
[Alcide De Gasperi in Piazza Duomo a Milano (1948) – fonte foto: chiesadimilano.it]
Quando il 18 gennaio 1994 la Democrazia Cristiana si scioglie ufficialmente e nasce il nuovo Partito Popolare Italiano, si chiude un’epoca e si apre un vuoto. Quel giorno, nelle austere stanze dell’Istituto Luigi Sturzo, non finisce solo la storia di un partito, ma anche quella di un modello politico e culturale che aveva accompagnato – e in buona parte determinato – la storia repubblicana italiana dal 1943 in avanti.
La DC è stata per oltre cinquant’anni il perno della politica italiana, un partito che ha saputo interpretare, governare e spesso modellare le trasformazioni sociali, economiche e geopolitiche del Paese. Nata in clandestinità durante il fascismo, affondava le sue radici nel Partito Popolare di don Luigi Sturzo, fondato nel 1919, espressione di un cattolicesimo sociale moderno, riformista e profondamente democratico. Dopo lo scioglimento forzato del PPI da parte del regime mussoliniano, i suoi uomini – in primis Alcide De Gasperi – mantennero vivi i legami e le idee che avrebbero costituito l’ossatura della futura DC.
La vera nascita del partito avvenne il 19 marzo 1943, in una riunione clandestina a Roma, quando un gruppo di intellettuali cattolici, ex popolari e giovani provenienti da Azione Cattolica e dalla FUCI – tra cui Aldo Moro, Amintore Fanfani, Giulio Andreotti – approvò il manifesto “Le idee ricostruttive della Democrazia Cristiana”, il documento fondativo del nuovo soggetto politico. Il simbolo scelto, uno scudo con la croce e la parola Libertas, segnava continuità con la tradizione cattolica, ma anche una chiara apertura alla modernità democratica.
Nel secondo dopoguerra, la DC divenne rapidamente forza egemone del panorama politico. Nelle elezioni del 1948 ottenne quasi il 49% dei voti: fu il trionfo del centrismo degasperiano, sostenuto dagli Stati Uniti nel contesto della Guerra Fredda, in chiave anticomunista. De Gasperi guidò l’Italia nella ricostruzione economica, nell’integrazione europea e nella scelta atlantica. Da quel momento, e per quasi mezzo secolo, tutti i governi videro la presenza determinante – spesso dominante – della DC, che esprimeva regolarmente i presidenti del Consiglio, i ministri più influenti, e spesso anche i presidenti della Repubblica.
Il partito seppe adattarsi ai mutamenti storici: negli anni Sessanta promosse l’“apertura a sinistra” e il centro-sinistra con i socialisti, favorendo le grandi riforme – dalla scuola media unificata alla nazionalizzazione dell’energia – e cercando una sintesi tra conservazione e modernizzazione. Fu il tempo di Fanfani, Moro, Rumor, e delle ambizioni riformatrici. Poi vennero gli anni della “solidarietà nazionale” e del drammatico compromesso storico, tentato da Moro con il PCI di Berlinguer, in risposta al rischio di una frattura insanabile nella società italiana. Il sequestro e l’assassinio di Moro da parte delle Brigate Rosse nel 1978 segnò la fine di quella stagione e lasciò ferite politiche e morali profonde.
Gli anni Ottanta videro l’avvento del “Pentapartito”, con la condivisione del potere tra DC, PSI, PRI, PSDI e PLI. Ma fu anche il decennio del progressivo logoramento del sistema: la segreteria di De Mita, i contrasti interni tra le correnti, il protagonismo socialista di Craxi, e la parabola di Andreotti, figura-simbolo dell’equilibrismo democristiano. Intanto, la società italiana cambiava più in fretta di quanto la DC riuscisse a comprendere o controllare. Il mondo bipolare si avviava al tramonto, e con esso anche gli assetti politici che ne erano derivati.
Il colpo finale arrivò con Tangentopoli. L’inchiesta Mani Pulite svelò un sistema di corruzione radicato, trasversale ma particolarmente devastante per i partiti tradizionali di governo. La DC ne uscì sconfitta moralmente e politicamente. Nel gennaio 1994, guidata da Mino Martinazzoli, fu sciolta e sostituita dal PPI. Ma era già tardi: la società italiana aveva voltato pagina. L’elettorato, disilluso dai vecchi apparati, cercava nuovi riferimenti e li trovò in Silvio Berlusconi e nella sua Forza Italia, vincitrice delle elezioni dell’aprile 1994. Era l’inizio della cosiddetta Seconda Repubblica.
A distanza di anni, la DC appare come un oggetto politico unico nel panorama europeo. Né propriamente conservatrice né progressista, né confessionale né laica in senso stretto, né liberale né socialista, riuscì a rappresentare per decenni un punto di equilibrio tra le tensioni ideologiche e sociali del Paese. Fu un partito “chiesa”, organizzato su una rete capillare di sezioni, parrocchie, associazioni, enti, con una capacità di mediazione oggi impensabile.
Ma fu anche un partito che seppe legare la politica alla vita quotidiana, soprattutto nelle aree rurali e nei piccoli centri, dove lo “scudo crociato” non era solo un simbolo elettorale, ma un riferimento culturale e comunitario. La DC ha accompagnato l’Italia nel difficile percorso dalla monarchia alla Repubblica, dalla povertà alla società dei consumi, dalla guerra alla modernizzazione. E se spesso è accusata di clientelismo, immobilismo, trasformismo, non si può negare che abbia garantito per mezzo secolo stabilità, crescita e, non da ultimo, una sostanziale tenuta democratica.
Nel tempo, “democristiano” è diventato sinonimo di moderazione, compromesso, tatticismo. Talvolta con accezione negativa, talvolta come nostalgico riferimento a una stagione in cui le istituzioni funzionavano, le appartenenze contavano e la politica era vissuta come missione. Oggi, a trent’anni dal suo tramonto, la DC continua a far discutere. E in un Paese in cerca di nuovi equilibri e di un rinnovato senso dello Stato, la sua lunga ombra sembra ancora allungarsi sul presente.

