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Negli ultimi anni l’intelligenza artificiale è passata rapidamente da tecnologia sperimentale a presenza stabile nella vita quotidiana. Chatbot, assistenti virtuali e sistemi di generazione di contenuti sono diventati strumenti utilizzati da milioni di persone per lavorare, studiare, informarsi e persino per affrontare problemi personali. Questa trasformazione non riguarda soltanto l’innovazione tecnologica, ma sta producendo effetti profondi anche sul piano sociale e culturale. L’adozione dell’intelligenza artificiale, infatti, non è uniforme e rischia di ampliare alcune disuguaglianze già esistenti, creando nuove linee di frattura tra gruppi sociali diversi.
In questo contesto è particolarmente rilevante l’articolo pubblicato suDomanie scritto dal ricercatore Enzo Risso dal titolo: “Frattura sociale e apartheid, così l’intelligenza artificiale ridisegna i confini sociali”. Il contributo risulta significativo perché esamina non solo la diffusione dell’intelligenza artificiale, ma soprattutto le implicazioni sociali e culturali che questa tecnologia sta producendo. Attraverso dati provenienti da una ricerca condotta da Google e Ipsos, l’autore evidenzia come l’AI stia diventando una vera e propria forma di supporto della vita quotidiana, capace di influenzare relazioni, lavoro e accesso alle opportunità.
Secondo i dati riportati nell’articolo, l’intelligenza artificiale è ormai entrata stabilmente nelle pratiche quotidiane delle persone. Come si legge nel testo, “l’intelligenza artificiale è entrata ufficialmente nella vita quotidiana delle persone. Non è più una curiosità futuristica, ma uno strumento essenziale su cui fanno affidamento milioni di persone in tutto il mondo”. Questa evoluzione segna un cambiamento importante rispetto agli anni precedenti, quando queste tecnologie erano percepite soprattutto come innovazioni sperimentali o come strumenti di intrattenimento.
L’indagine citata mostra come l’utilizzo dei chatbot sia ormai molto diffuso e connesso a funzioni diverse. In particolare, “il 74 per cento delle persone che usano i chatbot lo fa per imparare qualcosa di nuovo o capire un argomento complesso”, mentre “il 70 per cento l’ha utilizzata nel proprio lavoro” e “il 66 per divertimento”. I dati indicano quindi che l’intelligenza artificiale non è più confinata a un solo ambito, ma attraversa diverse dimensioni delle attività di ogni giorno.
Un altro aspetto evidenziato riguarda i vantaggi percepiti dagli utenti. L’articolo sottolinea che “al 65 per cento delle persone l’intelligenza artificiale ha fatto risparmiare tempo e al 64 per cento ha consentito di trovare le parole giuste per comunicare con gli altri”. Inoltre “il59 per cento l’ha utilizzata per generare contenuti multimediali” e “il 56 l’ha impiegata per avere consigli su come affrontare un problema personale o professionale”. Questo dimostra come l’AI stia assumendo un ruolo sempre più simile a una forma di sostegno informativo e relazionale.
Non mancano però elementi di forte differenziazione sociale nell’uso della tecnologia. L’articolo mette in evidenza che l’utilizzo dell’intelligenza artificiale varia in modo notevole in base all’età, al livello di istruzione e alla condizione economica. In particolare, “i forti utilizzatori sono gli under 35 anni, le persone con un livello di istruzione elevato, i genitori, i soggetti a reddito alto, gli studenti e gli insegnanti”. Al contrario, “le persone che non utilizzano i chatbot sono soprattutto baby boomer (58), non occupati (45), persone con un livello di istruzione inferiore e a basso reddito(37)”.
Questa distribuzione diseguale dell’accesso e delle competenze porta l’autore a parlare di una vera e propria nuova forma di disuguaglianza tecnologica. Come afferma il testo, “si è consolidato un crescente Apartheid Digitale che incide su accesso e competenze d’uso: istruzione, età, classe sociale e reddito continuano a determinare chi trae vantaggio da questa tecnologia e chi ne rimane escluso”. L’idea di “apartheid digitale” richiama quindi una separazione tra gruppi sociali che hanno la possibilità di utilizzare efficacemente l’intelligenza artificiale e altri che rischiano invece di rimanere ai margini.
L’articolo evidenzia inoltre differenze importanti anche tra diverse aree del mondo. Mentre nei paesi emergenti prevale un forte entusiasmo, nei paesi occidentali l’atteggiamento appare più prudente. Secondo i dati citati, “il livello di entusiasmo verso l’intelligenza artificiale varia notevolmente tra i paesi, passando dall’80 per cento della Nigeria al 33 per cento degli Stati Uniti”. Questa differenza riflette prospettive diverse rispetto al cambiamento tecnologico.
Come sottolinea Risso, “la freddezza europea e nordamericana riflette la paura della distruzione di strutture occupazionali consolidate, mentre nei mercati emergenti prevale la speranza di un salto tecnologico capace di colmare divari strutturali pregressi”. In altre parole, dove il mercato del lavoro è più stabile si teme la perdita di posti di lavoro, mentre nei contesti dove le opportunità sono più limitate l’innovazione viene vista come una possibilità di sviluppo.
L’analisi proposta nell’articolo mette in luce un processo tipico delle grandi innovazioni scientifiche. Ogni rivoluzione tecnologica, infatti, tende inizialmente ad ampliare le disuguaglianze, perché l’accesso alle nuove competenze e agli strumenti più avanzati è distribuito in modo diseguale. Chi possiede maggiori risorse culturali, economiche e formative riesce a sfruttare prima le opportunità offerte dalla tecnologia, mentre altri gruppi sociali restano temporaneamente indietro.
Nel caso dell’intelligenza artificiale questo fenomeno appare particolarmente evidente, perché la tecnologia non riguarda soltanto strumenti materiali, ma anche capacità cognitive, linguistiche e digitali. Saper utilizzare efficacemente un chatbot o un sistema di generazione automatica richiede infatti competenze che non tutti possiedono allo stesso modo. Di conseguenza, l’intelligenza artificiale rischia di diventare un fattore che rafforza alcuni squilibri sociali già esistenti.
Allo stesso tempo, però, l’AI rappresenta anche un potente strumento di democratizzazione della conoscenza. Se utilizzata in modo diffuso e consapevole, può rendere accessibili informazioni, competenze e strumenti creativi a una platea molto più ampia rispetto al passato. In questo senso, il vero aspetto sociologico non riguarda tanto la tecnologia in sé, quanto le politiche educative e culturali che accompagnano la sua diffusione.
L’articolo di Enzo Risso mette quindi in evidenza come l’intelligenza artificiale non sia soltanto una trasformazione tecnologica, ma anche un fenomeno sociale capace di ridefinire relazioni, opportunità e disuguaglianze. La sfida dei prossimi anni sarà evitare che questa innovazione produca nuove forme di esclusione, trasformando invece l’AI in uno strumento di inclusione e crescita collettiva.
Se accompagnata da politiche educative adeguate e da una diffusione più equa delle competenze digitali, l’intelligenza artificiale potrebbe diventare un alleato determinante per ampliare l’accesso alla conoscenza, migliorare il lavoro e favorire nuove forme di collaborazione tra esseri umani e tecnologia. In questo scenario, la tecnologia non rappresenterebbe più una linea di divisione tra chi è dentro e chi è fuori dal futuro, ma una risorsa condivisa capace di aprire nuove possibilità per tutta la società.

