di definire la propria identità e il proprio destino. Di fatto, in Sicilia, molti consigli adottarono una copia standard prodotta dall’ ANCI  cui vennero apposte modifiche poco significative.

Non fu così al Comune di Palermo che, dotatosi di un Assessore alla Cittadinanza nella persona di Alfio Mastropaolo,  professore ordinario di Scienza della Politica all’Università degli Studi di Torino,   ne fece l’interlocutore privilegiato del Consiglio per la produzione di tale atto ri-fondativo di una  Città in cui il ricordo recente delle stragi di Capaci e di via D’Amelio aveva generato una nuova temperie civile e molte speranze di rinnovamento, come ancora oggi recita il prologo all’articolato.

Chiamato a presiedere il Consiglio Comunale di Palermo fu Antonino Caponnetto, il magistrato noto soprattutto per aver guidato, dal 1984 al 1990 il Pool antimafia istituito da Rocco Chinnici nel 1980. Dopo il fatale attentato del 29 luglio 1983 in via Giuseppe Pipitone Federico, infausto presagio di quelli successivi,  Caponnetto ne aveva  preso il posto nel novembre successivo. Accanto a sé chiamò Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, Gioacchino Natoli, Giuseppe Di Lello e Leonardo Guarnotta. La loro attività portò all’arresto di più di 400 criminali legati a Cosa Nostra, culminando nel maxiprocesso di Palermo, celebrato a partire dal 10 febbraio 1986. Concluse la propria carriera nel 1990 e dovette assistere prima alla morte di Falcone e poco dopo di Borsellino.

Da allora, invece di ritirarsi, iniziò instancabilmente a viaggiare tra le scuole e le piazze di tutta Italia per raccontare, soprattutto ai giovani, chi fossero stati Falcone e Borsellino e come avesse avuto inizio un nuovo e decisivo sforzo delle Istituzioni contro il fenomeno mafioso. Caponnetto intervenne in centinaia di scuole, diventando un testimone di etica della politica e della vita civile, della giustizia e della legalità. Nel 1993 fu eletto a furor di popolo nella lista de La Rete alle elezioni amministrative di Palermo e subito indicato quale primo presidente del nuovo Consiglio Comunale.

Nel 1994, candidato al Parlamento,  fu sconfitto dalla valanga di Forza Italia nata pochi mesi prima. Nel collegio di Palermo-Libertà ottenne il 39,3% a fronte del 48,1% dal candidato del Polo delle Libertà Guido Lo Porto che nel 1987 quale membro della Commissione Parlamentare antimafia aveva criticato l’istituzione del maxi processo a Cosa nostra.  Per l’amarezza di un “incomprensibile”  voltafaccia della Città,  Caponnetto si dimise dalla carica e lasciò il Consiglio. E’ scomparso il 6 dicembre del 2002 ma il suo pensiero continua ad essere un riferimento nell’educazione alla legalità, attraverso la Fondazione che ne porta il nome.

Nel settembre 1994 gli subentrai in Consiglio in quanto primo dei non eletti della lista e mai avertii responsabilità più grande durante l’intero mandato conclusosi nel 1997. Mantenni un contatto telefonico costante che fu sempre benevolo e prezioso. Non  avrei immaginato di tornare a Palazzo delle Aquile diciotto anni dopo nella consiliatura 2012-2017 in un clima politico profondamente mutato.

In un  atmosfera di grande stravolgimento del consenso popolare  nell’arco di pochi mesi, il Consiglio risentì molto delle dimissioni di Caponnetto e dovette interrogarsi sulla scelta di  un successore che avesse un profilo adeguato e altrettanta autorevolezza. La scelta fu immediata e naturale e cadde su Giorgio Chinnici, eletto nella lista Ricostruire Palermo (PDS, Verdi, Città per l’Uomo). Docente di criminologia all’Università degli Studi di Palermo, storico esponente  del Partito Comunista Italiano prima e del PDS dopo la svolta della Bolognina,  era legato da parentela a Rocco Chinnici, la cui memoria venerava,  e godeva di stima incondizionata sul piano accademico e politico. Il tratto personale, improntato a garbo istituzionale e la spontanea elegante affabilità ebbero un ruolo non secondario nell’esito della votazione.

Consapevole delle aspettative della Città nei suoi confronti e allarmato dal dilagante  quanto inatteso consenso di Forza Italia, Giorgio Chinnici assunse su di sé il compito cruciale di condurre il Consiglio Comunale negli anni che seguirono. Era consapevole che la consiliatura avrebbe dovuto affrontare la rifondazione civile e politica di una città tentata di tornare a guardare al passato. L’attendevano il completamento e l’approvazione dello statuto, il regolamento sul decentramento, il nuovo piano regolatore che avrebbe preso il posto di quello di Vito Ciancimino, trascinatosi per decenni attraverso varianti non sempre trasparenti come testimoniano gli  scheletri delle ville incompiute di Pizzo Sella la cui vergogna incombe ogni giorno sui palermitani. Occorreva che il massimo consesso cittadino compisse un salto di qualità e percepisse se stesso, pur nel rispetto del diverso ruolo rispetto all’amministrazione attiva, come un luogo di alta elaborazione dei contenuti politici ed amministrativi, di massima trasparenza, di crescita istituzionale di tutti i consiglieri, di presenza tra i cittadini con dignità non inferiore a quella del sindaco. Si trattava di rendere concreto il motto SPQP (acronimo del brocardo latino “il senato, cioè la giunta e il popolo palermitano, cioè il consiglio”) che, come il più noto romano SPQR,  campeggia nelle molte iscrizioni di Sala delle Lapidi quale chiaro indicatore del bilanciamento dei poteri, mai assoluti per alcuno.

Consapevoli del fatto che la crisi dei partiti si era ormai consolidata,  ancor prima di sfociare nel disastro rivelato dall’indagine del pool milanese di  Mani Pulite,  azzerandone il ruolo formativo nei confronti dei rappresentanti eletti,  molti dei quali a Palermo eravamo giovani e al primo mandato, discutemmo a lungo su possibili strumenti da mettere a disposizione dei consiglieri perché incrementassero un proprio aggiornamento originale ed autonomo rispetto alla Giunta. Nella visione di Chinnici la dignità dell’Organo Consiliare doveva essere potenziata ed affermata. E ciò valeva anche per i consiglieri di maggioranza chiamati ad essere fedeli ma non supini alle scelte del sindaco nei cui confronti Chinnici fu sempre leale ma mai succube. Non mancarono garbate frizioni, sempre ricondotte nell’alveo istituzionale e nel solco della reciproca stima personale.

Nell’ambito di tale visione fu costituito l’Ufficio Studi e Documentazone del Consiglio Comunale sotto la responsabilità del Vice Presidente vicario Ettore Maltese, storico esponente della Destra,  grande conoscitore del regolamento  del consiglio e stimato anche dagli avversari. E’ scomparso nel 2015. Furono assegnati locali ed arredi in uno dei tanti interpiani del labirintico palazzo di Città, il Gruppo della Rete mi indicò quale componente. Ne nacque un luogo di elaborazione di notevole livello arricchito dal contributo di altissimo livello  del Segretario Generale di allora, Giuseppe Albanese, che nel 2001 sarebbe stato chiamato alla medesima responsabilità dal sindaco di Milano.

Tra le tante iniziative promosse, di particolare rilievo fu il progetto “ Mosaico”  finalizzato a favorire la conoscenza tra i cittadini dello statuto, delle nuove otto circoscrizioni/municipalità  e del sistema dei trasporti urbani, elementi tutti legati da un’intrinseca coerenza progettuale fondata sull’ idea di Palermo come “città di città” con la valorizzazione degli elementi identitari di ciascuna di esse in un rapporto di pari dignità con il centro storico. Un vero e proprio “porta a porta” svolto da giovani volontari muniti di un apposito ed esaustivo depliant dalla grafica efficace, finalizzato a garantire conoscenza ed informazione a tutti cittadini in un’ epoca in cui ancora il sito web del Comune era in gestazione. Seguirono incontri e seminari per i consiglieri comunali appartenenti a tutti i gruppi, aperti anche a giovani funzionari dell’ ente oggi in posizione di grande responsabilità,  e la redazione di un foglio informativo periodico  sulle novelle giuridiche ed amministrative di interesse specifico per amministratori locali, in collaborazione con ANCI Sicilia e con la Scuola Superiore di Pubblica Amministrazione Locale con sede a Roma.

Il 12 maggio del 1997 fu riaperto il Teatro Massimo, dopo ventitre anni di silenzio, con un concerto diretto nella prima parte da Franco Mannino e nella seconda da Claudio Abbado con i Berliner Philharmoniker e le musiche di Johannes Brahms, alla presenza del Presidente della Camera  Luciano Violante e del ministro della Cultura  Walter Veltroni.  Il teatro era tornato in possesso del Comune di Palermo solo da due anni ma si volle ugualmente celebrare il centenario dell’inaugurazione avvenuta il 16 maggio 1897 con il Falstaff di Giuseppe Verdi. In considerazione dei pochi posti disponibili a motivo dei frenetici lavori ancora in corso di completamento, gli inviti furono limitati ai tanti sottoscrittori privati  che avevano contribuito a finanziare l’opera. Ovviamente molti consiglieri avrebbero voluto essere presenti e serpeggiò qualche malumore ma bastò l’intervento di Giorgio Chinnici per rasserenare gli animi assicurando che la  partecipazione del Presidente del Consiglio Comunale a quell’ evento di portata storica sarebbe stata concretamente rappresentativa dell’intera assemblea.  E’ solo un aneddoto tra i tanti che testimoniano la stima e il riconoscimento  nutriti  da tutti i consiglieri nei confronti di  Giorgio Chinnici.

Nella giornata di ieri, i funerali si svolgono oggi,  moltissimi sono stati i palermitani che hanno reso omaggio al feretro esposto solennemente all’interno di Palazzo delle Aquile tra i Vigili Urbani in alta uniforme, il massimo onore riservato ai consiglieri deceduti durante il mandato, mentre per gli ex tale omaggio è previsto a Villa Niscemi. L’estremo saluto ad un presidente del Consiglio amato e stimato da tutti i cittadini è stato disposto dal  sindaco Leoluca Orlando che così ne ha ricordato la figura: “Giorgio Chinnici ha guidato il Consiglio comunale a metà degli anni ’90, in un periodo in cui era ancora forte nella società civile e nella politica lo scontro fra chi voleva il ritorno al passato di una città governata dalla mafia e chi voleva portarne avanti con difficoltà la liberazione. È stato uno dei protagonisti di quella stagione di riscatto che seguì gli anni bui delle stragi“.

Molti di noi che insieme a  Giorgio abbiamo svolto in quegli anni  il mandato istituzionale, fianco a fianco nelle interminabile sedute notturne dell’approvazione del bilancio durante le quali le attenzioni del Presidente al benessere dei consiglieri non mancarono mai o nel suo ufficio a Palazzo delle Aquile,  arredato con il gusto sobrio e raffinato che gli era proprio, non dimenticheremo il grande privilegio di avere condiviso con lui quella che è già passata alla storia cittadina come la stagione più fertile e generativa  dell’Amministrazione Comunale. In tanti confidiamo che Palermo troverà presto un modo adeguato per ricordare la figura di Giorgio Chinnici,  perpetuandone la memoria anche ai cittadini dei tempi che verranno.

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La Tunisia, un mercato vicino alle imprese italiane e hub per l’Africa https://www.lospessore.com/18/10/2020/la-tunisia-un-mercato-vicino-alle-imprese-italiane-e-hub-per-lafrica/ Sun, 18 Oct 2020 09:10:38 +0000 https://www.lospessore.com/?p=4289 L'articolo La Tunisia, un mercato vicino alle imprese italiane e hub per l’Africa proviene da Lo Spessore.

La Tunisia è un mercato importate da annoverare tra i Paesi più evoluti e favorevoli agli scambi internazionali del Maghreb e dell’intero continente africano. Un contesto importante che numerosi analisti…

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La Tunisia è un mercato importate da annoverare tra i Paesi più evoluti e favorevoli agli scambi internazionali del Maghreb e dell’intero continente africano. Un contesto importante che numerosi analisti economici hanno definito un “hub ideale per le aziende interessate ad internazionalizzarsi” su questi mercati.

La vicinanza all’Italia, la modernità dell’economia, delle infrastrutture e la stabilità rendono questo un Paese “facile” per le aziende italiane, per le opportunità di network e di business ed accessibile sia alle grandi imprese che alle PMI. Promos Italia ha organizzato un importante webinar in collaborazione con RM Colocalisation et Développement per descrivere e informare le aziende e gli imprenditori sulle opportunità offerte in ottica di export dal mercato tunisino.

Allo stato attuale i Focus settoriali d’interesse, per le relazioni commerciali ed economiche tra Italia e Tunisia, sono i settori legati al lusso, ai macchinari elettromedicali, l’automazione industriale nel settore agroalimentare, le automotive, il tessile, le materie plastiche e il packaging.

Durante i recenti lavori da remoto, Monica Ravasi di RM Colocalisation et Développement, organizzazione tunisina, ha ribadito: “Gli imprenditori tunisini durante il periodo di chiusura totale sono stati molto attivi nel programmare una nuova ripresa da pensare immediatamente dopo la riapertura delle attività. Nel paese stanno nascendo numerose città dedicate al business, un modello urbano e commerciale che vuole conciliare tradizione e modernità. Nel mondo tunisino il prodotto italiano è molto ambito e la popolazione apprezza il made in Italy, anche se deve spendere un po’ di più. Un paese da considerare non come un mercato fine a sé stesso ma come una porta di accesso per tutto il Magreb e per il resto dell’Africa. Molte persone dalla Libia e dall’Algeria vengono proprio in Tunisia per acquistare e sviluppare network commerciali.  La Tunisia ha un forte sistema agroalimentare e in questo ambito le linee di credito italo tunisine agevolano gli investimenti tra i due paesi. Nel mondo agroalimentare tunisino i settori specifici più importanti sono rappresentati dalla lavorazione della frutta, la produzione dell’olio, le linee di imbottigliamento e la lavorazione del pesce. Particolarmente importante e attualmente ricercati sono i macchinari per imballaggi di cui il paese richiede strumenti, conoscenza e produzione”. 

Anche nel mondo alimentare tunisino, presentare i propri servizi o prodotti ponendo enfasi sul “made in Italy” o su elementi culturali italiani è considerato uno “status symbol”. Per quanto riguarda il variegato mondo dei cereali, tale è l’approccio di Gi.&Me. Association, presieduta dall’Ing. Franz Martinelli, che ha dato vita ad un circuito economico circolare legato ai grani antichi tunisini, varietà mahmoudi, schili, biskri, attraverso la valorizzazione di tutta la filiera, dai piccoli agricoltori che lavorano e seminano queste varietà tradizionali di grano duro, alle donne che ne fanno prodotti ad alto valore aggiunto, come il borghul, il couscous, il pane e le varie tipologie di pasta della tradizione gastronomica tunisina.

La crescita alimentare e la valorizzazione della Dieta Mediterranea rappresenta una priorità legata all’obiettivo del progetto “Grani antichi di Tunisia ”, a cui ne sta facendo seguito un altro intitolato “La strada dei Grani Autoctoni del Mediterraneo”, che è finalizzato, tra l’altro, a valorizzare la vita e la produzione di un’intera comunità di donne e uomini, incentivando l’occupazione giovanile e attirando l’interesse di numerose realtà enogastronomiche italiane interessate alla valorizzazione di antiche varietà di frumento da riscoprire. Scopo di questo progetto, a cui Gi.&Me. Association sta lavorando, è anche quello di implementare l’innovazione organizzativa del settore, attraverso la promozione delle migliori sinergie della cultura imprenditoriale e dell’innovazione manageriale italiana e far sì che le piccole imprese tunisine del settore agroalimentare riescano a fare network e ad organizzarsi in consorzio per accedere anche ai mercati esteri.

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Giornata Mondiale dell’Alimentazione 2020: l’interesse dei pochi, l’indifferenza dei troppi https://www.lospessore.com/16/10/2020/giornata-mondiale-dellalimentazione-2020-linteresse-dei-pochi-lindifferenza-dei-troppi/ Fri, 16 Oct 2020 07:52:58 +0000 https://www.lospessore.com/?p=4267 L'articolo Giornata Mondiale dell’Alimentazione 2020: l’interesse dei pochi, l’indifferenza dei troppi proviene da Lo Spessore.

In tutto il mondo, il 16 Ottobre si celebra la Giornata Mondiale dell’Alimentazione. Un tema importante, pieno di mille sfaccettature. Di molte delle quali, però, sembra non importare niente a…

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In tutto il mondo, il 16 Ottobre si celebra la Giornata Mondiale dell’Alimentazione. Un tema importante, pieno di mille sfaccettature. Di molte delle quali, però, sembra non importare niente a nessuno.

La Giornata Mondiale dell’Alimentazione venne introdotta nel 1979 allo scopo di promuovere azioni affinché tutti potessero avere accesso a diete “sane” e “sostenibili”. Oggi la stragrande maggioranza della popolazione mondiale non mangia né in modo “sano” né in modo “sostenibile”. Anzi molti non mangiano affatto: muoiono letteralmente di fame.

Nei paesi a basso e medio reddito, il 38% della popolazione non ha accesso all’acqua pulita e il numero di persone colpite dalla fame cresce anno dopo anno senza nessuno che sia riuscito a fare qualcosa di concreto: oggi sono almeno 821 milioni le donne, gli uomini e i bambini ad essere colpiti dalla fame. Secondo la FAO, oltre 2 miliardi di persone non hanno regolarmente accesso a cibo salubre, nutriente e sufficiente. Una situazione che rischia di peggiorare a causa dell’avanzata del Covid-19.

E la situazione rischia di peggiorare ulteriormente: a dirlo il World Food Programme, insignito del premio Nobel per la Pace 2020: solo nel 2020, a causa del coronavirus, il numero di bambini nel mondo a soffrire di malnutrizione acuta potrebbe aumentare di dieci milioni di individui.

Sull’altra faccia della medaglia ci sono gli sprechi di cibo. In tutto il pianeta, si stima che circa il 30% delle risorse alimentari prodotte vada a finire nella spazzatura pur essendo perfettamente commestibili. Sprechi che riguardano tutta la catena alimentare dalla produzione alla trasformazione, dalla commercializzazione al consumo al dettaglio.

Una situazione inaccettabile in un mondo in mondo dove oltre una persona su dieci rischia di morire (letteralmente) di fame. Ma questi sprechi hanno anche un altro effetto negativo non meno grave e del quale non si parla mai: la produzione intensiva mette a rischio la sostenibilità delle risorse del pianeta con ricadute in molti settori come quello geopolitico e quello sociale.

Esemplare il fenomeno del landgrabbing: grandi multinazionali cacciano le popolazioni locali e si appropriano, “afferrano”, grandi aree estremamente produttive, per sfruttarle con coltivazioni intensive che causano danni immensi all’ambiente e all’ecosistema. E quando questi terreni non sono più produttivi, li abbandonano per spostarsi altrove. Incuranti dei danni causati.

Molti di questi prodotti finiscono nelle dispense e sulle tavole dei cittadini dei paesi sviluppati, che fingono di non sapere come viene prodotto il cibo che mangiano. O chi lo produce: in molti di questi paesi lo sfruttamento minorile è diffuso e nessuno finora è riuscito ad eliminarlo. 

Numerosi studi hanno dimostrato che la crisi economica dilagante in molti paesi del mondo (anche in quelli apparentemente ricchi) ha anche altri effetti: fa sì che la popolazione dedichi sempre meno attenzione alla qualità del cibo che mangia. Ciò, a lungo andare, ha effetti devastanti sulla salute.

Non sorprende se i casi di persone in sovrappeso e di obesi stanno aumentando esponenzialmente (dimostrando che l’origine dell’obesità non è tanto genetica quanto piuttosto epigenetica). L’impatto della malnutrizione, in un senso o nell’altro (sottoalimentazione, e sovrappeso e obesità) è spaventoso: sia in termini di malattie causate e di riduzione dell’aspettativa di vita che dal punto di vista economico (le stime parlano di danni per circa 3.500 miliardi di dollari l’anno). Ma nessuno, neanche il 16 ottobre, ne parla.

Così come nessuno parla di biodiversità. Spenti i riflettori sull’EXPO 2015 che si è svolto in Italia e ormai caduto sul fondo del dimenticatoio il tema comune (così come i miliardi spesi per realizzare opere inutili), nessuno parla più di biodiversità. Eppure anche su questo argomento ci sarebbe molto da dire: oggi, solo nove specie vegetali rappresentano il 66% della produzione agricola totale, nonostante esistano almeno 30.000 specie di piante commestibili. E molte si stanno estinguendo, privando il pianeta di una risorsa insostituibile.

Dal 1979, in tutto il mondo, ogni anno, il 16 Ottobre di celebra la giornata mondiale dell’alimentazione. Ogni anno, viene messo in risalto un tema sul quale vengono focalizzate le attività: dibattiti, convegni, incontri, discussioni più o meno accese. Poi il giorno dopo, spenti i riflettori, sembra che non sia successo niente. E si torna a fingere di non sapere che il numero di uomini, donne e bambini, che soffrono e muoiono di fame continua ad aumentare.

Immagine: shutterstock.com 1030312150

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